In meno di quattro anni, la certificazione accreditata per la parità di genere ha registrato in Italia una crescita ben oltre le aspettative: sono circa 12 mila le aziende che l’hanno ottenuta, insieme a una sessantina di organismi di certificazione, superando con largo anticipo l’obiettivo fissato dal PNRR, che prevedeva 800 imprese certificate entro il 2026.
Un dato che non racconta solo il successo di uno strumento normativo ma un cambiamento culturale sempre più visibile nel mondo produttivo. La parità di genere, infatti, non viene più considerata soltanto un tema di immagine o di responsabilità sociale ma un elemento strutturale della competitività, della sostenibilità e della qualità organizzativa delle imprese.

Alla base di questo percorso c’è la certificazione rilasciata dagli organismi accreditati da Accredia, l’Ente italiano di accreditamento, oggi 64, secondo quanto previsto dalla Prassi UNI/PdR 125. UNI ha da poco avviato una consultazione per raccogliere pareri e commenti finalizzati alla trasformazione di questa Prassi in Norma.
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Come misurare la parità di genere?
Si tratta di un riferimento normativo che ha introdotto criteri misurabili per valutare in modo concreto le politiche di parità adottate dalle organizzazioni. Il punto centrale è proprio questo: non una dichiarazione di principio, ma un sistema di gestione fondato su dati, indicatori e verifiche. La prassi consente infatti di misurare e rendicontare le performance di genere, rafforzare la trasparenza dei processi interni e accompagnare le aziende in un percorso di miglioramento continuo.
Tradotto nella pratica, significa dotarsi di KPI, definire politiche chiare e intervenire con azioni concrete su selezione, crescita professionale, retribuzione e benessere delle persone. Rientrano in questo perimetro le modalità di assunzione e promozione, le misure a sostegno della genitorialità, il contrasto al gender pay gap e la presenza femminile nei ruoli decisionali e di governance. Ogni impresa è chiamata a costruire un piano strategico triennale, poi verificato annualmente dagli organismi di valutazione, con l’obiettivo di controllare che agli impegni dichiarati corrispondano risultati effettivi.
Uno degli aspetti più rilevanti è che questa certificazione non è riservata a grandi gruppi o a settori specifici. Può essere richiesta da organizzazioni di qualsiasi dimensione, pubbliche o private, industriali o di servizi. È un elemento non secondario, soprattutto in un Paese come l’Italia, dove il tessuto economico è composto in larga parte da piccole e medie imprese.
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Il contributo del PNRR per la parità di genere
A favorire la diffusione della certificazione ha contribuito anche il meccanismo premiale previsto dal PNRR. Per le imprese certificate sono infatti previsti incentivi tangibili, come sgravi contributivi fino a 50 mila euro e punteggi aggiuntivi nelle gare pubbliche.

In questo quadro si inserisce anche l’aggiornamento degli strumenti di supporto operativo. Accredia e UNI hanno infatti pubblicato da qualche settimana la terza edizione della brochure “UNI/PdR 125 Frequently Asked Questions – Indirizzi applicativi”, che sostituisce le versioni precedenti e interviene sui principali aspetti applicativi della prassi. Le FAQ 2026 chiariscono come utilizzare i KPI qualitativi e quantitativi, come leggere le soglie minime di punteggio, come gestire audit e campionamenti e quali requisiti debbano possedere i team di valutazione. Allo stesso tempo, approfondiscono temi cruciali come la governance, la cultura organizzativa e l’integrazione della parità di genere nei processi aziendali.
Il valore dell’aggiornamento sta soprattutto nella sua funzione pratica: rendere più semplice e uniforme l’applicazione della prassi, chiarendo quali evidenze siano necessarie, come interpretare correttamente gli indicatori e come affrontare i casi più particolari. In un sistema che cresce rapidamente, questo significa ridurre i margini di incertezza, aumentare la coerenza tra imprese e organismi di certificazione e rafforzare l’uniformità delle attività di valutazione.
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