La Francia prova a costruire il “sistema operativo” del riuso

Con il progetto ReUse, contenitori standardizzati, cauzione e infrastrutture condivise entrano nella grande distribuzione francese. Ma i primi risultati mostrano che, senza volumi, prezzi competitivi e regole vincolanti, il riuso rischia di restare un’alternativa di nicchia

Alessandro Bernardini
Alessandro Bernardini
Nella redazione del progetto di podcasting Sveja, ha scritto per la rivista di letteratura Arti & Mestieri Laspro e per la cooperativa editoriale Carta. Per il quotidiano online Giornalettismo ha tenuto una rubrica settimanale sul conflitto Palestina-Israele. Ha collaborato con Lettera Internazionale e lavorato in Medio Oriente come videomaker. Si occupa di comunicazione, educazione e formazione in ambito formale e non formale per il Terzo Settore. Fa parte dell’area Formazione di A Sud Ecologia e Cooperazione. Autore dei romanzi “La vodka è finita” (Ensemble) e ’“Nonostante febbraio. Morire di lavoro” (Red Star Press)

Immaginiamo la messa in opera di un sistema comunitario di riuso degli imballaggi. Basta una sola azione, facile e immediatamente identificabile: riportare una bottiglia al supermercato. Un gesto semplice che ricorda il reso del latte in vetro di una volta. Se proviamo a uscire dall’immaginario romantico del lattaio che lasciava le bottiglie sull’uscio delle case, oggi  riportare una bottiglia al supermercato significa condividere un sistema che comporta avere contenitori progettati per molti cicli di utilizzo, punti di raccolta accessibili, trasporti coordinati, impianti di selezione e lavaggio e sistemi informatici capaci di seguire i flussi e gestire le cauzioni. 

Serve, soprattutto, che produttori e distributori, spesso concorrenti, accettino di condividere almeno una parte dell’infrastruttura. È questa condivisione che sta alla base del progetto ReUse, promosso in Francia dagli eco-organismi Citeo e Adelphe per portare gli imballaggi riutilizzabili nella grande distribuzione.

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fonte: Canva

La sperimentazione è stata avviata in Bretagna, Normandia, Pays de la Loire e Hauts-de-France, un’area nella quale vivono oltre 16 milioni di persone. Più di 350 punti vendita e decine di marchi hanno messo sugli scaffali bevande e alimenti confezionati in contenitori riutilizzabili.

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Come funziona questo “nuovo” riuso francese?

Il cliente paga una cauzione, tra 10 e 20 centesimi, e la recupera riconsegnando l’imballaggio nelle macchine presenti nei negozi. La novità, ovviamente, non è la bottiglia a rendere, che in Europa ha una storia molto più lunga del packaging usa e getta. L’elemento decisivo è il tentativo di costruire una rete mutualizzata: confezioni, raccolta, logistica e lavaggio non appartengono a una sola marca o a un singolo supermercato, ma possono essere utilizzati da molti operatori.

Il riuso viene così trattato come un’infrastruttura collettiva, non come una collezione di progetti isolati. Al centro del sistema ci sono gli imballaggi standardizzati “R-Cœur”, le cui specifiche sono messe a disposizione degli operatori. L’obiettivo è che costituiscano la parte prevalente del parco di contenitori. Forme e dimensioni comuni rendono più semplici il riconoscimento automatico, lo stoccaggio, il trasporto, il lavaggio e il successivo riempimento. Le imprese possono continuare a utilizzare confezioni proprietarie e riconoscibili, ma lo standard crea la base industriale necessaria per contenere i costi. È lo stesso principio che ha permesso a pallet e container di circolare tra imprese diverse: limitare la varietà dove non produce valore e mantenere la differenziazione dove è davvero utile.

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Dal progetto pilota alla grande distribuzione

Secondo la Ellen MacArthur Foundation, ReUse rappresenta uno dei tentativi più ambiziosi di portare il packaging riutilizzabile su larga scala nel settore della grande distribuzione. La crescita del numero di prodotti disponibili indica che una parte delle imprese è disposta a sperimentare. Anche la risposta dei consumatori appare positiva nei punti vendita nei quali il sistema è ben visibile, semplice da utilizzare e accompagnato da un’offerta sufficientemente ampia.

Ma il dato decisivo non è il numero di confezioni vendute. È il numero di contenitori che ritornano effettivamente nel circuito. Perché il riuso produca benefici ambientali, infatti, un imballaggio deve compiere un numero sufficiente di rotazioni.

Se una bottiglia più resistente e più pesante viene abbandonata dopo il primo utilizzo, l’energia impiegata per produrla e gli impatti del trasporto possono ridurre, o persino annullare, i vantaggi rispetto al monouso. 

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La criticità: la distanza tra il progetto e gli scaffali

È proprio sulla distanza tra il progetto teorico e quello realmente incontrato dai consumatori che si concentra l’analisi di Zero Waste France. L’associazione ha visitato decine di supermercati e ipermercati coinvolti nella sperimentazione, rilevando una forte disomogeneità tra i diversi punti vendita.

In alcuni negozi i prodotti riutilizzabili risultavano difficili da trovare o del tutto assenti, nonostante il punto vendita fosse indicato tra quelli aderenti. In molti casi mancavano informazioni chiare sul funzionamento della cauzione e le macchine per la restituzione erano poco visibili. 

Un sistema di riuso può funzionare soltanto se il consumatore comprende immediatamente cosa deve fare, quanto paga, dove può restituire il contenitore e come recupera il deposito. Ogni passaggio aggiuntivo riduce la probabilità che l’imballaggio ritorni. La comodità, nel modello usa e getta, è incorporata nel sistema: si acquista, si utilizza e si getta. Il riuso deve quindi competere non solo sul piano ambientale, ma anche sul piano della semplicità.

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Quando il riuso diventa un prodotto premium

C’è poi la questione del prezzo (e di classe). L’indagine di Zero Waste France ha rilevato, per diversi prodotti, differenze significative tra le confezioni riutilizzabili e le equivalenti confezioni monouso, anche escludendo il valore della cauzione. La storia è più o meno sempre la stessa: si mette in condizione di “sperimentare” solo chi ha maggiori disponibilità economiche. È la sempiterna critica rivolta ai modelli della transizione ecologica che però nasconde la vera problematica: il modello capitalistico di consumo usa e getta, e la tendenza del mercato a spingere fortemente per il monouso. In queste condizioni il riuso non viene presentato come la nuova normalità, ma come un’alternativa ecologica di fascia alta, una nicchia premium con forte motivazione, mentre la produzione di massa continua a seguire il modello precedente.

Il paradosso della massa critica

Il progetto ReUse è abbastanza grande da produrre dati reali, ma ancora troppo circoscritto e discontinuo per modificare stabilmente le abitudini di acquisto. Qui emerge il principale paradosso del riuso: per diventare conveniente ha bisogno di grandi volumi. Ma per raggiungere grandi volumi deve essere già semplice, diffuso e conveniente.

La standardizzazione funziona se un numero elevato di produttori adotta gli stessi formati. Le macchine per la restituzione sono più facilmente ammortizzabili quando vengono utilizzate con continuità. Senza una massa critica e un quadro normativo condiviso che possa accelerare questa trasformazione, i costi restano elevati. Ma senza investimenti iniziali, obblighi comuni e adeguati incentivi economici, per ogni singola impresa può risultare più semplice continuare a utilizzare imballaggi monouso.

Il ruolo delle regole pubbliche

Il quadro normativo, quindi, può accelerare o frenare questa trasformazione. La legge francese contro gli sprechi, la loi AGEC, ha fissato obiettivi specifici per il riutilizzo degli imballaggi e per la progressiva riduzione della plastica monouso. Anche il nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio riconosce che riciclo e riuso non sono sinonimi. 

Il ritorno del vuoto, insomma, non dipenderà dalla nostalgia per le bottiglie di una volta, ma da filiere ben organizzate e tassi di ritorno elevati, in modo da mantenere lo stesso contenitore in circolazione permettendo di prevenire rifiuti e consumo di risorse alla fonte.

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