mercoledì, Gennaio 28, 2026

“L’impresa cooperativa nasce per tamponare la falla creata dal modello capitalistico di mercato”. Intervista a Stefano Zamagni

Per inquadrare il fenomeno delle imprese cooperative è necessario allargare lo sguardo al quadro economico in cui si inserisce. Lo facciamo ragionando insieme a uno dei maggiori teorici del cooperativismo italiano, Stefano Zamagni

Emanuele Profumi
Emanuele Profumi
Dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista free lance. Collabora con diverse università italiane ed europee. Ha scritto e pubblicato per riviste italiane (Micromega, Left, La Nuova Ecologia) e straniere (Le Monde Diplomatique) ed è stato anche corrispondente estero per alcuni giornali e riviste italiani (Londra, Parigi, Atene, Messico). In Italia ha già pubblicato una trilogia di reportage narrativi (le "Inchieste politiche") sul tema del cambiamento sociale e politico: sul Cile (Prospero, 2020), sulla Colombia (Exorma, 2016) e sul Brasile (Aracne, 2012), ed è stato professore di "Storia della pace in Epoca Contemporanea" presso l'Università di Pisa e "Scienza della politica" presso l'Università della Tuscia (Viterbo), e scrive e pubblica saggi filosofici. L'ultimo è una profonda critica filosofico-politica alla società contemporanea che ha gettato le basi per l'emergere e l'affermarsi dei movimenti neoautoritari (Servitù democratica. Come fermare la spirale autoritaria. Prospero 2025).

In un’inchiesta sull’attualità e sulle potenzialità trasformative del mondo cooperativo nazionale e internazionale, e in particolare sul suo legame con la transizione ecologica e l’economia circolare, non poteva mancare la voce autorevole di uno dei teorici del cooperativismo italiano, Stefano Zamagni. Già ordinario di economia politica all’Università di Bologna e accademico onorario della Pontificia Accademia delle scienze sociali, Zamagni è Adjunt Professor di Economia Politica Internazionale presso la Johns Hopkins University. A lui abbiamo chiesto di inquadrare l’orizzonte del mondo cooperativo da una prospettiva teorica che legga questo tipo di economia all’interno di quella specifica maniera di intendere l’economia che è conosciuta, anche grazie a lui, come “Economia civile”.

Professore, iniziamo con una domanda quasi di rito: dalla sua prospettiva cos’è l’economia circolare?

Nell’ambito delle politiche di contrasto alla crisi ambientale di cui ormai tutti siamo consapevoli, tre sono le politiche di intervento. Le politiche di contenimento, di adattamento e di trasformazione. L’economia circolare appartiene alla prima tipologia, cioè alle politiche di contenimento. Si tratta di contenere o di diminuire il più possibile gli effetti più perversi che la crisi che riguarda l’umanità interna sta ponendo. L’idea di base dell’economia circolare è quella di contrastare l’impostazione dominante nella disciplina economica che è cominciata alla fine del 1700, all’epoca della prima rivoluzione industriale. Oltre ai meriti indubitabili della prima rivoluzione industriale che, come sappiamo, inizia in Inghilterra alla fine del XVIII secolo, essa determina un danno enorme diffondendo l’idea secondo cui la natura di per sé non porrebbe limiti. Per cui le preoccupazioni legate all’inquinamento, all’estrazione dei fossili, alla distruzione dei suoli agricoli, ecc. non avrebbero ragione d’essere. Ebbene, l’economia circolare rappresenta in un certo senso un rimedio nei confronti di questa posizione, che è al tempo stesso teorica e pratica, di teoria economica e  di politica. Ovviamente, come politica di contenimento, l’economia circolare non è sufficiente. Anche perché le altre politiche di adattamento pongono, anch’esse, un problema delicato: quello di chiedere alle persone e alle comunità di adattarsi al nuovo contesto. Questo fa nascere un problema di natura prettamente filosofica: prima gli esseri umani che vivono in società distruggono l’ambiente e poi si chiede a chi è ancora in vita di adattarsi ad un ambiente che è ancora semi distrutto. È anche vero che nelle situazioni come quella che stiamo vivendo noi oggi, l’adattamento è un modo per sopravvivere. Le vere e proprie “politiche”, invece, sono quelle che ho chiamato, “di trasformazione”. Sono queste le politiche di cui non si vuole mai, e dico davvero mai, parlare. Tanto a livello propriamente politico, nazionale e internazionale, quanto a livello propriamente di studio e ricerca. 

In cosa consiste “l’economia trasformativa”?

È quell’economia che accompagna la trasformazione degli stili e dei modi di vita, e soprattutto l’organizzazione produttiva. In altre parole, allo stadio in cui siamo arrivati non è più sufficiente “attaccare cerotti” su una ferita che invece ha bisogno dei punti di sutura da parte del chirurgo. Ed era la battaglia che si sperava di poter portare avanti negli ultimi anni, ma che, con l’elezione alla presidenza statunitense di Trump ha subito un arresto. Perché la prima cosa che Trump ha detto è stata: “No, niente politica di trasformazione! Possiamo continuare con quelle di contenimento e di adattamento, ma non di trasformazione”. Quindi è chiaro che l’economia circolare, che basicamente significa che bisogna riciclare tutto, evitare gli scarti, gli sprechi, e cose analoghe, è ammessa dall’agenda politica di Trump, ma non certamente “l’economia trasformazionale”.  Tanto è vero che Trump ha riaperto in America le centrali a carbone e a petrolio. Poiché questo ha degli impatti immediati sulla dimensione propriamente economica, sta costringendo anche l’Ue ad adattarsi a questo nuovo corso, nonostante sin dal 2024 pure aveva preso una posizione estremamente rigorosa a riguardo. Perché è evidente che le regole della concorrenza internazionale sono tali per cui se gli Usa producono a costi più bassi finiscono per dominare i mercati. Tutto questo mi permette di introdurre e chiarire il concetto di “trilemma ecologico”. 

Ovvero?

La questione ecologica, o ambientale che dir si voglia, ha tre dimensioni che sono legate alle tre forme della sostenibilità. Prima di tutto la sostenibilità ambientale, di cui in genere si parla, ma esiste anche la sostenibilità sociale e la sostenibilità economica. Perché è importante il trilemma? Perché nessuno, davvero nessuno, è al giorno d’oggi riuscito a proporre un modello d’azione che armonizzi i tre tipi di sostenibilità. Al massimo si è riusciti a elaborare modelli che ne tenessero in conto un paio. Per cui ci sono documenti, studi e proposte di azione che cercano di unire la sostenibilità ambientale e quella sociale. Chi protesta? Coloro che difendono la sostenibilità economica, cioè coloro che fanno parte del mondo delle imprese. Oppure si favorisce la sostenibilità ambientale e quella economica a scapito di quella sociale. E allora chi vi reagisce? Il sindacato, o comunque coloro i quali si dedicano all’attività lavorativa. Ai movimenti ambientalisti un po’ estremisti interessa solo la sostenibilità ambientale. Ciò che è davanti a tutti, quindi, è l’urgenza di affrontare di petto il tema del trilemma della sostenibilità, per trovare un modo per tenere in mutuo bilanciamento e armonia le tre forme di sostenibilità. Cosa che è possibile. Bisogna pensare a cosa significa sostenibilità per farlo. La parola “sostenibilità” viene coniata nel 1713 da Von Carlovitz (Hans Carl von Carlovitz, 1646-1714, ingegnere tedesco, ndr), quando scrisse un libretto in latino dove per la prima volta si affrontava il seguente problema: allora il legname era una delle materie prime principali, per cui si chiese quanti alberi potevano essere abbattuti ogni anno senza compromettere la possibilità di avere del legname anche negli anni successivi. Questo libretto ebbe una grande diffusione nei paesi europei ma a fine ‘700, quando scoppia la prima rivoluzione industriale, viene tolto dalla circolazione, e di sostenibilità non si parlerà più per 160 anni. 

Cosa ne pensa delle comunità energetiche? Possiamo parlare di un nuovo modello cooperativo interno all’economia civile? Sono per caso una risposta al trilemma di cui lei ci sta parlando?

Certo. È vero, in piccolo, “in sedicesimo”, le comunità energetiche rappresentano una soluzione, ovviamente timida e parziale, al problema del trilemma. Quello di cui ho parlato sino ad ora è il piano più prettamente teorico, però è vero che nelle pratiche di vita ci sono realtà come queste, come le comunità energetiche, che dimostrano come tenere assieme le tre categorie della sostenibilità. È chiaro che, allora, occorrerebbe aiutarle di più. Parlarne di più. Diffondere di più l’idea e il modo in cui si stanno realizzando, cosa che invece non avviene. Da parte delle autorità pubbliche occorrerebbe individuare forme nuove che non siano le tipiche forme di mero assistenzialismo, per fare in modo che le comunità energetiche raggiungano la massa critica oltre la quale si potrebbe realizzare la trasformazione a cui mi sono riferito prima. 

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Come valuta la transizione ecologica dalla prospettiva dell’economia civile? Il mondo cooperativo potrebbe giocarvi un ruolo centrale?

Quello dell’economia civile è un paradigma, che è una parola greca che significa “visione del mondo” e che i tedeschi chiamano weltanschauung. Un paradigma che nasce in terra italiana, a Napoli, nel 1753, quando l’Università di Napoli istituisce la prima cattedra al mondo di “Economia civile”. Il primo cattedratico è stato Antonio Genovesi. È bene che si riconosca, perché alcuni pensano che sia stata la cattedra di Adam Smith quella che l’ha sancita. Non è così. Perché la sua cattedra scozzese era di “filosofia morale” e non di economia. Lo dobbiamo ammettere: una volta tanto noi italiani siamo arrivati primi. Perché i napoletani decisero di chiamarla “economia civile” e non “economia politica”? Perché l’espressione “economia politica” circolava in Europa da oltre un secolo, coniata da un economista francese non particolarmente noto, sin dal 1615. La ragione è che “civile” è l’aggettivo del sostantivo “civitas”, e il grande Cicerone lo ha interpretato in modo molto efficace, mettendola in opposizione all’Urbs, scrivendo: “Mentre l’Urbs è la città delle pietre, la Civitas è la città delle anime”. Basti pensare a questo per capirne il senso, per capire tutto. Il punto è che nel tempo ha prevalso il modello “Urbs”, tanto è vero che si parla di “urbanistica” o di “urbano”. Non c’è nulla di male, ma cosa vuol dire “città delle anime”? Che un modello di organizzazione della città, che allora voleva dire “luogo di vita della comunità”, doveva pensare non soltanto alla dimensione corporea o biologica, ma anche a quella culturale e spirituale. È da qui che possiamo capire qual è la caratteristica principale del paradigma dell’economia civile come alternativo al paradigma dell’economia politica. 

In cosa si differenziano i due paradigmi?

Ciò che differenzia i due paradigmi sono tre elementi. Prima di tutto l’assunto antropologico. Per l’economia politica il soggetto economico è un Homo oeconomicus. Per capire l’assunto antropologico dell’economia civile, basti ricordare quanto ha scritto in esergo Genovesi in un suo libro: “Homo homini natura amicus”. Ogni uomo è per natura amico degli altri uomini. L’homo oeconomicus è qualcuno che pensa solo al proprio interesse e si comporta in maniera razionale. L’homo civile si comporta in modo tale che capisce che vive all’interno di relazioni sociali che lo mettono in collegamento con altri, e vede quindi nell’altro un potenziale amico, non qualcuno da cui difendersi come nell’altro caso. Il secondo elemento di diversità riguarda il fine dell’agire economico. Per l’economia politica il fine è la massimizzazione del bene totale, cioè del PIL, come lo chiamiamo in Italia. Ovvero, la crescita. Che significa aumentare il Pil anno dopo anno. Per l’economia civile il fine non è il bene totale, ma il bene comune. Eccoci allora arrivati alla risposta alla sua domanda sulla transizione ecologica: l’ambiente non è né un bene privato né un bene pubblico, bensì un bene comune. Perché abbiamo distrutto negli ultimi due secoli e mezzo l’ambiente? Perché abbiamo seguito cattivi maestri che hanno predicato e scritto libri di testo, per convincere gli studenti incapaci di criticare che l’ambiente, ossia l’aria, l’acqua il suolo, gli oceani, sono un bene pubblico. Ma non è vero. Infatti è stato distrutto. Se, invece, viene considerato bene comune, appartiene alla comunità, e quindi deve essere gestito a livello comunitario. Non può essere gestito dallo Stato o da un ente pubblico. Perché se così fosse, la distruzione sarebbe garantita, come la storia ci ha insegnato. Chi ha per prima messo in evidenza questo problema è stata Eleonore Ostrom (Politologa statunitense, 1933-2012, ndr), che nel 1990 scrisse il libro “Governing the Common” (Governare i beni comuni). 

…una pietra miliare degli studi sui beni comuni.

Esatto. Ecco perché se si vuole risolvere il problema alla base della transizione ecologica, il paradigma dei beni comuni è quello che bisogna assumere. Per sua stessa natura, l’economia civile ha in mente i beni comuni. Ma mi lasci ricordare anche la terza distinzione tra i due paradigmi, che ha a che fare con la relazione tra l’etica e l’economia. Per l’economista politico vale la tesi della grande separazione, cioè l’etica è una cosa e l’economia è un’altra. Ognuna ha le proprie leggi. Per l’economista civile, che chiama questa tesi “tesi della grande separazione”, quest’ultima non ha nessuna ragion d’essere. Perché l’economia e l’etica sono le due facce della stessa medaglia. L’agire economico non è solo un agire tecnico, eticamente neutrale, come ancora viene considerato e come Milton Friedman sancì nel 1962 (Milton Friedman, 1912-2006, è stato un economista e statistico statunitense, vincitore del premio Nobel per l’economia nel 1976; scrisse nel 1962 “Capitalismo e Libertà”, ndr), quando scrisse: “L’unico obiettivo dell’impresa è massimizzare il profitto ad ogni costo”. Che è una delle più grosse stupidaggini che si possano affermare. Intendiamoci, lui era bravo e intelligente, non a caso il Nobel. Ma di filosofia non capiva nulla. 

Siamo d’accordo.

Purtroppo troppi economisti lo hanno seguito in questo errore. Va detto, però, che negli ultimi vent’anni il paradigma dell’economia civile è in grande sviluppo. Non solo in Italia, ma soprattutto negli ambienti anglosassoni. Negli ultimi 2 o 3 anni sono stati pubblicati moltissimi libri che fanno riferimento alla “Civil economy”. Non “Civic”, l’economia civica, è tutta un’altra cosa. È successo perché ci si è resi conto che i problemi ambientali o quelli legati alle diseguaglianze sociali o quelli legati al problema della guerra, etc., non potranno mai trovare una soluzione soddisfacente se si resta solo ed esclusivamente all’interno dell’economia politica. A chi lo nega bisognerebbe semplicemente porre davanti i fatti e chiedere: perché le diseguaglianze sociali negli ultimi 40 anni sono aumentate enormemente? Lo stesso si può dire per le guerre, aumentate in modo che nessuno avrebbe mai potuto prevedere, e dell’ambiente, che è stato ulteriormente distrutto. Per tutto questo i difensori del mainstream sono in grave crisi e non hanno il coraggio di parlarne apertamente. Perché anche l’uomo della strada è in grado di capire che c’è qualcosa che non torna.

Quindi dal suo punto di vista la transizione ecologica non sta andando sui giusti binari, visto che mi sembra evidente che non è mossa dalla logica dell’economia civile. O mi sbaglio?

È verissimo. O meglio, dato che sono un ottimista per natura, la mia previsione è che tutto ciò porterà presto a un grande cambiamento. Perché quando ci si avvicina al tipping point, ovvero al punto di rottura dell’equilibrio, ossia di una vera rottura, ed essendo l’essere umano un animale capace di adattamento in senso vero e proprio, cambierà atteggiamento. Si renderà conto che aver coltivato per due secoli e mezzo nelle Università, negli ambienti della ricerca, il paradigma dell’economia politica, ci ha portato a questo livello, è ovvio che l’istinto di sopravvivenza, oltre che la ragionevolezza, faranno cambiare paradigma. Certo, avremo perso del tempo prezioso. Ma varrà la pena dire: “Meglio tardi che mai” (sorride, ndr).

In diversi libri (Economia cooperativa, Paese civile; La cooperazione e Economia è cooperazione) ha affermato che il modello cooperativo è un giano bifronte: è un’impresa sociale ed economica. Ha sottolineato come è importante restaurare un equilibrio tra questi due fattori e, in particolare, tra competizione e cooperazione. Il che le permette di affermare che l’economia cooperativa è parte dell’alternativa dell’economia civile, ma non si oppone al mercato capitalista. Da quello che si può evincere dallo studio storico del mondo cooperativo, però, il mutualismo democratico, che anche per lei segna il modello cooperativo, e che sta alla base della nascita e dello sviluppo delle cooperative, si oppone chiaramente alla finalità, agli strumenti, ai criteri e ai principi di cui si dota il sistema e l’economia capitalista. Basti pensare come la famosa formula di Schumpeter (Joseph Alois Schumpeter, economista austriaco, 1883-1950, ndr), la “distruzione creativa”, segna profondamente l’economia capitalista, come  anche lei richiama esplicitamente nei suoi testi. Oppure, basti ricordare che l’economia cooperativa ha bisogno di sviluppare in modo solidale il benessere di tutti e di ciascuno all’interno del processo lavorativo, attraverso il riconoscimento e la difesa dei beni relazionali e ambientali e il rispetto e l’affermazione del principio di autonomia, che sta alla base della giustizia sociale (che possiamo anche intendere, da una certa prospettiva, come fondamentale per un benessere sociale non monetario). Questo benessere, che è allo stesso tempo equo e solidale, etico e politico, e che si vede nell’interdipendenza che si crea nel lavoro cooperativo e nella valorizzazione della reciprocità a scapito della monetarizzazione economica che segna l’economia finanziaria, esclude quello proposto dal modello capitalista. Come lei ha giustamente ricordato più volte nei suoi lavori, la sua razionalità non è prima di tutto strumentale, come invece accade nell’economia capitalista. A me sembra, quindi, che sia difficile separare la dimensione dell’alternativa da quella dell’opposizione, come invece lei finisce per affermare. Perciò ritengo si possa sostenere che la dimensione bifronte del modello cooperativo a cui lei fa riferimento non ne spieghi la natura o l’identità, ma è invece una fotografia dell’attualità storica di gran parte del mondo cooperativo, capace di mostrare come molte cooperative si autodefiniscano e agiscano in una situazione di compromesso per sopravvivere al dominio dell’economia capitalista, che però, dal canto suo, non smette, non a caso, di mettere in difficoltà in diversi modi il modello cooperativo. 

Per risponderle partirei da un brano del Fedro di Platone, nel quale si legge: “Il solco sarà diritto, se i due cavalli che trainano l’aratro, procedono con la stessa andatura”. Il primo cavallo rappresenta il principio cooperativo, l’altro il principio competitivo. I due principi devono procedere alla stessa andatura. Quando nel 1600 c’è l’avvento dell’economia di mercato capitalistico, il principio competitivo si afferma mettendo in disparte il principio cooperativo, sino ad annullarlo. Qui non ho il tempo di riprendere i fatti storici, e li do per noti. Le cose cambiano a metà del 1800, per l’esattezza nel 1844, quando nasce la cooperativa dei “prodi pionieri di Rochdale” in Inghilterra, in una cittadina a nord di Birmingham. E non a caso questo succede nel Paese che ha dato i natali alla rivoluzione industriale. La prima cooperativa italiana nasce a Torino dieci anni dopo (1854), e poi si diffonde il suo modello. Perché nascono le cooperative? Nascono quando le persone abituate al ragionamento rigoroso e all’onestà intellettuale si rendono conto che avere lasciato in disparte il principio cooperativo, a tutto vantaggio di quello competitivo, stava determinando situazioni di insostenibilità sociale rilevante (sostenibilità non ambientale). Quindi l’impresa cooperativa nasce esattamente come tentativo di “tamponare la falla”, come si dice in gergo. Quella falla che il modello capitalistico di mercato aveva creato. Qui vorrei ricordare velocemente che l’economia di mercato non nasce nel 1700, come si legge ancora da qualche parte, ma nel 1400 in Italia, tra la Toscana e l’Umbria. Per tre secoli l’economia di mercato è stata un’economia di mercato civile. Poi diventa economia di mercato capitalistica. È quest’ultima che comporta che il principio competitivo deve espungere il principio cooperativo. La competizione significa: se io vinco tu perdi. E quindi, se si perde, si viene espulsi dal mercato…

Sembra piuttosto una guerra.

…questa diffusione è stata favorita anche da quella scuola di pensiero di sociologi americani dell’evoluzionismo, come Spengler e altri, che hanno interpretato la teoria darwiniana in maniera totalmente sbagliata. Questo è molto importante, e molti intellettuali oggi che non lo riconoscono fanno male il loro lavoro. Infatti, nella sua teoria dell’evoluzione Darwin scrive che la specie che sopravvive è quella più capace di adattarsi all’ambiente. Cosa fanno questi sociologi? Danno la seguente interpretazione: sopravvive la specie più forte. Il che è un errore gravissimo, perché Darwin, che era onesto e intelligente, ha scritto “il più adatto”.  Invece cosa significa “il più forte”? Che devo competere con gli altri, e devo abbatterli, vincerli, per sopravvivere. La cui conseguenza è che gli altri non sopravvivono. Ecco perché il principio competitivo ha tratto alimento non solo dall’economia ma anche dal pensiero sociologico. Molti sono caduti nella trappola del “Mors tua, vita mea”. Se voglio vivere, ti devo uccidere. Ma questa è una delle più grandi stupidaggini, se guardiamo agli scritti di Darwin, che invece parla di adattamento. La specie che sopravvive è la più capace di adattarsi, ma per farlo devo cooperare con il prossimo. Se non stabilisco un nesso cooperativo con gli altri, ho una minore capacità di adattamento e corro il rischio di non sopravvivere. Ovviamente anche Schumpeter c’è cascato e, anche se in buona fede, ha scritto tante sciocchezze nella sua opera fondamentale (“Capitalismo, Socialismo e Democrazia”, 1942, ndr) e ora stanno emergendo. Basti pensare alla famosa frase che lei ha ricordato della “distruzione creatrice”, ossia che all’interno del mercato bisogna distruggere le imprese che sono poco produttive ed efficienti per fare nascere delle nuove che lo siano. Eppure intere generazioni di economisti lo hanno seguito su questa strada. Ma torniamo alla tua considerazione critica. Per me essa implica una domanda decisiva: quanto devono potersi sviluppare le imprese cooperative per far marciare insieme i due cavalli di Platone? Un passo in questa direzione è stato fatto quando nel 2014 l’Ue ha emanato un atto pubblico sull’economia sociale. L’anno scorso, poi, l’Italia ha sviluppato per la prima volta un Piano nazionale per l’economia sociale. Cioè si dice che l’economia che raggruppa le imprese cooperative, gli enti del terzo settore, etc, hanno un vero e proprio diritto di cittadinanza. Mentre sino a pochi anni fa erano considerate un’eccezione alla regola, che era quella delle imprese capitaliste, oggi non sono più l’eccezione e hanno diritto di cittadinanza dentro il mercato come le altre. Questo è un passo di grandissima rilevanza, che permette a tutti di guardare e di sperare con un atteggiamento benigno e positivo al futuro prossimo.

Cosa impedisce al mondo cooperativo oggi di essere il volano per l’affermarsi di una nuova economia, e di conseguenza anche di una nuova società? Manca forse la consapevolezza di essere un’alternativa all’economia capitalista? Si potrebbe consolidare questo processo con un rafforzamento della coscienza politica non partitica del mondo cooperativo?

L’articolo 45 della Costituzione italiana parla esplicitamente di imprese cooperative, ed è l’unica costituzione europea che ha un articolo specificamente dedicato alle cooperative. Questo, insieme a quello che ricordavo prima, che le imprese cooperative in Europa e in Italia non sono più l’eccezione, vanno nella giusta direzione. Ciò che ora manca per favorire la loro espansione al momento si trova nell’ambito della cultura. Manca la cultura. Le faccio solo un esempio, che però è emblematico del problema. In Italia ci sono circa 75 Università pubbliche, solo in una c’è un corso esplicitamente rivolto all’economia sociale e cooperativa, ed è nell’Università di Bologna perché l’ho creato io circa 28 anni fa, sperando che le altre Università seguissero l’esempio. Perché non è stato fatto in questi ultimi 28 anni?

Leggi anche: “Tutti per uno, uno per tutti”: l’alternativa cooperativa

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