L’Italia che ripara: la storia di Guglielmo Ricci, l’artigiano che dal 1979 ridà vita all’elettronica

Dal 1979 Guglielmo Ricci si dedica alla riparazione dell'elettronica "bruna", cioè tutto ciò che riguarda il comparto audio-video. Storie come la sua ci insegnano l'importanza della riparazione e della resilienza in un deserto che avanza. "Il migliore incentivo? Mettere il 5% di IVA sulle riparazioni, e il resto poi verrà da sè"

Letizia Palmisano
Letizia Palmisanohttps://www.letiziapalmisano.it/
Giornalista ambientale 2.0, spazia dal giornalismo alla consulenza nella comunicazione social. Vincitrice nel 2018 ai Macchianera Internet Awards del Premio Speciale ENEL per l'impegno nella divulgazione dei temi legati all’economia circolare. Co-ideatrice, con Pressplay e Triboo-GreenStyle del premio Top Green Influencer. Co-fondatrice della FIMA, è nel comitato del Green Drop Award, premio collaterale della Mostra del cinema di Venezia. Moderatrice e speaker in molteplici eventi, svolge, inoltre, attività di formazione sulle materie legate al web 2.0 e sulla comunicazione ambientale.

C’è un’Italia che ripara, che smonta e che salda. Un’Italia che recupera valore dove altri vedono solo rifiuti e che conosce il linguaggio segreto di circuiti e transistor. È un’Italia che sta scomparendo perché sommersa dalle continue offerte di prodotti nuovi a prezzi stracciati (ma di dubbia qualità) che promuovono la filosofia del “compra e butta” e che stanno facendo sparire dal vocabolario il termine “riparazione”. 

Quella dei riparatori, però, è l’Italia che resiste, con la passione e la competenza di artigiani come Guglielmo Ricci. Dopo oltre 45 anni di lavoro ed esperienza maturate fra le mura del laboratorio “Digital Video Service” a Massa, Guglielmo ricostruisce la storia del settore ed elenca tutte le difficoltà (crescenti) che oggi affronta chi, come lui, non si arrende e cerca di allungare la vita dei cosiddetti AEE, apparecchiature elettriche o elettroniche. 

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Dal grammofono alla smart TV: chi sono i riparatori di ‘elettronica bruna’

Quando si parla di riparazione di elettrodomestici, la mente corre subito a lavatrici e frigoriferi, il cosiddetto “settore del bianco”. Esiste tuttavia un altro mondo, quello dell’elettronica “bruna” che riguarda televisori, computer, impianti hi-fi, giradischi e tutto ciò che attiene il comparto audio e video. È questo il regno di Guglielmo Ricci. “Andiamo dal grammofono alla smart TV”, ci spiega, circondato da apparecchi di ogni epoca.

Nel suo laboratorio si ridà vita a radio d’epoca, a preziosi giradischi, a piastre di registrazione per audiocassette degli anni ’70 e ’80, fino ai registratori audio a bobine che animavano le radio libere. Apparecchi che, oltre al valore affettivo, hanno un prezzo commerciale considerevole e che oggi raramente i riparatori prendono in carico. La sua fama è inversamente proporzionale al numero dei riparatori attivi tant’è che i clienti arrivano da tutta la Toscana e dalla Liguria e persino i turisti approfittano della vacanza per portargli i loro tesori elettronici.

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Un mestiere che scompare: perché i centri assistenza chiudono?

Quella di Guglielmo, però, è una storia di resilienza in un deserto che avanza. “Quando ho iniziato nel ’79, i riparatori erano una marea.” I numeri attuali, invece, confermano una forte crisi del settore. Le ditte che forniscono a  Guglielmo i pezzi di ricambio, tra il 2024 e il 2025, hanno registrato un calo di mille fatture. “Hanno i ricambi, ma stanno scomparendo i riparatori. A chi li vendono?“.

Anche diversi centri assistenza autorizzati chiudono uno dopo l’altro, lasciando i consumatori senza punti di riferimento. “La logica della riparazione è ritenuta controproducente da molti grandi marchi che puntano a vendere  prodotti nuovi” sostiene Guglielmo. Un sistema che crea dipendenza dal consumo e genera montagne di rifiuti elettronici perfettamente evitabili.

Obsolescenza e ricambi introvabili: la guerra dei produttori alla riparazione

Fare il riparatore oggi è una corsa a ostacoli. La prima barriera è costituita dall’irreperibilità delle parti di ricambio. “Superato il periodo di garanzia previsto dalla legge spesso non si trovano più. Oltre la metà dei prodotti viene buttato via quando, invece, avrebbe potuto essere riparata “. A volte, però, a mancare non è il ricambio ma la convenienza economica alla riparazione. Guglielmo ci racconta di aver fatto i ‘conti della serva’ su alcuni ricambi: “se un televisore nuovo costa 1000 euro, come fa tutta la componentistica a costare 2000, di cui solo 800 per un pannello LCD?”.

A questo si aggiunge la barriera software: per riparare le schede moderne, spesso serve riprogrammare il firmware che nella maggior parte dei casi non viene fornito dalle ditte produttrici.. Poi esiste l’ostacolo fisico rappresentato dalla difficoltà ad aprire l’apparecchiatura per effettuare la riparazione: in commercio aumenta sempre di più il numero dei prodotti che presentano il problema. “Per alcuni apparecchi come i televisori – spiega Guglielmo – il problema non è nemmeno ripararli, ma riuscire ad aprirli senza fare danni“.

Laboratorio riparazione

Formazione assente e sapere pratico. “La scuola insegna la teoria, ma non la metodica”

Se i riparatori chiudono, chi prenderà il loro posto? Nessuno, a quanto pare. Il problema più grave è la mancanza di formazione adeguata. “La scuola ti insegna la teoria, le basi, ma non la metodica anche perché questo è un settore che richiede continuo studio. Se non esistono i laboratori, come e dove si può imparare? E poi ci sono i trucchi del mestiere,frutto di anni di lavoro e nottate perse a cercare la soluzione al difetto riscontrato. L’intelligenza artificiale, alla quale qualcuno ogni tanto prova ad affidarsi, non li spiega” sostiene Guglielmo.

Gli istituti tecnici, un tempo fucine di periti elettronici, oggi spesso non hanno più i laboratori e le competenze necessari per formare veri tecnici della riparazione. Saranno qualificati per altre professioni legate all’elettronica – specifica Guglielmo – ma non sono adatti a un laboratorio come il suo. La situazione è peggiorata da una barriera linguistica: “prima, con tanti centri, le pubblicazioni tecniche erano scritte in italiano. Ad oggi sono disponibili solo in inglese tecnico visto che i centri sono così pochi diventa antieconomica la traduzione”. Ad aggravare la situazione contribuisce anche la velocità del cambiamento: “è un settore che richiede tanta formazione continua. Quello che imparavi negli anni ’80 ti bastava per due anni, ora ti dura tre mesi”.

“Non li buttare, si possono riparare”: la risposta dei cittadini

Nonostante tutto, la gente vuole riparare. Guglielmo conferma che di lavoro ne ha fin troppo, infatti passa in laboratorio 7 giorni su 7 e il tempo di attesa per i suoi clienti è di circa due mesi. Il suo slogan (ripetuto sui suoi social come sul furgone) è “Non li buttare, si possono riparare” e alcune persone arrivano da lui confessando di non aver mai pensato prima a questa opportunità che, invece, dovrebbe essere un’ovvietà.

Ha clienti di ogni tipo: chi porta l’elettrodomestico di uso quotidiano, ma anche l’amatore che scova una radio vintage in un mercatino e la porta da lui per ridarle vita. C’è poi chi, anche sapendo che un oggetto non è riparabile, glielo porta perché, magari, può essere utile per recuperare parti di ricambio.

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Dal recupero dei componenti all’IVA agevolata: le proposte per salvare un settore

Il lavoro di Guglielmo è una vera lezione di economia circolare applicata. Quando una riparazione non è conveniente, l’apparecchio non diventa un rifiuto, ma una miniera di componenti. “Recuperare dispositivi rotti è fondamentale perché sono ottimi per ottenere parti di ricambio. Nelle isole ecologiche vedo migliaia di euro buttati via”.

Tuttavia, per salvare il settore, servono interventi strutturali e il “bonus riparazione” dove istituito è inutile se non esistono riparatori. La proposta di Ricci è chiara: servono investimenti seri nella formazione, usando i fondi europei per creare scuole della riparazione prima che sia troppo tardi, finita la mia generazione non so chi potrà assolvere tale compito. Andrebbe creata anche una rete nazionale di centri di riparazione attraverso un sostegno economico che consenta di aprire nuovi laboratori e sostenere quelli rimasti.

Un incentivo vero e semplice da attuare nell’immediato sarebbe l’IVA al 5% sulle riparazioni… e il resto poi verrà da sé con la clientela”. Altra cosa importante sarebbe pubblicizzare sui media nazionali e locali che la riparazione è possibile e nell’ottanta per cento dei casi anche conveniente oltre che per l’ambiente anche per le proprie tasche.

La battaglia di Guglielmo non è solo per la sua attività (“di lavoro ne ho anche troppo”), ma per il futuro di un mestiere, per il diritto dei cittadini a scegliere e per un’economia davvero circolare con servizi di prossimità per i cittadini.

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