mercoledì, Gennaio 7, 2026

Respinta la prova di forza sul deep sea mining. Greenpeace: “Il multilateralismo resiste”

Al Congresso dell’International Seabed Authority, l’Autorità internazionale dei fondali marini, l’azienda canadese The Metals Company ha provato ad accelerare i tempi per un regolamento sull’estrazione sulle acque oltre i limiti delle giurisdizioni nazionali. Per Greenpeace “la minaccia agli ecosistemi è più forte”. Eppure in Italia la copertura giornalistica è ancora debole

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista glocal, ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane per poi specializzarsi su ambiente, energia ed economia circolare. Redattore di EconomiaCircolare.com. Per l'associazione A Sud cura l'Osservatorio Eni

E se fosse il deep sea mining una delle ultime frontiere del multilateralismo ambientale? Dopo le difficoltà delle Cop sul clima e sulla biodiversità, sull’estrazione di minerali e metalli dai fondali marini la discussione si è accesa negli ultimi giorni, in occasione della 30esima sessione dell’Autorità internazionale per i fondali marini, conosciuta anche con l’acronimo inglese ISA (International Seabed Authority).

Entro il 2025 l’ISA dovrebbe emanare un regolamento sullo sfruttamento delle risorse minerarie presenti nei fondali oceanici oltre i limiti delle giurisdizioni nazionali, considerati patrimonio dell’umanità. Una discussione complessa, che va avanti dal 1994, e che riguarda uno degli ecosistemi più fragili, complessi e sconosciuti del pianeta. Nonostante le pressioni delle aziende, che vorrebbero avviare le estrazioni anche in assenza di normative internazionali e valide per tutti, dal 17 marzo, data di avvio della 30esima sessione, il confronto sembrava procedere piuttosto tranquillamente. Alla sessione dell’ISA erano presenti tutti i 36 membri del Consiglio, e 26 delegazioni di osservatori.

Tra le delegazioni di osservatori era presente Greenpeace, la nota ong ambientalista che da anni chiede di fermare le estrazioni minerarie in mare, attraverso la richiesta di una moratoria a livello globale. Francesca Vespasiani, di Greenpeace International, è consapevole che si tratta di un momento cruciale per quello che potrebbe diventare l’ultimo attacco capitalistico, insieme a quello rivolto allo spazio siderale, di un settore estrattivo sempre più ampio e sempre più affamato di risorse naturali da sfruttare.

“Al Congresso ISA le popolazioni indigene erano presenti come mai prima d’ora, così come state riconosciute molte organizzazioni non governative – dice Vespasiani a EconomiaCircolare.com – Difficile fare previsioni, considerando che la prossima tappa fondamentale è quella di luglio dove si riuniranno sia il Consiglio che l’Assemblea generale dell’ISA”. 

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Ma cosa è successo concretamente durante la sessione di marzo dell’International Seabed Authority? E perché ciò potrebbe determinare il futuro del cosiddetto “codice minerario” dei fondali marini?

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Il deep sea mining agita le acque del multilateralismo

L’assemblea del Congresso dell’ISA in corso a Kingston, in Giamaica, sembrava procedere tranquilla. Poi nella giornata di giovedì 27 marzo un annuncio  della compagnia mineraria The Metals Company ha agitato le acque. L’azienda ha comunicato che richiederà un permesso di estrazione in acque profonde in base alle normative nazionali degli Stati Uniti risalenti agli anni Ottanta. Un annuncio che è arrivato poco prima dell’incontro con gli investitori e il giorno prima che la richiesta di avviare l’estrazione a fini commerciali venisse discussa all’ISA.

“Questa richiesta è un altro dei patetici stratagemmi di The Metals Company, un insulto al multilateralismo che rende una moratoria sull’estrazione in acque profonde più urgente che mai. Dimostra che i piani dell’amministratore delegato della società, Gerard Barron, non si sono mai concentrati sulle soluzioni per la crisi climatica”, ha dichiarato Louisa Casson, senior campaigner di Greenpeace International.

Come abbiamo già raccontato, le mire di The Metals Company sono rivolte alla zona di Clarion-Clipperton, una vasta area dell’oceano Pacifico compresa tra il Messico centrale e le Hawaii. Qui, secondo le stime dell’azienda, sarebbero presenti enormi quantità di nichel, manganese, cobalto e rame. Non sfugge che si tratta di un bacino di mare adiacente a quello che il presidente USA Donald Trump ha avocato recentemente a sé, cambiando la denominazione da Golfo del Messico a Golfo d’America. E proprio sulla possibile convergenza con gli Stati Uniti, interessata a intaccare il monopolio cinese su minerali e metalli rari, punta The Metals Company.

Sul tentativo di forzatura dell’azienda canadese, che tra l’altro va avanti da anni, Shiva Gounden, responsabile di Greenpeace Australia Pacific, ha aggiunto che “The Metals Company sta mostrando la sua vera natura: avida, pericolosa e disperata. È chiaro che l’azienda non si è mai preoccupata della prosperità economica o dei posti di lavoro per le popolazioni di Nauru, Kiribati o Tonga, né si è mai preoccupata di affrontare la crisi climatica. L’unico interesse è stato riempirsi le tasche di soldi guadagnati a spese della nostra linfa vitale: l’oceano Pacifico. Il Pacifico non è una merce e non possiamo permettere che l’industria mineraria depredi le risorse dei fondali e le comunità del Pacifico”.

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Gli effetti a lungo termine del deep sea mining

Al di là di come la si possa pensare sull’estrazione dai fondali marini, quel che è certo è che il deep sea mining resta uno dei fronti su cui il multilateralismo, cioè il sistema di relazioni internazionali basato sulla cooperazione tra più Paesi, prova a resistere. Seppur sfiancato dalla realpolitik, dal neocolonialismo e dai rapporti di forza che sono tornati in auge in questi anni (se mai se ne sono andati). 

Non è un caso che nelle dichiarazioni finali della 30esima sessione dell’Autorità internazionale per i fondali marini la segretaria generale dell’ISA Leticia Carvalho abbia affrontato direttamente, in una maniera inusuale per i modi felpati della diplomazia, la scelta di The Metals Company, ricordando che “l’Autorità detiene la giurisdizione esclusiva su tutte le attività nell’area internazionale dei fondali marini, che è riconosciuta come patrimonio comune dell’umanità nell’ambito dell’UNCLOS e dell’accordo del 1994” e ribadendo inoltre che “qualsiasi azione unilaterale al di fuori di questo quadro viola il diritto internazionale e compromette la governance multilaterale”.

A tali aspetti aggiunge una possibile chiave di lettura Francesca Vespasiani di Greenpeace International. “C’è molta tensione – afferma a EconomiaCircolare.com – perché la minaccia è ancora più forte. Però se da un lato la prova di forza di The Metals Company può rafforzare le mire delle altre aziende interessate all’estrazione dai fondali marini, dall’altra il tentativo di The Metals Company ha rafforzato la condivisione all’interno del Consiglio dell’ISA. Prima la segretaria Carvalho e poi le delegazioni degli Stati hanno manifestato sconcerto per l’accelerazione di The Metals company, invocando il rispetto delle regole internazionali”.

D’altra parte il giorno prima dell’annuncio di The Metals Company la stessa ISA aveva discusso di un importante studio condotto da diversi enti di ricerca britannici, tra cui il National Oceanography Centre di Southampton e il Natural History Museum di Londra, che ha analizzato proprio la zona di Clarion-Clipperton Zone, l’area di oltre 6 milioni di km² situata tra Messico e Hawaii su cui l’azienda canadese intende avviare nuove estrazioni. 

La ricerca è stata pubblicata su Nature, mostrando i risultati di una rilevazione effettuata tra il 2023 e il 2024 a migliaia di metri di profondità. Ciò perché l’area era già stata oggetto di un esperimento nel 1979: è emerso che a distanza di 45 anni le tracce dell’operazione sono ancora visibili, con solchi profondi e un’area priva di noduli polimerici, cioè quelle rocce ricche di minerali e metalli su cui punta The Metals Company e che tuttavia sono fondamentali per la vita marina. 

“Sebbene alcuni aspetti delle estrazioni moderne possano causare una riduzione dell’impatto fisico rispetto a questo esperimento di estrazione di test – si legge nella ricerca –  i nostri risultati mostrano che gli impatti minerari nell’oceano abisso saranno persistenti su tempi almeno decennali e le comunità rimarranno alterate in aree direttamente disturbate, nonostante alcune ricolonizzazioni. Gli effetti a lungo termine osservati nel nostro studio forniscono dati critici per una gestione efficace delle attività minerarie, compresa la riduzione al minimo degli impatti diretti”.

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La scarsa copertura giornalistica sul deep sea mining

Insomma: il tema del deep sea mining resta cruciale. Eppure la sensazione è che in Italia se ne parli ancora troppo poco. Forse perché i fondali oceanici sono geograficamente lontani da qui. Pure un recente report di Greenpeace Italia sugli interessi italiani al deep sea mining, che raccontava il posizionamento del governo e delle principali aziende italiane (da Saipem a Fincantieri), non ha ricevuto un’adeguata attenzione (si può leggere qui).

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Copyright: © Marten van Dijl / Greenpeace

A confermarlo è Francesca Vespasiani di Greenpeace International. “In Italia c’è poca copertura giornalistica – dice a EconomiaCircolare.com – A livello internazionale invece c’è molta più attenzione. Il Congresso dell’ISA e i suoi esiti finali sono stati raccontati da parecchie prestigiose testate, da Politico a Reuters fino al New York Times”.

Da parte nostra continueremo a monitorare il tema, certi come siamo che la ricerca di minerali e metalli dovrà passare solo marginalmente dalle estrazioni, e sicuramente non intaccando l’ecosistema marino, e molto di più dalle cosiddette miniere urbane e dall’economia circolare

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