La disuguaglianza rimane estrema e persistente; si manifesta in molteplici dimensioni che si intersecano e si rafforzano a vicenda; e rimodella le democrazie, frammentando le compagini sociali ed erodendo il consenso politico”. Il World Inequality Report 2026 (WIR 2026) non descrive solo le differenze di reddito o patrimonio. Ci parla invece di “nuove dimensioni della disuguaglianza che caratterizzano il XXI secolo: clima e ricchezza, disparità di genere, accesso ineguale al capitale umano, asimmetrie del sistema finanziario globale e divisioni territoriali che stanno ridisegnando la politica democratica”. Un caleidoscopio di disparità che rivelano che “oggi la disuguaglianza non si limita al reddito o alla ricchezza, ma riguarda ogni ambito della vita economica e sociale”. Inclusi, come i lettori di EconomiaCircolare.com sanno, gli ambiti legati all’ambiente e alla crisi climatica.
Terza edizione (dopo quelle del 2018 e del 2022) di un lavoro collettivo portato avanti dai 200 studiosi da tutto il mondo affiliati al World Inequality Lab, il WIR 2026 restituisce i dati del “più grande database sull’evoluzione storica della disuguaglianza globale”.
La disuguaglianza “è stata a lungo una caratteristica distintiva dell’economia globale, ma nel 2025 ha raggiunto livelli che richiedono un’attenzione urgente”, afferma l’analisi. Nel nostro paese, che se alziamo lo sguardo al mondo intero possiamo ritenere privilegiato, Istat stima oltre 2,2 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta (l’8,4% delle famiglie residenti) per un totale di 5,7 milioni di individui (dati relativi al 2024, ultima rilevazione): stesso livello del 2023. Ma tra le famiglie con stranieri sale al 30,4% e supera il 35% in quelle composte esclusivamente da stranieri. Un livello che, mentre ci apprestiamo al pranzo di Natale, non può non far riflettere. Un livello che, le politiche economiche nazionali non contribuiranno a ridurre: lo afferma l’allegato alla legge di bilancio sugli indicatori di Benessere Equo e Sostenibile (BES) che analizza dodici indicatori del benessere sociale, economico e ambientale del Paese e che confermava la stagnazione di gran parte degli indicatori per il triennio 2026-2028
Come sottolinea World Inequality Lab, “I benefici della globalizzazione e della crescita economica sono andati in modo sproporzionato a una piccola minoranza, mentre gran parte della popolazione mondiale continua ad avere difficoltà a raggiungere un tenore di vita stabile”.
Si tratta di “differenze che non sono inevitabili. Sono il risultato di scelte politiche e istituzionali”. I dati dimostrano infatti “che la disuguaglianza può essere ridotta. Politiche quali i trasferimenti redistributivi, la tassazione progressiva, gli investimenti nel capitale umano e il rafforzamento dei diritti dei lavoratori hanno fatto la differenza in alcuni contesti”.
Ridurre la disuguaglianza, affermano autrici e autori, “non è solo una questione di equità, ma è anche essenziale per la resilienza delle economie, la stabilità delle democrazie e la sopravvivenza del nostro pianeta”.
Qui restituiremo sinteticamente i traccianti principali di questo groviglio di disuguaglianze, in particolare quelle che intrecciano di più i nostri temi.
Clima, reddito e ricchezza
“La crisi climatica è una sfida collettiva, ma anche profondamente iniqua” Il rapporto mostra che i contributi al cambiamento climatico sono “tutt’altro che distribuiti in modo uniforme”. E lo fa mettendo sotto la lente non solo le emissioni associate ai consumi ma anche quelle legate alla ricchezza posseduta: “Nuovi studi hanno rivelato come la proprietà del capitale svolga un ruolo fondamentale nella disparità delle emissioni”. Infatti il 10% delle persone più ricche al mondo è responsabile del 77% delle emissioni globali associate alla proprietà del capitale privato, mentre la metà più povera della popolazione mondiale è responsabile solo del 3%. “L’1% più ricco è responsabile da solo del 41% delle emissioni associate alla proprietà di capitali privati, quasi il doppio dell’intero 90% più povero messo insieme”.
Una disparità che riguarda anche la vulnerabilità. “Coloro che emettono meno, in gran parte popolazioni dei paesi a basso reddito, sono anche quelli più esposti agli shock climatici. Nel frattempo, coloro che emettono di più sono più protetti, con risorse per adattarsi o evitare le conseguenze dei cambiamenti climatici”.

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Persistente discriminazione di genere
“La disuguaglianza non è solo una questione di reddito, ricchezza o emissioni. È anche radicata nelle strutture della vita quotidiana, determinando chi viene riconosciuto per il proprio lavoro, chi viene ricompensato per il proprio contributo e chi vede limitate le proprie opportunità. Tra le divisioni più persistenti e diffuse vi è il divario tra uomini e donne”, spiega il World Inequality Lab. A livello globale, infatti, le donne rappresentano poco più di un quarto del reddito da lavoro totale, “una quota che è rimasta pressoché invariata dal 1990”. Se analizzata per regione, in Medio Oriente e Nord Africa la quota delle donne è solo del 16%; in Asia meridionale e sud-orientale è del 20%; in Africa subsahariana è del 28%; e in Asia orientale è del 34%. Europa, Nord America e Oceania, così come Russia e Asia centrale, registrano risultati migliori, ma le donne rappresentano comunque solo circa il 40% del reddito da lavoro.
Questa disparità è ancora più spiccata se alle considerazioni sul reddito si aggiungono quelle sul lavoro invisibile e non retribuito, “svolto in modo sproporzionato dalle donne”. In media, “le donne guadagnano solo il 32% di quanto guadagnano gli uomini per ora lavorativa, considerando sia le attività retribuite che quelle non retribuite”.
La scuola, “disparità che determinano le opportunità di intere generazioni”
La disparità globale nell’accesso alla scolarizzazione e alla formazione del capitale umano è enorme: “Si attesta su livelli che sono probabilmente molto più elevati di quanto la maggior parte delle persone immagini”. Nel 2025, la spesa media per l’istruzione per bambino nell’Africa subsahariana era pari a soli 220 euro (PPA), rispetto ai 7.430 euro dell’Europa e ai 9.020 euro del Nord America e dell’Oceania (vedi Figura 11) (un divario di oltre 1 a 40, ovvero circa tre volte superiore al divario del PIL pro capite). Tali disparità “determinano le opportunità di vita di intere generazioni, consolidando una geografia delle opportunità che esacerba e perpetua le gerarchie di ricchezza globali”.
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Differenze di reddito tra regioni e negli stati
Una persona media in Nord America e Oceania guadagna circa tredici volte di più rispetto a una persona nell’Africa subsahariana e tre volte di più rispetto alla media globale. Il reddito medio giornaliero in Nord America e Oceania è di circa 125 euro, rispetto ai soli 10 euro dell’Africa subsahariana. “E queste sono medie: all’interno di ciascuna regione, molte persone vivono con molto meno”, sottolineano i ricercatori.
Lo studio consente di esaminare le disuguaglianze non solo tra le regioni, ma anche all’interno dei singoli paesi. Uno dei modi per visualizzarle è il rapporto tra il reddito del 10% più ricco e quello del 50% più povero (T10/B50), “una misura semplice ma efficace che pone la seguente domanda: in media, quanto guadagna in più il 10% più ricco rispetto alla metà più povera? La risposta rivela grandi disuguaglianze all’interno dei paesi”. Sebbene la disuguaglianza all’interno dei paesi “sia grave ovunque”, un focus regionale evidenzia i diversi gradi di gravita.
L’Europa e gran parte del Nord America e dell’Oceania sono tra le regioni meno disuguali, anche se qui i gruppi più ricchi detengono una ricchezza molto maggiore rispetto alla metà più povera della popolazione. Gli Stati Uniti rappresentano un’eccezione, con livelli di disuguaglianza più elevati rispetto agli altri paesi ad alto reddito. All’altra estremità dello spettro, l’America Latina, l’Africa meridionale, il Medio Oriente e il Nord Africa combinano redditi bassi per il 50% più povero della popolazione con un’estrema concentrazione nella fascia più ricca, il che produce alcuni dei divari di reddito T10/B50 più elevati al mondo.
Finanza che alimenta le disparità
“La disuguaglianza è anche profondamente radicata nel sistema finanziario globale”. WIR 2026 documenta come, a livello globale, il sistema finanziario globale rafforzi le disuguaglianze. Le economie ricche continuano a beneficiare di un “privilegio esorbitante”: ogni anno “circa l’1% del PIL globale (circa tre volte tanto gli aiuti allo sviluppo) passa dai paesi più poveri a quelli più ricchi attraverso trasferimenti netti di reddito estero associati a rendimenti eccessivi persistenti e pagamenti di interessi inferiori sui debiti dei paesi ricchi”. Perché un dollaro investito dal Nord globale nel Sud globale rende più di un dollaro investito in senso opposto: gli investimenti nel Sud sono considerati più a rischio e quindi sono remunerati di più.
“Invertire questa dinamica – affermano gli autori e le autrici del WIR 2026 – è fondamentale per qualsiasi strategia credibile di equità globale”.
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Ridurre le disuguaglianze
“Ridurre le disuguaglianze è una scelta politica. Tuttavia, l’elettorato frammentato, la bassa rappresentanza dei lavoratori e l’influenza eccessiva della ricchezza ostacolano la formazione delle coalizioni necessarie per attuare le riforme. Questa realtà può cambiare […]. I dati disponibili portano a una conclusione chiara: la disuguaglianza può essere ridotta. Esistono una serie di politiche che, in modi diversi, si sono dimostrate efficaci nel ridurre i divari”.
Vediamo quali sono.
Investimenti per istruzione e sanità. Una strada suggerita nel WIR è quella degli investimenti pubblici nell’istruzione e nella sanità: “Tra i più potenti strumenti di equalizzazione, ma l’accesso a questi servizi di base rimane diseguale e stratificato”. Gli investimenti pubblici in scuole gratuite e di alta qualità, assistenza sanitaria universale, assistenza all’infanzia e programmi nutrizionali possono ridurre le disparità nella prima infanzia e promuovere opportunità di apprendimento permanente, “garantendo che siano il talento e l’impegno, piuttosto che il background, a determinare le opportunità di vita”.
Redistribuzione. L’altro caposaldo sono i programmi di ridistribuzione. “I trasferimenti di denaro, le pensioni, i sussidi di disoccupazione e il sostegno mirato alle famiglie vulnerabili possono trasferire direttamente le risorse dalla parte alta alla parte bassa della distribuzione”.
Ridurre il divario di genere. Il progresso, affermano ricercatori e ricercatrici, deriva anche dal miglioramento della parità di genere. Per raggiungere l’obiettivo è necessario eliminare “le barriere strutturali che determinano il modo in cui il lavoro viene valutato e distribuito”. Le politiche che riconoscono e ridistribuiscono il lavoro di cura non retribuito, attraverso servizi di assistenza all’infanzia a prezzi accessibili, congedi parentali che includono i padri e crediti pensionistici per chi presta assistenza, sono essenziali per garantire pari opportunità. Altrettanto importanti sono la rigorosa applicazione della parità retributiva e una maggiore protezione contro la discriminazione sul posto di lavoro.
Politiche climatiche. Un’altra dimensione chiave è rappresentata dalla politica climatica: “Se mal concepita, può aumentare le disuguaglianze, ma se ben pianificata, può anche ridurle”. I sussidi climatici, abbinati a una tassazione progressiva, secondo il World Inequality Lab. hanno “il potenziale di accelerare l’adozione di tecnologie a basse emissioni di carbonio in modo equo”. Anche le tasse e le normative sui consumi di lusso o sugli investimenti ad alto tenore di carbonio possono contribuire a ridurre i livelli di emissioni tra i gruppi più ricchi.
Leva fiscale. La politica fiscale è un’altra leva potente. “Sistemi fiscali più equi, in cui i più ricchi contribuiscono con aliquote più elevate attraverso imposte progressive, non solo mobilitano risorse, ma rafforzano anche la legittimità fiscale”. Rientrano in questa quadro “aliquote modeste di un’imposta minima globale sui miliardari e sui centi-milionari”: in grado di aumentare tra lo 0,45% e l’1,11% del PIL globale e finanziare investimenti trasformativi nell’istruzione, nella sanità e nell’adattamento climatico.
Riforma del sistema finanziario. La disuguaglianza può essere ridotta anche riformando il sistema finanziario globale. “Gli accordi attuali consentono alle economie avanzate di ottenere prestiti a basso costo e garantire afflussi costanti, mentre le economie in via di sviluppo devono affrontare passività costose e deflussi persistenti”. Tra le riforme proposte, l’adozione di una moneta globale, sistemi di credito e debito centralizzati.
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