Rigenerato, ricondizionato, second hand, AEE: sono alcune delle parole maggiormente ricorrenti su EconomiaCircolare.com e non solo come termini astratti. Da sempre proviamo a raccontare anche chi dà vero valore a tutto ciò, chi ne mette in pratica i principi e chi, in un quartiere circolare, avrebbe sicuramente la cittadinanza onoraria. Tra le realtà che non si limitano a vendere un oggetto “da bollino verde”, ma costruiscono parte di un ecosistema di valori che intreccia sostenibilità ambientale, dignità del lavoro ed impatto sociale non può certamente mancare Reware, cooperativa ed impresa sociale romana che ha fatto del ricondizionamento di computer una vera e propria missione. Tuttavia, per capire davvero cosa sia Reware, non basta visitare il loro e-commerce o il punto vendita a Roma, ma è necessario ascoltare la storia e la visione di chi l’ha creata, come ho avuto modo di fare in una lunga ed illuminante chiacchierata con Nicolas Denis, presidente e co-fondatore della cooperativa.
Oltre il ricondizionato: la nascita di un’impresa sociale
Reware non nasce come una semplice startup a caccia del trend del momento: le sue radici affondano in un’esperienza precedente, una cooperativa chiamata “Binario etico” che si occupava di tecnologia e questioni etiche a 360 gradi, dal software libero alla privacy, dall’accesso ai saperi alla sicurezza per attivisti e giornalisti. Un’attività vasta, ma economicamente precaria, spesso legata alla volatilità dei finanziamenti e dei progetti a termine. Da quella riflessione, è nata l’idea di focalizzarsi su un modello di business che fosse anche economicamente sostenibile nel tempo, ovviamente senza tradire i valori fondanti e la scelta è così ricaduta sul ricondizionamento. Tuttavia l’approccio non è mai stato puramente commerciale.
Reware è infatti una Società Cooperativa e Impresa Sociale, priva di scopo di lucro. Come mi spiega Nicolas, loro stessi si definiscono “lavorattivisti“, un neologismo che fonde la figura del lavoratore con quella dell’attivista. “Siamo molto legati all’ideale cooperativo”, sottolinea, che si traduce in una struttura orizzontale dove tutti i lavoratori (oggi nove persone) percepiscono la stessa retribuzione oraria − inclusi gli ultimi entrati − e le decisioni vengono prese collettivamente.

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Il modello cooperativo: lavorare senza padroni e con dignità
La scelta della forma cooperativa non è un dettaglio, ma il cuore del progetto: significa “lavorare senza padroni”, rifiutando i modelli di estrazione del valore tipici di molte aziende anche del settore. Così, tra gli obiettivi perseguiti, non vi è la massimizzazione del profitto ma il tentativo di garantire una “buona qualità della vita” a chi è all’interno di Reware mettendo in campo ogni strumento possibile. Una delle conquiste della quale vanno più orgogliosi − ci raccontano − ad esempio, è il passaggio dal contratto nazionale delle cooperative a quello, ben più tutelante, dei metalmeccanici (CCNL).
Questa filosofia si scontra frontalmente con la logica imperante nel mondo del tech. Nicolas è molto chiaro: “non diventeremo ricchi, ma viviamo più sereni”, ma è una scelta consapevole di anteporre la sostenibilità ambientale, sociale ed economica del proprio lavoro alla crescita a tutti i costi.
Tutto ciò in un quadro − ci spiega − completamente diverso a livello mondiale. “Esiste un universo di grossisti internazionali che trattano i computer da ricondizionare non in unità, ma in container, incontrandosi in lussuosi hotel a Malta o Dubai. Un mondo dove alcuni giganti del settore non esitano a delocalizzare la produzione per sfruttare manodopera a basso costo”.
Sono prodotti ricondizionati? Assolutamente sì, ma senza una garanzia di sostenibilità sociale. Scegliere una realtà come Reware, invece, significa supportare un modello che tiene insieme tutte le dimensioni della sostenibilità.

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Computer aziendali: la materia prima seconda di qualità
Entriamo nel vivo del loro lavoro e iniziamo a indagare sul dietro le quinte: da dove arrivano i computer che Reware rimette in circolo? La risposta è un altro pilastro della loro strategia: le dismissioni aziendali. Reware si concentra quasi esclusivamente su computer di linea “business” o “professional”, per tre motivi fondamentali.
Il primo è la standardizzazione: ritirare lotti di macchine identiche o simili fra loro semplifica enormemente il processo di diagnosi, riparazione ed approvvigionamento dei ricambi.
Il secondo è legato ad una dinamica fiscale dell’imprenditoria: le aziende spesso sostituiscono i loro parchi macchine non perché siano obsoleti o rotti, ma per ragioni di ammortamento a bilancio. Un bene informatico dopo pochi anni viene quindi completamente ammortizzato e, per ragioni fiscali e di performance, può convenire sostituirlo. Questo genera un flusso costante di dispositivi di alta qualità con ancora un enorme “valore d’uso residuo”.
Il terzo − e forse più importante − motivo è la qualità costruttiva: i computer aziendali sono progettati per durare, essere affidabili e, soprattutto, riparabili. A differenza dei prodotti “consumer” da centro commerciale, spesso assemblati con plastiche di bassa qualità, componenti saldate e colla ovunque, le macchine professionali sono pensate per essere aperte, aggiornate e manutenute. Questo si allinea perfettamente con la battaglia per il diritto alla riparazione, di cui Reware è fiera sostenitrice, facendo parte della coalizione europea “Right to Repair”.
Purtroppo, però, in Italia il numero delle aziende che collaborano con realtà come Reware non è ancora sufficiente a garantire minimamente le quantità necessarie e una buona parte dei dispositivi rigenerati arrivano dall’acquisto tramite broker-grossisti europei.
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Distinguersi nel mercato: indipendenza dalle piattaforme e valore umano
Oggi il mercato del ricondizionato è dominato da grandi piattaforme, alcune delle quali non si occupano di rigenerazione, ma fungono solo da intermediari, trattenendo commissioni importanti. Reware ha scelto di non essere presente in questi sistemi e di percorrere una strada diversa: grazie ad un lavoro attento sulla comunicazione, all’attenzione ottenuta da diverse testate giornalistiche nazionali e la capacità di sfruttare gli strumenti promozionali online, sono riusciti a costruire un proprio canale di vendita diretto, sia online che nel negozio fisico. Questo permette loro di mantenere i prezzi competitivi e, soprattutto, di non dipendere da fluttuazioni e decisioni di terzi.
Per Nicolas rimarcare la qualità del servizio è fondamentale e, infatti, sottolinea come oggi la cooperativa possa offrire spedizione gratuita, 12 mesi di garanzia e 30 giorni per il reso gratuito, ma soprattutto un rapporto umano, coltivando letteralmente il rapporto con il cliente. “Rispondiamo al telefono”, dice, una frase semplice ma rivoluzionaria nell’era dei chatbot e dell’assistenza clienti disumanizzata.
Chi si rivolge a Reware non cerca solo un prezzo basso, ma una consulenza, tant’è che, spesso, alle richieste dei potenziali clienti viene risposto con un’ulteriore domanda fondamentale ovverosia “Col nuovo computer, che ci devi fare?”, tutto ciò per offrire il prodotto più adatto alle reali esigenze, e non semplicemente quello più costoso.

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