Regolamento imballaggi e PFAS: la norma è giusta, ma i metodi di misura reggono davvero?

Tre limiti tecnici che riguardano la misurazione dei PFAS configurano uno scenario in cui la stessa norma che li vieta negli imballaggi potrebbe, in alcuni casi, non essere in grado di verificarne il rispetto con sufficiente affidabilità

Giuseppe Ungherese
Giuseppe Ungherese
Laureato in Scienze naturali e dottore di ricerca in Etologia ed Ecologia animale, con una specializzazione in ecotossicologia. Lavorando nel non profit, negli ultimi quindici anni ha messo le proprie competenze al servizio del bene comune - proteggere la salute, riscrivere normative ambientali nazionali ed europee, negoziare accordi internazionali e contribuire a condanne storiche per disastri ambientali. Il suo lavoro si concentra sulla transizione verso la sostenibilità, all'intersezione tra ambiente e giustizia sociale. Autore di decine di report e pubblicazioni scientifiche, ha scritto anche i volumi "Non tutto il mare è perduto" (Casti Editore, 2022) e "PFAS. Gli inquinanti eterni e invisibili nell'acqua" (Altreconomia, 2024)

Oggi, 12 agosto 2026, è una data cerchiata in rosso per molte aziende e addetti ai lavori: entrerà infatti in vigore il Regolamento Imballaggi, il PPWR (Packaging and Packaging Waste Regulation). Come EconomiaCircolare.com ha raccontato, alcune norme si applicheranno sin da subito, tra cui il divieto di utilizzo dei PFAS (composti poli- e perfluoroalchilici) negli imballaggi a contatto con gli alimenti. La logica è quella giusta: introdurre divieti che riducano l’inquinamento all’origine, favorendo l’adozione di alternative più sicure in tutti i settori in cui sono già disponibili — e il packaging è uno di questi.

Il divieto ridurrà il rischio di migrazione di queste sostanze dal contenitore all’alimento, un problema documentato ma molto poco noto al consumatore finale. Ma c’è una seconda ricaduta positiva, meno ovvia e altrettanto importante: migliorerà la qualità della materia prima seconda. Finché i PFAS sono presenti negli imballaggi, finiscono nel materiale riciclato, alimentando un circolo tossico pressoché infinito — data la loro incapacità di degradarsi — che la circolarità dei materiali rischia paradossalmente di perpetuare anziché interrompere.

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Le responsabilità dei fabbricanti e i nuovi limiti

Le linee guida della Commissione pubblicate nei mesi scorsi hanno chiarito come si applicherà il PPWR e quali saranno i livelli massimi di concentrazione consentiti per i PFAS. I fabbricanti sono responsabili di effettuare — o far effettuare — le valutazioni necessarie a redigere la documentazione tecnica che dimostri la conformità ai limiti previsti. La Commissione chiarisce che i fabbricanti sono “una persona fisica o giuridica che faccia progettare o fabbricare imballaggi o prodotti imballati con il proprio nome o marchio commerciale, indipendentemente dal fatto che sugli imballaggi o sui prodotti imballati sia visibile qualsiasi altro marchio commerciale […]”.

I nuovi limiti si applicano all’unità di imballaggio nel suo complesso, senza distinzioni tra inchiostri, vernici, colle e adesivi. E — punto cruciale — la restrizione non distingue tra PFAS aggiunti intenzionalmente e PFAS presenti come contaminanti: si applica in modo indistinto, indipendentemente dall’origine degli inquinanti.

 

Ma quali sono i limiti? Il regolamento PPWR ne identifica tre, ciascuno con una logica e uno strumento analitico diverso:

  • 25 ppb (parti per miliardo o microgrammi per chilo): concentrazione massima consentita per qualsiasi singola molecola di PFAS, misurata tramite analisi mirata. Sono esclusi da questo conteggio i PFAS polimerici come il teflon;
  • 250 ppb (parti per miliardo o microgrammi per chilo): valore limite per la somma di tutti i PFAS misurati singolarmente tramite analisi mirata, includendo nei casi applicabili la degradazione preliminare dei precursori. Anche qui sono esclusi i PFAS polimerici;
  • 50 ppm (parti per milione o milligrammi per chilo): limite per i PFAS totali, inclusi i PFAS polimerici. Questo valore limite viene quantificato come fluoro totale.

Perché tre valori limite distinti? La loro presenza è un indice inequivocabile della complessità del problema. Nessuno sa con certezza quante siano le molecole che appartengono al gruppo dei PFAS: alcune stime ne contano oltre 4.700, altre superano i 10.000 e talune ne identificano milioni. E non tutte le sostanze possono essere misurate singolarmente: alcune sono sconosciute, altre protette da brevetto, rendendo difficile per i laboratori ottenere gli standard analitici necessari alla loro quantificazione. Tre limiti, dunque, per coprire tre livelli di conoscenza analitica.

PFAS
Foto: Canva

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Quando il fluoro totale supera la soglia: la prima zona grigia

Alcune incertezze riguardano la gestione del caso in cui il parametro del fluoro totale — con cui si quantificano tutti i PFAS, inclusi i polimerici — superi il valore soglia di 50 mg/kg (o 50 ppm). In quel caso, il fabbricante deve ricorrere a metodi come la pirolisi GC/MS (Gas Cromatografia abbinata a Spettrometria di Massa) per stabilire se il fluoro totale misurato sia di origine organica — e quindi PFAS — oppure inorganica.

Qui appare la prima zona grigia, contenuta nelle stesse linee guida della Commissione: “Se il fluoro organico è inferiore a 50 mg/kg, il campione potrebbe essere considerato conforme“. Quel “potrebbe” non è una garanzia: lascia spazio a interpretazioni molto ampie e introduce un margine di incertezza legale che, in sede di verifica, potrebbe creare contenziosi tra fabbricanti e autorità di controllo.

La pirolisi GC/MS: tecnica risolutiva o nuovo problema?

Qui si entra nel punto più tecnico — e più critico — dell’intera normativa. La quantificazione del fluoro totale può produrre falsi positivi: la presenza di cariche minerali o di composti organofluorurati che non sono PFAS può sovrastimare i livelli di contaminazione. Per questo si ricorre alla pirolisi come seconda prova analitica. Ma la tecnica, riconosciuta problematica per queste analisi da alcuni dei principali laboratori privati internazionali, presenta tre limiti strutturali finora irrisolti.

Il primo — e forse il più grave — è la mancanza di metodi armonizzati. In assenza di standard di riferimento condivisi, ogni laboratorio può ottenere risultati non riproducibili, mettendo a serio rischio la comparabilità delle analisi e, di conseguenza, la certezza giuridica della conformità.

Il secondo è la sottostima dei PFAS polimerici. La frammentazione parziale di queste molecole durante la pirolisi può portare a una quantificazione per difetto, con il rischio che campioni non conformi vengano dichiarati conformi. Il terzo è il “rumore di fondo” delle plastiche. Le materie plastiche presenti nell’imballaggio possono interferire con la misura, compromettendo la corretta quantificazione dei PFAS.

Questi tre limiti tecnici, messi insieme, configurano uno scenario in cui la stessa norma che vieta i PFAS negli imballaggi potrebbe, in alcuni casi, non essere in grado di verificarne il rispetto con sufficiente affidabilità. Non è un dettaglio trascurabile.

Capsule cialde compostabili PPWR imballaggi
Fonte: Biorepack

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Una direzione giusta, con qualche dettaglio (analitico) da sistemare

Al netto di queste lacune analitiche — che potrebbero presto portare a una revisione delle linee guida sulla quantificazione dei PFAS totali e del fluoro organico — la direzione tracciata dal Regolamento imballaggi è quella giusta. Vietare i PFAS nel packaging alimentare significa agire su una delle tante fonti di esposizione quotidiana a queste sostanze; significa produrre materiale riciclato più pulito; significa, nel tempo, ridurre la quantità di inquinanti eterni che entrano nella catena alimentare e nell’ambiente.

Come abbiamo già visto, i PFAS sono ovunque — nell’acqua potabile, nel sangue umano, nella pioggia — e rimuoverli, una volta dispersi nell’ambiente, è pressoché impossibile. Ogni norma che ne riduca l’immissione alla fonte vale molto di più di qualsiasi tecnologia di bonifica. Il PPWR è un passo giusto in questa direzione. Perché sia anche un passo efficace, i metodi di misura devono essere all’altezza della norma che li richiede.

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