L’insostenibilità del vertice di Davos, tra il ciclone Trump e il ritorno del petrolio

Come ogni anno, le persone più potenti del mondo si riuniscono nella località svizzera di Davos. Privilegiando l’uso dei jet privati, nonostante il collasso climatico in corso. Mai come questa volta il vertice risente delle volontà di una sola persona, Trump. Che spinge per la restaurazione degli interessi Usa

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista glocal, ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane per poi specializzarsi su ambiente, energia ed economia circolare. Redattore di EconomiaCircolare.com. Per l'associazione A Sud cura l'Osservatorio Eni

Durante il resto dell’anno difficilmente qualsiasi persona saprebbe indicare sulla cartina geografica la città di Davos ma c’è un periodo in cui la piccola località svizzera del Canton Grigioni diventa il centro del mondo. Succede in occasione del World Economic Forum (WEF), il Forum Economico Mondiale, che dal 1971 si svolge proprio a Davos. Qui, come è noto, si incontrano i leader mondiali dei governi, delle imprese, della società civile e del mondo accademico, allo scopo di discutere delle questioni più urgenti che il mondo si trova ad affrontare.

Proprio in quest’ottica l’edizione di quest’anno, cominciata il 19 gennaio e che terminerà il 23 gennaio, reca come titolo ‘A Spirit of Dialogue’. Uno “spirito di dialogo” che, tuttavia, sembra quasi irridente di fronte a un mondo che invece sembra avvilupparsi in una spirale di conflitti senza fine e di egoismi sovranisti. E dove, paradosso dei paradossi, alcuni dei leader che promettono “spirito di dialogo” sono tra i principali fautori delle criticità attuali. Nei modi e nelle modalità. L’esempio più evidente e più “rumoroso” è certamente il presidente degli Usa Donald Trump, che imperversa come un ciclone negli equilibri globali, discettando ora di volontà predatorie sulla Groenlandia – almeno fino alla prossima ossessione. 

Ma Trump non è il solo, e anzi è la rappresentazione più evidente dell’insostenibilità di un vertice economico che mostra sempre più di essere anacronistico e inadatto ad affrontare le sfide del nostro tempo, in primis quelle ambientali e sociali (che poi sono strettamente correlate). Mai come a Davos in pochi possono dirsi assolti. Basta scorrere la lunga lista dei partner del WEF: dalle banche più potenti come Jp Morgan ai fondi finanziari USA come BlackRock, dalle società statunitensi vicine a Trump come PayPal ai colossi come Google, Amazon e Nestlè

Tuttavia in questa edizione 2026 il vero protagonista è un altro, cioè il ritorno del petrolio.

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A Davos tornano le compagnie fossili

Non che se ne fossero mai andate (la loro presenza, anche quando indiretta, comunque c’è sempre stata), ma a Davos le compagnie fossili negli ultimi anni erano state un po’ messe in disparte. I potentati economici presenti a Davos, infatti, hanno sempre fiutato l’aria che tira e, pur se con una massiccia dose di ipocrisia, nelle ultime edizioni, sulle questioni energetiche, avevano preferito parlare di cooperazione.

Soltanto nell’edizione 2025, ad esempio, si parlava esplicitamente di energie rinnovabili. Inoltre, come ricorda Il Post, sempre nella passata edizione c’era “un’intera sezione dedicata al clima, che era intitolata «Salvaguardare il Pianeta», e nel complesso gli eventi e le conferenze dedicati alla crisi climatica erano una trentina. Quest’anno invece non ci sono sezioni sul clima e gli eventi sulla crisi climatica sono all’incirca una decina, meno di un terzo, e quasi tutti di basso profilo”.

davos petrolio

L’obiettivo evidente è quello di non far esplodere il vulcano Trump, che nell’anno trascorso è diventato l’alfiere dell’industria dei combustibili fossili, come dimostrato recentemente col vertice convocato subito dopo il sequestro del presidente venezualano Nicolas Maduro, per spartirsi il petrolio e l’industria del Paese sudamericano. Al di là delle contingenze su Groenlandia e dazi, dunque, uno dei temi principali di questo vertice è quella che potremmo definire la restaurazione del petrolio. I vertici delle compagnie petrolifere a livello globale, infatti, sono e saranno presenti a Davos: dalla statunitense Exxon Mobil all’anglo-olandese Shell, dalla francese TotalEnergies all’italiana Eni. Tutte, e tutti, con l’esplicita intenzione di intercettare i desideri di Trump sul dominio energetico statunitense, come già avvenuto ad esempio nel 2025 con l’imposizione del GNL agli alleati UE.

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I jet privati, la vera cifra di Davos

In ogni caso la vigilia di questa complessa edizione del World Economic Forum aveva già svelato la vera cifra stilistica, per così dire, del più discusso vertice del mondo, vale a dire la matrice clamorosamente estrattivista e il netto greenwashing che tenta di mascherare il reale impatto dell’iniziativa. La ong Greenpeace ha ricordato, infatti, attraverso una nuova analisi, il costante aumento dei voli di jet privati connessi all’evento.

Il report “Davos in the Sky”, realizzato da Greenpeace Europa centro-orientale (CEE), stima che nel 2025 sono stati 709 i voli con jet privati nell’area di Davos attribuibili ai partecipanti al WEF, con un aumento del 10% rispetto al 2024 e di più di tre volte rispetto al 2023, nonostante il numero dei partecipanti sia rimasto pressoché stabile. Un dato ancora più netto è che ogni quattro partecipanti all’evento si è registrato un volo con un jet privato. E ciò nonostante, secondo le stime di Greenpeace, circa il 70% di tutte le tratte percorse in jet privato da e verso il WEF potrebbe essere percorso facilmente in treno.

davos jet

“È un’ipocrisia bella e buona che l’élite più potente e ricca del mondo discuta a Davos di sfide globali come la crisi climatica, mentre contribuisce a bruciare il pianeta con le emissioni dei propri jet privati” dichiara Federico Spadini della campagna Clima di Greenpeace Italia. “Le conseguenze degli stili di vita insostenibili dei super ricchi ricadono su tutti noi, con la crisi climatica e le disuguaglianze che si aggravano di giorno in giorno. Chiediamo ai leader politici mondiali e al governo italiano di intervenire per mettere fine all’inquinamento causato dai voli privati di lusso e di iniziare a tassare i super ricchi per i danni che causano alla collettività e al pianeta”.

E l’Italia? Nonostante la vicinanza con la Svizzera, il nostro Paese è il quarto Paese in Europa per numero di voli di jet privati da o per il WEF di Davos effettuati negli ultimi tre anni, con l’8,2% dei voli. Delle tratte che hanno coinvolto l’Italia, ricorda ancora Greenpeace, “circa nove su dieci avrebbero potuto essere percorse in treno, un mezzo di trasporto di gran lunga più sostenibile. Ricordiamo infatti che i jet privati sono la modalità di trasporto più inquinante e iniqua che esista. Ad esempio, un volo in jet privato dalla California a Davos può emettere oltre 37 tonnellate di CO₂, pari all’incirca alle emissioni annuali di sei cittadini europei”.

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AGGIORNAMENTO DEL 23 GENNAIO 2026

A Davos, ancora in corso nel momento in cui scriviamo, si è rivista la più nota versione di Donald Trump, ovvero quella TACO (Trump Always Chicken Out): anche sulla Groenlandia, dunque, il presidente Usa ha minacciato prima un’invasione militare e poi l’imposizione dei dazi verso i Paesi europei che avevano mandato un contingente a sostegno dell’isola, per poi ritirare entrambe le promesse.

Non è ancora chiaro in base a quali elementi Trump abbia fatto registrare l’ennesimo dietrofront. Forse, suggeriscono alcuni giornali come Il Post, gli Usa avrebbero ottenuto (ma da chi? dalla Nato o dalla Danimarca? non è dato sapere) “il diritto di veto sugli investimenti nelle risorse minerarie dell’isola, per evitare che paesi concorrenti, come la Russia e la Cina, possano trarne vantaggio. È possibile inoltre che i Paesi europei promettano di aumentare i propri investimenti per la difesa dell’Artico, la regione dove si trova la Groenlandia. Al momento si tratta comunque di indiscrezioni”.

Quel che è certo è che questo modo di trattare, che ricorda molto il periodo coloniale dell’Ottocento, mette in soffitta, ancora una volta, il multilateralismo ambientale, facendo prevalere i rapporti di forza. E che tale messaggio arrivi proprio da Davos è un’ulteriore conferma dell’insostenibilità del modello del vertice economico, dove le decisioni vengono prese dall’alto a scapito di chi sta in basso.

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