Entro il 2030 la domanda globale di acqua supererà del 40% le risorse disponibili e occorrerà adoperarsi per garantirne la disponibilità e la qualità a livello mondiale. A sottolinearlo è la Commissione europea in una nota sulla resilienza idrica. Quando parliamo di resilienza idrica indichiamo la capacità di garantire la sicurezza dell’approvvigionamento idrico e la salute ambientale anche quando le condizioni esterne – che riusciamo facilmente ad inquadrare nella crisi climatica – cambiano.
La questione è stata iscritta dalla presidente Ursula von der Leyen negli orientamenti politici per il periodo 2024-2029 tra le priorità della Commissione, la quale ogni due anni, a partire da dicembre 2025, dovrà organizzare un forum dei soggetti interessati per fare il punto sui progressi compiuti nel rafforzare la resilienza idrica ai vari livelli di governo, nelle imprese e nella società civile e per monitorare l’attuazione della Strategia europea per la resilienza idrica.
Tuttavia, così come avviene per l’energia e per la gestione dei rifiuti, anche in questo caso, prima di mettere in campo strategie per migliorare l’offerta dell’acqua, è utile risalire alla fonte e fare i conti con i consumi.
Oltre il consumo di acqua, c’è l’appropriazione
Secondo le ultime stime del Joint Research Centre, il centro studi della Commissione Europea, la domanda idrica annuale in Europa oscilla tra i 140 e i 200 miliardi di metri cubi.
Tuttavia, il dato più allarmante riguarda l‘indice di appropriazione: il report Freshwater appropriation in Europe del JRC introduce il concetto, intendendo per appropriazione quell’acqua sottratta al suo corso naturale, anche se restituita in seguito. L’acqua “restituita” rappresenta quella quota di risorse idriche che, dopo essere stata prelevata e utilizzata per un’attività umana, viene reimmessa nell’ambiente naturale anziché essere consumata definitivamente.
La restituzione però non annulla l’impatto ambientale del prelievo iniziale: l’acqua reimmessa subisce spesso alterazioni fisiche, come l’aumento della temperatura (nel caso del raffreddamento delle centrali energetiche), o chimiche, come la presenza di inquinanti, stressando gli ecosistemi e limitando gli usi successivi. Inoltre anche se l’acqua viene reimmessa in un corso d’acqua, i tempi non coincidono con i ritmi della natura, con conseguenze sull’equilibrio dell’ecosistema.
Il report analizza quindi il livello di appropriazione idrica nei bacini idrografici europei, e per quantificarlo utilizza l’indice di sfruttamento idrico (WEI), ovvero il rapporto tra il volume stimato di prelievo idrico annuo e il volume stimato di acqua disponibile annua.
Si evince così che l’uomo sottrae tra il 10% e il 50% delle acque dolci disponibili nella maggior parte dei bacini europei.
C’è da fare, però, un’ulteriore precisazione. Nello studio si parte dal presupposto che i prelievi coincidano con la domanda dei diversi settori, trascurando cioè la domanda insoddisfatta. Nel contesto europeo questa ipotesi è solitamente giustificata perché, se un’attività è consolidata, l’approvvigionamento per soddisfarne la domanda è generalmente garantito, almeno in condizioni normali. Tuttavia, avvertono gli autori dello studio: “Ciò potrebbe non essere più vero in un clima modificato”.
La geografia della pressione idrica
Confrontando la domanda d’acqua dei principali settori economici con la disponibilità di acqua rinnovabile, i dati mostrano quindi un’ampia variazione tra l’acqua dolce sottratta nell’Europa settentrionale e in quella meridionale.
L’Europa settentrionale affronta generalmente una pressione inferiore mentre i bacini meridionali e mediterranei registrano sistematicamente livelli più elevati di sottrazione.
La maggior parte delle regioni dell’Europa centrale mostra invece un mix di domanda idrica relativamente uniforme, ma l’energia o l’irrigazione possono diventare dominanti rispettivamente nelle regioni settentrionali o meridionali.
In alcune regioni, la domanda supera il 100% della disponibilità rinnovabile, un paradosso reso possibile solo attraverso il riutilizzo forzato, lo sfruttamento di riserve non rinnovabili o costosi trasferimenti tra bacini.
Ma come andrà nei prossimi anni? Secondo lo studio la crisi climatica accentuerà le vulnerabilità territoriali: le proiezioni climatiche indicano infatti che la disponibilità di acqua dolce probabilmente diminuirà ulteriormente nell’Europa meridionale, aumentando l’appropriazione idrica, specialmente per l’irrigazione e il bestiame. Al contrario, parti dell’Europa settentrionale potrebbero sperimentare una disponibilità media stabile o in aumento.
Leggi anche: Ghiacciai a rischio: perché il futuro dell’acqua e del pianeta dipende dalle montagne
Usi e riutilizzo dell’acqua dolce
I modelli di potenziale appropriazione dipendono non solo dal luogo ma anche dai settori di utilizzo: da questo punto di vista, l’irrigazione sarebbe il fattore maggiormente critico. Questo perché sfrutta sistematicamente bacini fluviali ad alto tasso di appropriazione e coincide spesso con le aree a forte vocazione zootecnica, amplificando la pressione locale. Inoltre le proiezioni basate sugli scenari climatici indicano che il riscaldamento globale ridurrà la disponibilità naturale proprio dove la domanda agricola è più alta.

Anche la produzione di energia sottrae grandi volumi d’acqua, così come l’industria e l’approvvigionamento idrico pubblico, ma questi sono spesso situati in bacini fluviali con una maggiore disponibilità naturale.

Il fatto di indagare come il riutilizzo possa non essere la soluzione definitiva per uso indiscriminato di ingenti quantità d’acqua, non esclude naturalmente che questa sia una pratica fondamentale per la resilienza idrica. Anzi, secondo lo studio, esplorare il potenziale di riutilizzo oltre l’agricoltura è essenziale per garantire la sicurezza idrica in Europa.
Il JRC propone di dare priorità al riutilizzo nelle regioni dove coesistono fattori critici: elevato stress idrico, minacce significative dal cambiamento climatico, alti benefici potenziali per la produzione agricola e necessità di ridurre l’inquinamento da nutrienti nei fiumi, attraverso la fertirrigazione, cioè la tecnica agronomica che combina l’irrigazione con la concimazione, distribuendo nutrienti idrosolubili direttamente alle radici tramite sistemi micro-irrigui, a goccia o a pioggia.
Il riutilizzo delle acque reflue urbane trattate per l’irrigazione è l’opzione più immediata e promettente: potrebbe ridurre l’appropriazione idrica di una quota compresa tra il 5% e il 20% nelle condizioni attuali.

Mentre l’acqua per l’energia, non essendo consumata, è spesso già indirettamente disponibile per il riutilizzo, le acque industriali richiedono valutazioni più complesse a causa della qualità chimica.
Leggi anche: L’Europa obbliga a monitorare i PFAS, l’Italia rinvia
Vuoti di dati e soluzioni
Il rapporto evidenzia un’asimmetria nella qualità dei dati: mentre i modelli di disponibilità naturale (come LISFLOOD) sono molto precisi, la stima della domanda è meno robusta.
Un caso emblematico è proprio quello dell’Italia: i dati EUROSTAT dopo il 2000 non riportano i prelievi per l’irrigazione, costringendo gli scienziati a fare affidamento su stime nazionali (circa 11 miliardi di m³) o sul machine learning per colmare i vuoti.
Per ovviare a questi e altri problemi inerenti, la via indicata dal JRC è l’adozione di un approccio bottom-up, ovvero considerando la distribuzione spazio-temporale delle attività che utilizzano acqua e i “fattori di utilizzo”, come avviene nel calcolo dell’impronta idrica (water footprint), in particolare per:
- Allevamento: È stata proposta una stima basata sulle statistiche della popolazione animale (Eurostat) incrociata con fattori di utilizzo consolidati.
- Industria: Riconciliare i dati sui prelievi con le stime bottom-up potrebbe chiarire la distribuzione reale dell’uso, dato che l’ubicazione e il tipo di impianti industriali europei sono noti nei minimi dettagli.
- Irrigazione: I dati disponibili richiedono un ulteriore esame, in particolare per verificare se le aree irrigate siano censite correttamente. Queste aree possono essere correlate alla distribuzione delle colture, le cui statistiche sull’estensione sono piuttosto complete per l’Europa.
Il futuro della gestione idrica in Europa dipenderà, insomma, dalla capacità di passare da una gestione dell’emergenza a quella che viene chiamata Water Intelligence, un approccio gestionale basato sulla conoscenza scientifica e sull’unione di diverse fonti, come i dati Eurostat, le informazioni dettagliate fornite dagli Stati membri e l’applicazione del machine learning per colmare i vuoti nei dati sui prelievi idrici, e orientare nel modo più corretto le decisioni politiche.
AGGIORNAMENTO DEL 25/03/2025
Commissaria UE: “Acqua come diritto e veicolo di pace”
“In un mondo con un ciclo dell’acqua interrotto, tutti ne pagano il prezzo: dai singoli agricoltori alle più grandi industrie, dalle nostre foreste e dai nostri suoli alla nostra sicurezza alimentare ed energetica, dalle aree urbane alle comunità rurali”, a dirlo è stata Jessika Roswall, Commissaria per l’Ambiente, la Resilienza Idrica e un’Economia Circolare Competitiva, in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua.
“Il tema di quest’anno — Dove scorre l’acqua, cresce l’uguaglianza — riflette una semplice verità: l’accesso ad acqua sicura e affidabile favorisce società più sane, economie più forti e maggiori opportunità per tutti”. La commissaria ha ribadito che un ciclo idrologico stabile è essenziale per la salute pubblica, la sicurezza alimentare ed energetica, la biodiversità e la qualità della vita in generale. Tuttavia, i cambiamenti climatici, l’uso insostenibile dell’acqua e l’inquinamento stanno mettendo a rischio la sicurezza idrica: la maggiore frequenza di siccità e inondazioni, lo scioglimento dei ghiacciai e le variazioni dei modelli di precipitazione intensificano queste pressioni.

“L’acqua − ha sottolineato − è sempre più coinvolta in tensioni e conflitti geopolitici. Le infrastrutture idriche essenziali sono state deliberatamente prese di mira in conflitti che vanno dall’Ucraina al Medio Oriente e oltre. Tutto ciò deve finire. Proteggere le risorse idriche nelle zone di conflitto è fondamentale ai sensi del diritto internazionale umanitario. Privare milioni di persone di acqua potabile e servizi igienico-sanitari minaccia la stabilità, alimenta l’insicurezza e compromette le prospettive a lungo termine di pace e resilienza economica”.
© Riproduzione riservata



