Ve lo ricordate il “Mangiaplastica”? Si tratta del programma sperimentale, denominato appunto Mangiaplastica, finanziato dal decreto legislativo n°111 del 2019 con un fondo di 41 milioni di euro, istituito presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), volto all’acquisto e all’installazione, da parte dei Comuni, di eco-compattatori per la raccolta selettiva delle bottiglie in PET, utili al riciclo “bottle to bottle” e agli obiettivi dell’economia circolare. Dal 2021 (anno di entrata in vigore del dl) al 2024 sono state ammesse 1620 istanze di accesso ai fondi: un evidente segno di successo per la misura o, perlomeno, di interesse da parte delle amministrazione comunali.
Ma, come ha accertato la Corte dei conti, finora sono emerse criticità procedurali nell’attuazione, soprattutto legate ai tempi di erogazione degli acconti e alla rendicontazione da parte degli enti locali. È quanto emerge dall’analisi sul fondo, approvata con la delibera n° 2/2026 della Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei conti, dalla quale risulta concluso il solo primo sportello, riferito al 2021, con un tasso di realizzazione del 77,5%.
Nell’ampia analisi dei magistrati contabili, lunga ben 118 pagine, vengono messi sotto esame i dati forniti dal MASE, viene spiegato il senso della misura governativa (elaborata dal governo Draghi e attuata dal governo Meloni), vengono suggerite le soluzioni per superare le criticità fin qui emerse. Una di queste soluzioni per la raccolta della plastica attraverso gli incentivi, in realtà, non viene indicata dalla Corte dei conti seppur sia già esistente e pronta all’uso: si tratta del deposito su cauzione. Lo ricorda da anni la campagna nazionale “A buon rendere”, attraverso una costante advocacy che ha portato, dopo sondaggi e studi, alla formazione di tre proposte di legge per l’introduzione di un deposito cauzionale anche nel nostro Paese.
“L’esito dell’indagine della Corte dei Conti era altamente prevedibile e come campagna è ciò che sosteniamo da quattro anni – afferma Silvia Ricci, che fa parte del coordinamento della campagna A buon rendere – I sistemi di raccolta incentivante che non possono contare sull’elemento del deposito, che rende il sistema performante come intercettazione, e sull’obbligarietà di un sistema nazionale non funzionano. Non esiste un solo Paese che abbia investito soldi pubblici in un sistema simile che non si ferma all’acquisto delle macchine ma che deve essere economicamente sostenibile nel tempo, condizione attualmente irrealizzabile da noi. In Spagna l’organizzazione per la responsabilità estesa del produttore che ha lanciato Reciclos, un sistema simile a quello italiano e che risale a sei anni fa, lo ha chiuso definitivamente e in sordina a fine 2025 senza avere pubblicato alcun dato. Secondo l’ong spagnola Retorna – che promuove da moltissimo tempo un sistema cauzionale nel paese– il progetto è stato lanciato per ritardare un probabile avvio di un sistema di deposito nazionale”.
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Cosa prevede il Mangiaplastica
Al programma Mangiaplastica il MASE ha dedicato una pagina ad hoc sul proprio sito (qui). Dove però non sono chiari gli scopi della misura. A tale pecca sopperisce la Corte dei conti all’inizio della relazione. Viene ricordato che il fondo per il programma sperimentale Mangiaplastica è stato istituito presso il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, come accennavamo, dal decreto legge del 2019, ed era destinato ai Comuni per l’acquisto e l’installazione di eco-compattatori per la raccolta selettiva bottiglie in PET per bevande, capaci di riconoscerle, ridurne il volume e favorirne il riciclo “bottle to bottle” – cioè le bottiglie raccolte vengono trasformate in nuove bottiglie pronte all’uso.
La misura italiana si colloca nel quadro generale delle iniziative del piano per l’economia circolare dell’Unione Europea, e soprattutto è il tentativo di dare seguito alla direttiva SUP che prevede specifici obiettivi di riciclo e di impiego del PET riciclato (“RPET”). “Di qui – scrive la Corte – la necessità, per raggiungere gli obiettivi europei, di implementare tanto la raccolta quanto il riciclo delle bottiglie per bevande in PET, attraverso il potenziamento di una rete, quanto più capillare su tutto il territorio nazionale, per la raccolta selettiva delle sole bottiglie in PET certificate per il food contact, affiancandosi ai progetti gestiti direttamente dai sistemi di responsabilità estesa del produttore (così come previsto dal d.lgs. n. 152/2006), questi ultimi oggetto anche di progettualità finanziate con fondi PNRR”.

La dotazione iniziale del decreto legislativo del 2019 era di 27 milioni di euro, integrata con le successive leggi di bilancio di ulteriori 6 milioni per il 2023 e di altri 8 milioni per il 2024, fino ad arrivare appunto ai circa 41 milioni di euro complessivi. In seguito il decreto ministeriale n°360 del 2 settembre 2021 ha stabilito i criteri e le modalità di utilizzo del fondo. E, siccome il provvedimento è giunto in forte ritardo rispetto a quanto atteso, i fondi sono stati spalmati sugli anni dal 2021 al 2024, invece dei previsti sei anni iniziali. Ed è dunque su questo nuovo arco temporale che si è concentrata l’analisi dei magistrati contabili.
“I Comuni che ne beneficiano – scrive ancora la Corte dei Conti – sono tenuti a mantenere gli eco-compattatori a disposizione del pubblico per almeno tre anni e a fornire al MASE i dati annuali sull’efficacia e sostenibilità del sistema, per valutarne i risultati e i benefici ambientali. È prevista l’erogazione di un finanziamento a fondo perduto ai Comuni, per l’acquisto di eco-compattatori, limitatamente a 15mila euro per l’acquisto di macchinari di capacità media e a 30mila euro per l’acquisto di quelli ad alta capacità. I Comuni con meno di 100mila abitanti possono presentare una sola richiesta per un eco-compattatore, mentre quelli con oltre 100mila abitanti possono richiedere un eco-compattatore ogni 100mila abitanti, per ciascuna delle categorie di capacità”.
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Rinunce e revoche del Mangiaplastica (e come superarle)
L’indagine della Corte dei conti è partita a seguito della chiusura degli sportelli annuali previsti dal programma Mangiaplastica, allo scopo di analizzarne lo stato di attuazione e i risultati ottenuti rispetto a quelli attesi. I magistrati contabili si sono avvalsi di fonti aperte, documentali e di dati, disponibili in rete, nonché dei documenti e delle informazioni acquisite nel corso dell’istruttoria e nel corso di plurime audizioni. Va ricordato, in ogni caso, che il supporto operativo per la gestione del programma, sotto il profilo procedurale, è stato fornito da Invitalia.
Come accennavamo, e come la stessa Corte riconosce, “il programma ha trovato un buon accoglimento a livello nazionale, come è testimoniato dall’esaurimento, nella fase di apertura degli sportelli, dei 41 milioni di euro di risorse finanziarie stanziate e dalle 1.620 istanze complessivamente ammesse nei quattro sportelli”. Tuttavia le complessità sono sorte immediatamente sul piano finanziario, dato che il Mangiaplastica ha risentito sin da subito di un ritardo originario, legato all’avvio nel terzo esercizio successivo alla costituzione del fondo con un’ulteriore dilatazione dei tempi di attuazione dovuta sia alle disponibilità di cassa dell’amministrazione che alla tardiva rendicontazione dei soggetti attuatori.
“Le numerose revoche e rinunce – si legge nel documento – hanno liberato risorse per circa 2,8 milioni di euro (pari al 7% del programma), non riallocate nonostante la presenza di istanze ammissibili rimaste escluse per esaurimento dei finanziamenti. In prospettiva, sulla base dei dati, seppur parziali, disponibili, il tasso di attuazione dei restanti sportelli (2022-2024) si attesterebbe su valori oltre l’80%. Il carattere disomogeneo delle informazioni trasmesse da una parte dei Comuni beneficiari rende complessa la valutazione d’insieme degli effetti del programma, con conseguente necessario rafforzamento dei sistemi di raccolta e analisi dei dati, anche al fine di collocare i risultati nel quadro più ampio della programmazione della raccolta differenziata della plastica, in coerenza con gli obiettivi della direttiva SUP del 2019. La raccolta selettiva del PET costituisce, infatti, uno strumento complementare, il cui apporto risulta, allo stato, non determinante ai fini della raccolta differenziata”.
La sintesi, insomma, è che il programma Mangiaplastica è sembrata più una misura a sé stante, piuttosto che parte integrante di una strategia complessiva sull’economia circolare. Lo riconosce la stessa Corte dei conti quando scrive che “difficilmente stimabile è anche il contributo del programma alla costruzione di una filiera diffusa del riciclo del PET, che richiede il coinvolgimento degli utilizzatori finali, poiché i quantitativi raccolti dipendono dall’effettivo utilizzo dei macchinari e dal livello di sensibilizzazione degli utenti; per i Comuni, invece, i benefici economici, influenzati da fattori di mercato, possono non compensare i costi di gestione e manutenzione, solo in parte prevedibili”.
Ecco perché la Corte dei conti ha suggerito di affiancare all’installazione degli eco-compattatori campagne informative e sistemi di incentivazione, coordinati con le altre iniziative in corso, in una visione strategica volta a ridurre i divari territoriali, considerando che oltre l’80% delle istanze ammesse riguarda Comuni del Centro e Sud/Isole, dove la raccolta differenziata è ancora meno sviluppata, specie nelle grandi città.
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L’importanza del deposito su cauzione
C’è da ammettere che di fronte a un settore così complesso e stratificato come quello della gestione della plastica, i suggerimenti dei magistrati contabili che “ancora” insistono su informazione e moral suasion appaiono limitanti. Soprattutto considerando la crisi che da almeno un anno si registra nel riciclo, di cui abbiamo raccontato ampiamente nel nostro giornale. D’altra parte, i fondi messi a disposizione dal governo con il programma Mangiaplastica sono una goccia nell’oceano: il fatto che i Comuni siano accorsi così in massa per uno stanziamento di 41 milioni di euro in tre anni fa comprendere che servirebbero ben altre cifre. E allo stesso tempo ricorrere in maniera estesa alle “macchinette mangiaplastica” rischia di lasciare i Comuni in ostaggio dei ritardi e delle chiusure degli impianti locali di riciclo, come è già accaduto a fine 2025 in Sardegna e in Sicilia.

Infine va registrata una mancata sottolineatura non di poco conto (perdonate il gioco di parole): in un sistema dove va diffondendosi sempre più la responsabilità estesa del produttore appare anacronistico continuare a insistere sull’uso di fondi pubblici per raggiungere obiettivi che dovrebbero essere in carico ai sistemi EPR. Ancora una volta, dunque, è utile guardare altrove.
“Se sono stati implementati 19 sistemi di deposito cauzionale in Europa (calcolando il Portogallo che partirà il prossimo aprile) con un’accelerazione nell’ultimo quinquennio è perché non è possibile raggiungere in altro modo l’obiettivo del 90% di intercettazione al 2029 stabilito dalla direttiva SUP – afferma Enzo Favoino, che fa parte del coordinamento della campagna A buon rendere – Questa consapevolezza si sta finalmente diffondendo nel nostro Paese: in Parlamento con le tre proposte di legge per un sistema cauzionale e anche tra i consorzi. In particolare Coripet che gestisce da anni un sistema incentivante con oltre 1800 eco-compattatori installati ha affermato a più riprese che sebbene la qualità del PET sia ottima, le quantità sono assolutamente marginali rispetto all’immesso al consumo, e non in grado di fare conseguire al Paese gli obiettivi UE”.
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