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mercoledì, Novembre 25, 2020

RIFÒ E IL NUOVO-ANTICO MESTIERE DELLA RIGENERAZIONE DELLA LANA

Economia Circolare
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Redazione EconomiaCircolare.com
[di Paolo Ruggero Vasari]
La materia “seconda” che sostituisce la materia “prima”: Rifò e il nuovo-antico mestiere della rigenerazione della lana


Sinossi

Rifò è un laboratorio tessile che produce capi da cashmere e lana rigenerati. Si trova nello storico distretto di Prato da cui attinge esperienza e risorse. Rifò è un progetto giovane, sostenibile ed innovativo seppur rispettoso del tradizionale mestiere della rigenerazione dei tessuti.
Lo sfruttamento delle risorse del pianeta è a livelli difficilmente sopportabili nel lungo periodo. Il settore della moda produce più indumenti di quanti ne vengano venduti. La sovrapproduzione, insieme ai comportamenti consumistici, genera innumerevoli rifiuti tessili. Per esser più veloce e competitivo, il settore è diventato particolarmente energivoro ed inquinante.
Rifò si contrappone a questo modello producendo secondo la tecnica tradizionale della rigenerazione; quindi combatte il problema della sovrapproduzione perché ricicla gli scarti di tessuti già prodotti, produce solo dietro ordinazione e s’impegna sul fronte dell’inquinamento non utilizzando coloranti perché seleziona per colore gli scarti di lana e cashmere da rigenerare.
Rifò ambisce, oltre a contribuire alla sostenibilità ambientale, a diventare un’azienda responsabile socialmente: lo sta già facendo sostenendo alcune realtà benefiche locali.
Rifò rappresenta quindi non solo un prodotto di qualità, fatto per durare e di design ma anche un progetto virtuoso, da seguire con entusiasmo e partecipazione.

Una delle cose che facciamo quotidianamente è buttare via oggetti, o quel che ne rimane dopo l’uso. Prima lo si faceva in modo indiscriminato, ora ci si comporta più responsabilmente differenziando la carta, la plastica, il vetro.

Tuttavia, cosa sappiamo di come uno scarto possa tornare ad essere nuova risorsa?

Di come, in particolare, un capo di abbigliamento dismesso possa essere rigenerato e diventare, di volta in volta, un capo diverso, morbido, colorato, moderno. E soprattutto ecosostenibile.

Questo possiamo chiederlo a Niccolò Cipriani, fondatore di Rifò. Rifò, nel vernacolo toscano, significa appunto “rifaccio”.

Rifò è un laboratorio tessile che stimola un’economia circolare producendo capi esclusivamente da cashmere e lana rigenerati al 100%. La riscoperta di un mestiere tradizionale: è questa la vera innovazione.

Il progetto è nato alla fine del 2017 ed è portato avanti da ragazzi under 30: “Rifò è un progetto e non ancora un’azienda”, sottolinea Niccolò. Attualmente la produzione è incentrata su accessori invernali. Poi passerà ai capi estivi ed in seguito ad altri prodotti in lana e cashmere. “Oltre ad essere sostenibili”, continua Niccolò, “i nostri prodotti devono essere appetibili alle persone, di design e alla moda, vicini al gusto moderno, quindi responsabili ed etici, ma di qualità”.

Tutto si svolge a Prato, storico distretto tessile, da dove si attingono competenze, manodopera, confezione e disegno. “Non provengo dal settore della moda”, precisa Niccolò, “ma la mia famiglia è nel settore tessile: mi aiuta mio zio con consigli e direzioni, come un moderno mentore. Ho invece esperienza nel volontariato”.

La storia del Distretto Tessile Pratese risale almeno al XIII secolo quando, a fianco dei mulini lungo il fiume Bisenzio, si sviluppò la lavorazione della lana. Acqua e vie commerciali furono sicuramente favorevoli al suo sviluppo, sotto l’egida del Granducato di Toscana. Nel XIX si perfezionarono le macchine per la filatura e per il cardato e si avviò la rigenerazione dei tessuti (stracci o cenci).

Nel secolo scorso, dopo una crisi per le questioni belliche, il boom economico ha attinto anche il Distretto: mentre l’impiego di materie prime rigenerate s’indirizzava su materiali qualitativamente superiori provenienti dal recupero di ritagli nuovi di sartoria, una consistente diversificazione produttiva verso articoli di alta qualità ha portato Prato ad eccellere conquistando una posizione di primato a livello mondiale. Verrebbe voglia di rileggere “Storie della mia gente” di Edoardo Nesi per capire la realtà tessile pratese di ieri e di oggi.

Rifò ha iniziato con prodotti semplici (cappellini, sciarpe, guanti) “per testare il mercato”. E per finanziarsi ha ideato una campagna di crowdfunding, a metà dicembre 2017, che ha generato 290 pre-ordini e 400 prodotti venduti in Italia nell’arco di pochi mesi.

“Nel periodo natalizio le vendite sono andate bene”, racconta Niccolò, “dopo un calo, stanno risalendo grazie anche alle fredde temperature di febbraio e marzo. Il trend che ho osservato al Pitti e alle fiere è verso tessuti sostenibili come il cotone biologico (e forse, in futuro, cotone rigenerato) ed il cashmere rigenerato che sono in forte crescita per il prossimo inverno”.

A condividere gli stessi valori di Rifò sono, per la gran parte, persone vicine a realtà di volontariato o associazionismo, di cultura medio alta, in una fascia di età dai 24 ai 60 anni, a cui piace svolgere attività in natura, che sposano i temi della sostenibilità e del riciclo e che, ovviamente, adorano il cashmere.

Oltre a spingere la sostenibilità ambientale, Rifò guarda anche alla sostenibilità sociale: 2€ per ogni acquisto sono salvati per progetti a scopo sociale. “La nostra aspirazione”, dice Niccolò, “è diventare un brand responsabile e sociale, anche impiegando persone che vivono situazioni di bisogno, continuare a portare avanti lo storico prodotto rigenerato pratese ed innovare un modello di business con strati di sostenibilità”. Rifò sostiene tre iniziative nel territorio: la Fondazione AMI, per il tema dell’allattamento materno; l’Opera Santa Rita, per l’uso della barca a vela come strumento educativo; e Legambiente, per il mantenimento di un rifugio di montagna per le attività didattiche dei bambini.

Rifò si avvale praticamente dell’intera Prato per realizzare un capo in cashmere o lana rigenerati a partire dalla selezione degli scarti. Le aziende locali che contribuiscono a realizzare questi prodotti sono piccole (anche di solo 2 o 3 artigiani), ognuna con decenni di esperienza. Al fine di non generare invenduto la produzione parte solo dopo la ricezione dell’ordine.

La tracciabilità degli scarti viene garantita dalla certificazione GRS (Global Recycle Standard) dei fornitori per la provenienza del cashmere rigenerato (100% “Made in Italy”) e dalle analisi sul filo per verificarne la purezza e lo stato. Inoltre Rifò fa parte dell’ASTRI (Associazione tessile riciclato italiana) e in futuro, dice Niccolò, aspira ad ottenere anche la certificazione di “Fair Trade”.

Per produrre dei capi in cashmere o lana rigenerati prima ci si avvaleva del lavoro dei “cenciaioli” (sempre in vernacolo toscano, coloro che selezionavano e commerciavano i cenci, cioè gli stracci) oggi di aziende specializzate che selezionano per qualità e colore gli scarti per la rigenerazione. “Per ora ci serviamo di queste aziende”, dice Niccolò, “anche se vogliamo creare un ciclo completo interno alla nostra attività”.

Ma essere sostenibili non è sufficiente per vincere sul mercato: Rifò guarda anche alla comunicazione come attività fondamentale basandola sia sull’aspetto visuale, portato avanti su Instagram, sia su quello tattile, in occasione delle fiere, facendo toccare il prodotto e sorprendendo il cliente incredulo del fatto che sia “rigenerato”. Mentre prima si tendeva a non pubblicizzare la presenza di tessuto rigenerato in un capo, adesso può diventarne elemento distintivo ed innovativo.

“Mi sono reso conto di quanti capi di abbigliamento vengano buttati perché invenduti”, dice Niccolò, sottolineando che gli scarti nel tessile non sono costituiti soltanto da capi dismessi, ma derivano anche dalla sovrapproduzione. E dunque Rifò, con i suoi prodotti di qualità, 100% rigenerati, realizzati in Italia e disegnati per durare, si propone anche di andare contro a certe distorsioni del settore dell’abbigliamento, che da un lato stimola al sovraconsumo, dall’altro inevitabilmente sovraproduce.

Uno studio del 2016 di Euromonitor, azienda globale di ricerche di mercato, ci conferma infatti che dal 2000 al 2015 il numero di capi acquistati nel mondo è cresciuto del 100%, da 50 a 100 miliardi di unità, mentre il numero medio di volte che un capo viene indossato è diminuito del 25%.

L’industria della moda è molto inquinante: la Ellen Macarthur Foundation, ente che si occupa di accelerare la transizione verso l’economia circolare, ha stimato che per produrre 1Kg di indumenti di cotone si usano 3Kg di sostanze chimiche e che in generale si utilizzano circa 100 miliardi di m3 di acqua annualmente, equivalenti al 4% del consumo mondiale annuo.

La rigenerazione consente un risparmio di risorse naturali: non vengono utilizzati coloranti durante la produzione perché i filati sono selezionati per colore. La necessità economica che ha contribuito allo sviluppo di questa tecnica nel tempo ha lasciato oggi posto a necessità etiche.

Anche l’Unione Europea, fortemente impegnata nelle politiche ambientali, stima che tra il 2015 e il 2050 le tonnellate di risorse non rinnovabili consumate nel settore passeranno da 98 a 300 milioni; che le quote relative di emissione di CO2 passeranno dal 2% al 26%; che saranno smaltite nell’oceano 22 milioni di tonnellate di microfibre sintetiche. Questo è il quadro con gli attuali modelli di consumo.

Ad oggi, soltanto il 2% dei capi viene riciclato, e solo in Europa circa l’80% del vestiario viene smaltito nelle discariche insieme ai rifiuti domestici.

Il prezzo di un capo tratto da cashmere o lana rigenerati è, comunque, medio alto: ha sì un prezzo più basso del nuovo, ma non troppo perché la rigenerazione richiede tecnica e maestria. Per sostenere i propri prodotti, quindi, è fondamentale per Rifò promuovere e far conoscere il progetto e il valore dello stesso.

Rifò non ha un negozio fisico, ma ha uno spazio espositivo all’interno del negozio del Museo del Tessuto di Prato.

“Infatti è difficile che un cliente compri un nostro capo senza conoscere la nostra storia”, ammette Niccolò; tuttavia, “una volta che il cliente conosce la nostra tradizione e le nostre attività a sostegno dell’ambiente e della società, allora è probabile che si disponga per acquisti. Soprattutto una volta che li tocca con mano rimane affascinato: è usato, è rigenerato… ma è nuovo. Non lo realizza, il filato è nuovo, non è che te ne puoi accorgere al tatto”.

È, dunque, necessario che il progetto sia accompagnato da un’accurata campagna di informazione, e questo è possibile soprattutto durante le fiere. Incontrando le persone, infatti, “Parliamo sia del processo di rigenerazione che della sostenibilità e del cambio di mentalità che serve anche nell’industria della moda”, racconta Niccolò.

Oggi, anche i grandi nomi si stanno adoperando per passare a modelli di business più etici, il che significa non soltanto più attenzione verso l’ambiente, ma anche prevenzione di situazioni di sfruttamento del lavoro (fenomeno di cui si sta occupando anche la Camera della Moda Italiana con il suo impegno sulla sostenibilità).

Il richiamo a partecipare attivamente alla salvaguardia delle risorse ambientali e alla creazione di una società più equa è per tutti.

E in questa direzione, Rifò rappresenta un progetto virtuoso, da seguire con entusiasmo e partecipazione.

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