sabato 14 Marzo 2026

Viaggio in Emilia-Romagna a tre anni dalle alluvioni, tra adattamento ed emergenza

La regione affronta il paradosso della ricostruzione: mentre i cantieri avanzano, il modello del ripristino mostra i suoi limiti di fronte all’urgenza climatica. Siamo andati a Faenza, dove nel 2023 l’acqua raggiunse i sei metri d’altezza, per capire come si vive oggi in un territorio alluvionato

Chiara Solinas
Chiara Solinas
Antropologa specializzata in ambiente, cambiamento climatico e disastri, ha svolto ricerca etnografica in Argentina e Italia. Si occupa di sostenibilità, questioni urbane e adattamento climatico attraverso pratiche collaborative e partecipative.

Sono passati quasi tre anni dalle alluvioni che nel maggio del 2023 devastarono l’Emilia-Romagna e parte delle Marche settentrionali. Nel frattempo, altri eventi estremi hanno reso evidente che l’emergenza non è più un’eccezione. Nel 2022 l’alluvione di Ischia era stata un campanello d’allarme. Nel 2024, nuove alluvioni hanno colpito Emilia-Romagna e Toscana; nel 2025, senza fare troppo rumore, l’acqua è tornata in Piemonte, Lombardia e nel Friuli, infine quest’anno è stato il passaggio in Sicilia del ciclone Harry a ricordarci con brutalità che gli effetti della crisi climatica sono qui e ora. 

In Emilia-Romagna, intanto, la ricostruzione continua. In molte aree i segni del disastro si attenuano, si prova a tornare a una normalità che è una convivenza faticosa con il rischio. Ma il tempo non scorre allo stesso modo ovunque.

Quando l’emergenza diventa quotidianità

In provincia di Ravenna, a Faenza, il luogo che più ha segnato l’immaginario collettivo della catastrofe, la ricostruzione materiale deve fare i conti con la transizione necessaria verso nuovi paradigmi di adattamento. Qui il confine tra ripresa e abbandono è tracciato soprattutto dai civici 20 e 21 di via Ponte Romano, un complesso di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP) che sembra rimasto fermo all’estate del 2023. Gli intonaci sono ancora segnati dal fango, gli spazi comuni versano in stato di sofferenza. Nello stabile la gestione post-alluvione ha messo i residenti davanti a un bivio: il trasferimento forzato o la permanenza in abitazioni formalmente agibili ma di fatto difficilmente abitabili, con la speranza che gli interventi di ripristino arrivassero in tempi ragionevoli.

A sinistra, l’imbocco di via Ponte Romano e le mura manfrediane. A destra, il fiume Lamone | Foto: Chiara Solinas
A sinistra, l’imbocco di via Ponte Romano e le mura manfrediane. A destra, il fiume Lamone | Foto: Chiara Solinas

A Faenza, come spiega l’assessore al Welfare Davide Agresti, sono 248 su un totale di circa 900 gli immobili di Edilizia Residenziale Pubblica che, a vario titolo, sono stati toccati dall’alluvione del 2023. Le abitazioni di via Ponte Romano sono state tra le più colpite. Tra maggio e dicembre 2023, per la mancata sostituzione della caldaia, le famiglie sono rimaste senza acqua calda: la sostituzione è infatti avvenuta prima dell’arrivo dei fondi straordinari solo grazie a una donazione della Banca di Credito Cooperativo, come ricorda Agresti. Ad oggi le autorimesse sotterranee risultano ancora inagibili e l’ascensore è fuori servizio, con conseguenze pesanti per gli abitanti più anziani e fragili. All’interno, i residenti segnalano infiltrazioni, muffa e dispersioni termiche

“Fa freddo anche con i termosifoni al massimo”, racconta un’assegnataria del civico 21, attribuendolo anche alla completa esposizione alle intemperie degli alloggi inagibili al piano terra. Mia Arena, referente del comitato alluvionati di via Ponte Romano, spiega che l’umidità di risalita ha causato problemi di muffa generalizzati agli immobili e alle abitazioni, anche se non direttamente alluvionate.

E poi c’è il residuo del fango, la cui gran parte è stata rimossa solo a marzo 2024: oltre ad essere residuo materiale, è anche memoria obbligata della catastrofe. “È uno schiaffo a chi già ha avuto una batosta. Questa situazione continua a essere tutti i giorni un’offesa per queste persone, per la loro dignità”, glossa Arena.

emilia-romagna case popolari
Le case popolari di via Ponte Romano e l’argine del fiume Lamone | Foto: Chiara Solinas

In via Ponte Romano sono in corso lavori di ripristino finanziati su due canali: da un lato il PNRR, con fondi già cantierizzati prima delle alluvioni del 2023 e poi estesi anche agli interventi post-disastro; dall’altro i fondi straordinari. Si tratta di finanziamenti distinti, con iter amministrativi diversi che, come conferma Agresti, procedono in parallelo e senza ritardi. Eppure, al civico 21 la data di fine lavori è stata spostata a pennarello dal febbraio al dicembre 2025, termine ormai superato. Più in là, nessun segno a promettere una fine. L’assessore stima ora la chiusura dei cantieri per la primavera del 2027. Accanto a questi interventi, altri fondi regionali stanno consentendo di ripristinare alloggi ERP sfitti e non colpiti dall’alluvione per renderli nuovamente accessibili e assegnabili.

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Adattamento: più di un cantiere

In un territorio fragile come quello dell’Emilia-Romagna, la regione con i valori più elevati di popolazione a rischio alluvioni secondo l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), la risposta a ripetute alluvioni non può ridursi alla somma di ripristini e rifacimenti. È necessario anche superare un approccio emergenziale, implementando interventi lungimiranti di mitigazione e soprattutto di adattamento.

A questo proposito, il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), approvato nel dicembre 2023, identifica l’adattamento, inteso come obiettivo volto a rafforzare la resilienza e ridurre la vulnerabilità, come un processo di pianificazione continua, che richiede conoscenza dei fenomeni, governance multilivello, coordinamento tra settori e integrazione del clima nelle politiche ordinarie. Il PNACC insiste su un mix di misure: “soft” (informazione, norme, procedure), soluzioni basate sulla natura (NBS, in inglese Nature Based Solutions) e soluzioni “grigie” (infrastrutture).

È qui che si misura la differenza: spendere per ricostruire o spendere per adattare. Cosa si è fatto davvero finora in Emilia-Romagna? Come vengono spesi i fondi e quanto di ciò che è in corso può considerarsi adattamento?

I dati di “Territorio Sicuro” e la frammentazione degli attori e dei fondi

Il portale regionale Territorio Sicuro, che offre i dati circa i cantieri post-alluvione in Emilia-Romagna, distingue tra interventi ordinari, interventi per la protezione civile e la sicurezza territoriale e interventi straordinari. Le prime due categorie comprendono interventi finanziati da diverse linee, statali e comunitarie, e attuati da una pluralità di soggetti: Regione, Comuni, Consorzi, Province e AIPO (Agenzia Interregionale per il fiume PO). Gli interventi straordinari, anch’essi affidati a una costellazione di attori, sono invece finanziati tramite le ordinanze del Commissario straordinario per la ricostruzione post-alluvione, quindi con fondi principalmente ministeriali.

La lentezza degli interventi è spesso figlia di una governance frammentata e stratificata, che intreccia il rischio biofisico a dinamiche politiche rendendo le responsabilità opache e allungando i tempi tecnici. Secondo i dati disponibili sul portale, l’avanzamento complessivo degli interventi straordinari post-alluvione risulta in ogni caso distribuito in modo relativamente stabile: una quota conclusa (circa il 40%), una parte consistente in corso (45%), una percentuale in progettazione (15%) e una quota residuale in affidamento. 

Ripristinare non basta

Il problema di fondo rimane la natura degli interventi. Oltre la metà dei fondi è destinata alla manutenzione ordinaria e al ripristino dell’esistente, mentre progetti più innovativi faticano a decollare, soprattutto a livello urbano. 

Il caso di via Ponte Romano a Faenza è emblematico. Pur essendo previsto lo spostamento delle centrali termiche ed elettriche in aree non allagabili, la collocazione tra l’argine e le mura mantiene la zona ad alto rischio: anche dopo i ripristini, gli alloggi al piano terra resteranno esposti a un pericolo significativo. Nel frattempo, su richiesta del comitato di alluvionati di via Ponte Romano, lungo la via è stata installata un’idrovora fissa che, in caso di nuovi allagamenti, dovrebbe ridurre il rischio di quanto accaduto nel 2023 e poi ancora nel 2024, quando la strada si allagò a causa del malfunzionamento della rete fognaria. Nello stesso periodo, nel quartiere Borgo Durbecco veniva realizzato in urgenza un muro modulare temporaneo, poi ceduto sotto la pressione dell’acqua

Da questi esempi emerge come la gestione del patrimonio pubblico nel post-alluvione racconti una certa difficoltà ad assumere scelte di adattamento coraggiose. La retorica della resilienza, spesso richiamata anche nei fondi PNRR che stanno finanziando la ricostruzione in via Ponte Romano, si scontra con il dato materiale.

Sul piano più strettamente idrogeologico, almeno nella fase di progettazione, nel Progetto di Variante del PAI Po (Piano di Assetto Idrogeologico) adottato dall’Emilia-Romagna (“erede” del Piano Speciale Preliminare) risultano invece alcuni importanti interventi di mitigazione del rischio idraulico, pensati per “fermare” o “contenere” l’acqua in aree individuate a monte e in prossimità di abitati proprio perché “risultano già significativamente allagabili nello stato attuale”, come si legge nel progetto.

Tuttavia, come sottolinea Andrea Nardini, ingegnere civile idraulico specializzato in Analisi dei Sistemi applicata all’ambiente e membro fondatore del Comitato Tecnico Scientifico AGIRE, gli interventi oggi in corso, dal consolidamento degli argini alla realizzazione di casse di espansione, difficilmente possono essere definiti pionieristici. Un’eccezione potrebbe essere rappresentata da opere come argini e aree a tracimazione controllata, che però comportano comunque rischi legati sia alla disuniformità costruttiva sia alla natura pensile dei fiumi. Nel complesso, osserva Nardini, si tratta soprattutto di interventi “classici”, guidati dalla logica della “messa in sicurezza”.

Nei bacini del Lamone e del Marzeno, gli interventi di somma urgenza previsti dal PAI risultano quasi tutti completati. Restano invece in corso, o ancora in progettazione, le opere più strutturali. La costruzione di un’area di tracimazione adiacente a via Cimatti a Faenza, in particolare, è quasi ultimata e dovrebbe contribuire a proteggere il quartiere Borgo Durbecco. L’intervento è progettato per piene con tempi di ritorno fra i 30 e 50 anni: un livello di protezione pensato per eventi relativamente frequenti e quindi utile soprattutto a tagliare i danni “ricorrenti”, pur lasciando inevitabilmente un rischio residuo.

Per darne un’idea: prima che si verificasse, l’evento meteorologico del 16 e 17 maggio 2023 veniva stimato con tempi di ritorno oltre i 500 anni. Il rapporto della Commissione Tecnico Scientifica istituita dalla Regione al fine di analizzare gli eventi meteorologici estremi del mese di maggio 2023 ha poi ridimensionato queste stime, che restano comunque superiori ai 100 anni. Poco più di un anno dopo, nuovi eventi alluvionali associati a tempi di ritorno stimati oltre i 200 anni da Arpae (Agenzia regionale prevenzione, ambiente ed energia dell’Emilia-Romagna) hanno colpito la regione.

L’argine destro del Lamone e, al di là del ponte, la zona di costruzione dell’area di tracimazione adiacente a via Cimatti | Foto: Chiara Solinas
L’argine destro del Lamone e, al di là del ponte, la zona di costruzione dell’area di tracimazione adiacente a via Cimatti | Foto: Chiara Solinas
Il nuovo muro di via Renaccio, a protezione del quartiere Bassa Italia, terminato a marzo 2024
Il nuovo muro di via Renaccio, a protezione del quartiere Bassa Italia, terminato a marzo 2024 in sostituzione del precedente in mattoni distrutto dalla piena di metà maggio 2023 | Foto: Chiara Solinas

Gli ultimi anni, soprattutto in Emilia-Romagna, hanno dunque mostrato i limiti di un approccio che si affida ai tempi di ritorno lunghi degli eventi estremi. Secondo Nardini, tali valori sono al giorno d’oggi discutibili, rendendo l’idrologia storica inattuale e poco lungimirante: “Il cambiamento climatico ha di fatto destabilizzato le statistiche, e quindi il concetto di tempo di ritorno è traballante“. Un approccio conservativo rischia dunque di trasformarsi in un investimento a perdere: soldi pubblici che inseguono un’emergenza dopo l’altra. 

Se l’innovazione dipende dai finanziamenti

Non mancano, però, segnali di innovazione. A Faenza, progetti come “Aquagreen” per il parco Gatti, destinato a trasformarsi in un “parco spugna” capace di gestire l’acqua in eccesso, o la nuova scuola “Il Girasole”, colpita pesantemente dalle alluvioni di metà maggio 2023 (foto in copertina) e progettata per essere ricostruita su una sorta di palafitta, mostrano che progetti più ambiziosi sono possibili. Le strutture sociali che ospitano il centro occupazionale “La Rondine” e il centro di assistenza per persone con disabilità Anfas “Il Faro”, nei locali del Parco Azzurro, sono invece un esempio di intervento che è andato oltre la ricostruzione, almeno dal punto di vista sociale: insieme al ripristino, è stata avviata una rigenerazione, con nuovi contenuti e funzionalità.

 

emilia-romagna progetto scuola
Render del progetto per il nuovo edificio scolastico della scuola dell’infanzia “Il Girasole”

Tuttavia, queste soluzioni innovative dipendono spesso da canali di finanziamento difficili da attivare: bandi europei complessi o donazioni private consistenti. L’intervento sul Parco Azzurro, ad esempio, è stato possibile grazie a un mix di risorse comunali e contributi privati, tra cui Assoverde e Coop Alleanza 3.0, che hanno coperto circa il 50% della spesa. Sempre le donazioni hanno sbloccato anche il progetto per la nuova scuola dell’infanzia, per cui l’amministrazione ha avviato un confronto con l’associazione Hope Onlus di Milano. È proprio questa pluralità di canali a rendere praticabili le soluzioni più innovative: il reperimento delle risorse resta il nodo centrale.

Nel frattempo, la macchina ordinaria procede su binari più tradizionali. Sul patrimonio privato, la differenza diventa ancora più netta. Chi ha risorse economiche può ripristinare e mettere in sicurezza; chi non le ha resta esposto più a lungo, o è costretto a scelte drastiche, fino alla svendita dell’immobile.

Inoltre, ancora non si parla di forme di adattamento radicali come la delocalizzazione. Nel PAI stesso non se ne tratta, se non rispetto alla costruzione di casse di espansione, e quindi solo in ambito rurale. Secondo l’ingegnere Nardini, la debolezza del PAI sta proprio in un approccio che “ancora punta a ridurre la pericolosità, invece che concentrarsi su vulnerabilità e valore esposto”.

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Ricostruire nel vuoto urbanistico

A complicare il quadro, infine, è l’assenza di una visione d’insieme. In molti comuni, Faenza inclusa, gli interventi procedono senza un Piano Urbanistico Generale (PUG) approvato e operativo. In questo modo, rischia di venire meno la cornice necessaria a pianificare con raziocinio in un territorio che cambia, mentre le nuove mappe del Piano di Gestione del Rischio di Alluvioni (PGRA) pubblicate dall’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po per il ciclo di pianificazione 2027–2033 confermano nuovamente come allagabili molte delle zone appena ripristinate. 

Dunque nella regione, al netto di una ricostruzione che  avanza, il rischio è di rincorrere il semplice ripristino anziché un adattamento organico e strutturale. La sfida non ammette esclusioni: l’innovazione non può restare confinata a poche isole felici, ma deve rigenerare il patrimonio pubblico, le aree naturali e le periferie, tanto urbane quanto politiche. Senza questo scarto, continueremo ad abitare territori sospesi, dove il ritorno alla normalità rischia di essere soltanto una tregua temporanea.

Leggi anche: Dopo le alluvioni, l’Emilia Romagna cerca nella natura le soluzioni contro la crisi climatica

Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del workshop conclusivo della decima edizione del Corso di giornalismo d’inchiesta ambientale, realizzato da A Sud ed EconomiaCircolare.com in collaborazione con il Goethe Institut di Roma e con il Constructive Network.

© Riproduzione riservata

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