Il giornalismo non è soltanto racconto della cronaca ma a volte, se è capace di leggere i fenomeni complessi che ribollono sotto la superficie del quotidiano, può anche anticipare le tendenze future. È il caso del deep sea mining, l’estrazione mineraria in acque profonde, il tema al quale dedichiamo questo Speciale.
Dall’inizio del 2026 si parla quasi incessantemente della Groenlandia, l’isola più grande del mondo alle porte dell’Artico, sulla quale il presidente Donald Trump ha esplicitamente dichiarato di volerla annettere agli Stati Uniti. Tra i motivi, come è noto, c’è anche l’enorme quantità di materie prime critiche – i minerali e i metalli essenziali per il settore energetico (specie le rinnovabili), digitale e legato alla difesa. Alcune analisi indicano addirittura che in Groenlandia ci sarebbe il secondo più grande giacimento di terre rare al mondo, dopo la Cina.
Lo scioglimento dei ghiacciai, dovuto al riscaldamento globale, ha d’altra parte aumentato gli appetiti delle industrie estrattive. E più in generale è proprio nelle acque profonde – mari e soprattutto oceani – che si sta concentrando la ricerca delle risorse naturali. Vale la pena ricordare che il nostro pianeta è coperto per circa il 71% da oceani, che rappresentano oltre il 97% dell’acqua terrestre, e il “mare profondo” (cioè quello che va oltre i 200 metri) copre più del 65% della superficie terrestre, ospitando il 95% della biosfera globale.
Si intuisce, quindi, che si tratta di equilibri vitali e fragilissimi. Ecco perché al tema del deep sea mining abbiamo dedicato – e continueremo a farlo – parecchie attenzioni. Diversi sono i punti di interesse: dalle norme di diritto internazionale che stanno provando a regolare l’estrazione in acque profonde (proprio in un momento storico in cui il diritto internazionale viene continuamente calpestato) agli interessi nazionali degli Stati Uniti (che proprio su questo fronte hanno cominciato a mostrare la china autoritaria che hanno assunto) fino ad arrivare alle volontà italiane, al momento tenute sotto traccia ma piuttosto evidenti.
Come sempre, nell’augurarvi buona lettura ne approfittiamo per rinnovare l’invito a inoltrarci spunti, contributi e critiche.
Andrea Turco
AGGIORNAMENTO DELL’11 GIUGNO 2026
Intanto gli USA non vogliono più attendere le risoluzioni ONU
Con la corsa alle materie prime critiche che accelera, e con gli Stati Uniti ormai “fuori controllo” e con la deliberata intenzione di sabotare buona parte degli accordi internazionali, non sorprende che proprio gli USA guidati da Donald Trump potrebbero dare lo scossone all’equilibrio molto instabile che finora ha impedito le estrazioni minerarie in acque profonde.
La società canadese The Metals Company, come riportato da un articolo di The Conversation, ha presentato negli scorsi anni una domanda al governo USA per cercare minerali e metalli critici nell’Oceano Pacifico. In un primo momento la domanda riguardava la possibilità di esplorare circa 25.000 chilometri quadrati di fondali marini, una quota che è stata poi addirittura estesa a 65.000 chilometri quadrati.
Da parte propria la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), ente giuridico statunitense, ha dato il primo ok. Dando seguito a quanto esplicitamente stabilito dal presidente Trump nell’aprile 2025. I prossimi passi prevedono la consultazione pubblica sulla bozza di dichiarazione di impatto ambientale. La società canadese si è già sbilanciata: in una dichiarazione rivolta ai propri azionisti ha detto che l’estrazione dai fondali marini dell’Oceano Pacifico potrebbe partire entro il primo trimestre del 2027.
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