Quanto costerebbe bonificare l’Europa dalla contaminazione da PFAS (composti poli- e perfluoroalchilici)? E soprattutto: quanto potremmo davvero rimuovere? Le risposte, pubblicate lo scorso 6 luglio sulla rivista scientifica “Environmental Science: Processes and Impacts”, sono sconfortanti: con le migliori tecnologie oggi disponibili riusciremmo a rimuovere appena tra lo 0,02% e il 2% delle emissioni di PFAS e dei loro precursori nell’ambiente dei Paesi UE (esclusi i fluoropolimeri e i gas fluorurati). Una percentuale che scenderebbe al di sotto dell’1% se includessimo anche il TFA (l’acido trifluoroacetico).
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Focus sugli hotspot
La ricerca nasce da una collaborazione avviata anni fa tra il Forever Pollution Project — il consorzio di giornalisti investigativi che ha mappato la contaminazione da PFAS in Europa — e un gruppo di scienziati chiamati a stimare i costi di risanamento ambientale. Pensare di ripulire ogni singola goccia d’acqua o ogni metro quadro di suolo contaminato sarebbe un’impresa titanica fuori dalla nostra portata: per questo la ricerca si è concentrata sugli hotspot già noti (ad esempio aree interessate dalla contaminazione prodotta da impianti chimici produttori di PFAS), i terreni vicino ad aeroporti e basi militari, percolati di discarica, acque potabili, acque reflue e fanghi di depurazione — lasciando fuori dal calcolo molti altri comparti ambientali. Bonifica sì, ma a che prezzo?
La ricerca ha prodotto due modelli previsionali:
- lo scenario “legacy”, ovvero basato sulla rimozione dei soli PFAS a catena lunga emessi in passato, che sono attualmente ampiamente regolamentati in Europa (come PFOA e PFOS);
- e quello “emergent” per tutti i PFAS, inclusi quelli a catena corta e ultra-corta come il TFA.
Nel primo scenario verrebbero impiegate, ad esempio, tecnologie consolidate come il ricorso ai carboni attivi granulari (GAC) per le acque potabili. Viceversa, nell’altro scenario, dovremmo impiegare tecnologie più complesse, come l’osmosi inversa (RO) — efficace ma enormemente energivora e costosa da gestire su vasta scala.
In ogni caso, se ci limitassimo a rimuovere i contaminanti esistenti e le molecole a catena lunga, quest’operazione costerebbe circa 37 miliardi di euro in vent’anni (1,8 miliardi l’anno). Mentre affrontare la totalità delle attuali emissioni (scenario “emergent”) richiederebbe fino a 200 miliardi annui.
Sono cifre da capogiro ed è bene ribadire che non sono inclusi nel conteggio i costi di pulizia delle acque superficiali (fiumi, laghi), delle acque sotterranee (se non quelle usate come fonti di approvvigionamento delle reti acquedottistiche), dei suoli con contaminazione diffusa o non considerati hotspot, delle emissioni industriali dirette in aria o in acqua da parte delle aziende — perché non riconducibili alle bonifiche ma gestibili con misure di controllo alla fonte — degli edifici contaminati, dei sedimenti fluviali e marini e delle discariche prive di sistemi di raccolta del percolato.

Prevenire è meglio che curare, anche coi PFAS
Il quadro che ne emerge è insostenibile, sia dal punto di vista tecnico che economico, come sottolineano gli stessi autori.
Se, a fronte di spese astronomiche, riusciamo a rimuoverne tra lo 0,02% e il 2% delle emissioni di PFAS, è automatica un’ulteriore domanda: dove vanno a finire tutte le altre emissioni, oltre alle acque reflue? È verosimile che un ruolo chiave lo abbiano le emissioni atmosferiche e, considerando gli esiti della ricerca, si tratterebbe di quantità enormi la cui dispersione nell’ambiente è fuori controllo.
Sebbene ci sia ancora molto lavoro da fare nel campo dell’eliminazione graduale dei PFAS – sia in termini di sviluppo e diffusione di alternative, sia per quanto riguarda normative e incentivi – lo studio ci pone di fronte a una verità incontrovertibile: prevenire l’inquinamento da PFAS è di gran lunga più vantaggioso — economicamente, sanitariamente, ambientalmente — rispetto a qualsiasi tentativo di risanamento ambientale.
Non possiamo cullarci nell’illusione di poter eliminare i PFAS dagli alberi, dai laghi, dal vino o dai nostri cereali, indipendentemente da quanto spendiamo. La riduzione deve partire dalla fonte: restrizioni d’uso ed eliminazioni graduali nei contesti in cui non sono insostituibili, ricerca e sviluppo continui e controllo rigoroso delle emissioni dove, per ora, non esistono ancora alternative. Non ha senso investire, in via prioritaria, tempo e risorse per provare a svuotare la vasca mentre il rubinetto è ancora aperto.
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La nuova via giuridica di ClientEarth in Belgio
I numeri sono vertiginosi, ma rischiano di farci perdere di vista l’essenziale: gli inquinanti eterni colpiscono la vita di ognuno di noi, con livelli espositivi che variano in base all’area di residenza o all’occupazione professionale. Un’ampia letteratura scientifica ha già documentato come i PFAS siano una questione intimamente legata alla violazione dei diritti umani. È su questo terreno che l’organizzazione internazionale ClientEarth ha presentato un ricorso contro il Belgio: per il mancato intervento a tutela dei cittadini. Secondo l’ONG, il Belgio è tra i Paesi europei con i livelli più alti di inquinamento da PFAS tra tutti gli Stati europei e le autorità – pur disponendo di molte informazioni su questa contaminazione da anni, in certi casi da decenni – hanno fatto ben poco per tutelare la collettività.
Tra i principali siti belgi colpiti dall’inquinamento figura Zwijndrecht, una cittadina vicina ad Anversa e situata nei pressi dello stabilimento chimico in cui si producevano PFAS della multinazionale 3M. Ma anche Chièvres, in Vallonia vicino al confine francese, dove la contaminazione è stata collegata a una base aerea militare. Oltre a Bruxelles, che risulta anch’essa colpita dalla contaminazione dell’acqua potabile nelle zone di Anderlecht e Uccle.
L’azione legale avanzata lo scorso 8 luglio ha però degli elementi di novità che potrebbero aprire una nuova strada per la giustizia sociale e ambientale. ClientEarth, infatti, ha presentato il proprio ricorso al Comitato europeo dei diritti sociali (ECSR), l’organo di controllo del Consiglio d’Europa incaricato di verificare se gli Stati membri rispettano la Carta sociale europea. Si tratta, secondo gli esperti, del primo ricorso di questo tipo a invocare la Carta sociale europea in relazione all’inquinamento da PFAS.
L’ECSR non può imporre sanzioni economiche, ma le sue decisioni hanno un forte peso politico: uno Stato dichiarato inadempiente è chiamato a riferire al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa sulle misure adottate per conformarsi — una pressione che, in passato, ha spinto governi a modificare leggi e politiche pubbliche. Secondo l’organizzazione, è compito degli Stati tutelare i diritti umani e la salute pubblica, adottando tutte le misure in grado di adempiere a questo dovere. Garantire un biomonitoraggio sistematico della popolazione, in particolare dei gruppi vulnerabili come bambini e donne incinte, avviare le bonifiche ma anche vietare i PFAS sono alcune delle misure governative che, secondo Client Earth, le autorità belghe avrebbero dovuto mettere in atto a tutela della popolazione.
L’ECSR dovrebbe pronunciarsi sull’ammissibilità del reclamo nel 2027, mentre la decisione finale dovrebbe arrivare entro due o tre anni. Se avesse successo, questa strada potrebbe aprire le porte a tante iniziative analoghe in numerose nazioni europee e, perché no, anche in Italia — dove casi gravi e ben documentati in alcune aree del Veneto e del Piemonte attendono ancora risposte governative all’altezza della situazione. Il precedente potrebbe valere molto di più di una singola sentenza e spingerebbe le autorità pubbliche a un repentino cambio di passo nell’affrontare, in modo adeguato, la contaminazione da PFAS e tutte le conseguenze che ne derivano.

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