Dormiva da un secolo, divorato dai rovi e con il tetto sfondato che lasciava entrare la pioggia come fossero lacrime. Il suo cuore di pietra era freddo e le sue macine mute. Tuttavia, l’acqua, instancabile, non aveva mai smesso di scorrere accanto a lui, sussurrandogli la sua musica. Nessuno, passando in quel bosco della Calabria, immaginava che in quel rudere dimenticato si nascondesse il progetto per un futuro più sostenibile. Una storia che non aspettava altro che essere risvegliata.
Nella zona di Lamezia Terme, a soli trecento metri dal tessuto urbano di Nicastro, ai piedi del Castello Normanno-Svevo in una valle buia e boscosa in cui da secoli si mescolano storia e mistero, si cela infatti un portale che collega ad un altro mondo: l’Antico Mulino delle Fate. In questi luoghi la coppia di ingegneri, Fabio Aiello e Anna Filardo, insieme alla sua famiglia, hanno deciso di recuperare un rudere del ‘700 scoprendo per se stesso l’insostituibile valore della riconnessione con la natura.
Questa è una storia che parte da una caduta accidentale tra i rovi e arriva alla vittoria del Primo Premio Internazionale “La Fabbrica nel Paesaggio” promosso dalla FICLU per l’UNESCO, dimostrando che un altro futuro è possibile.
Dalla Svizzera al bosco: la scelta controcorrente per una nuova ricchezza
Fabio ha 47 anni, abita in Svizzera e, per professione, progetta e realizza grandi opere. Conduce una vita scandita da scadenze e obiettivi, con ritorni periodici nella terra dove affondano le sue radici e quelle di sua moglie Anna.
Tutto va come pianificato fin quando, nel 2014, durante una passeggiata nel bosco, si imbatte nei resti di un antico mulino ad acqua. “Era come se stessi andando a un appuntamento“, racconta. Da quel momento, la sua prospettiva cambia radicalmente. I risparmi che originariamente sarebbero stati destinati all’acquisto di una villa e di una bella auto vengono impiegati per altre priorità: un’utilitaria di seconda mano, due asinelli, due caprette e un sogno… ridar voce ai ruderi di un antico mulino riportandolo in vita.
Una scelta ardua e diverse volte commovente, condivisa con tutta la famiglia, in particolare con Anna, anche lei ingegnere e mente, insieme a Fabio, della rinascita dell’antica costruzione. Da oltre un decennio, quindi, ogni vacanza e ogni momento libero vengono dedicati al cantiere nel bosco. “Ho capito che la vera ricchezza sono lo spazio, il tempo e il silenzio“, spiega Fabio, “non la felicità − che è effimera − ma la contentezza: essere contenti di ciò che si ha, della salute e degli affetti”. Una filosofia che si oppone al consumismo sfrenato e che trova la sua massima espressione nel recupero del mulino.

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Un restauro che è lezione di economia circolare applicata
Il recupero dell’Antico Mulino delle Fate è un manuale a cielo aperto di sostenibilità e circolarità. Non si è trattato di una semplice ristrutturazione, ma di un atto di archeologia industriale e di profondo rispetto per il luogo. Le quasi 7.000 ore di lavoro di Fabio, affiancato dal suocero e maestro muratore “Mastro Natale”, sono state impiegate per ricostruire, pietra su pietra, il mulino seguendo le tecniche originali. L’accesso impervio ha impedito l’uso di mezzi meccanici: tutto è stato portato a mano, con carriole, lungo un’antica mulattiera.
Un esempio evidente di upcycling, poi, è il riutilizzo delle travi in castagno del vecchio solaio, marcite e destinate al macero, che sono state recuperate per costruire un suggestivo ponticello. “Mi emoziono di più a capire la statica di questo ponticello che a vedere un ponte di Calatrava“, confessa Fabio.
Questo approccio ha permesso di dare nuova vita ai materiali, riducendo a zero gli sprechi e onorando la storia del luogo. Anche l’antica malta impermeabile della torre piezometrica (la “saitta”), realizzata secoli fa con calce e uova, insegna come il passato possa offrire soluzioni geniali e durature, sfidando terremoti e secoli.

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L’acqua come motore: tecnologia antica per un futuro sostenibile
Il cuore pulsante del mulino è l’acqua: il sistema di captazione, l’opera di presa, non è una diga che violenta il fiume, ma una struttura che “dialoga” con esso. Preleva solo l’acqua necessaria, garantendo sempre il deflusso minimo vitale per l’ecosistema a valle. Una condotta di 400 metri, i cui tubi sono stati portati a spalla, è stata poi mimetizzata ed integrata nel paesaggio, lasciando che la vegetazione la ricoprisse.
Vera fonte di energia pulita e rinnovabile, l’acqua aziona le antiche macine in quarzo francese, una pietra che non si surriscalda. Il risultato è una macinazione lenta (30 kg/ora contro le tonnellate dei mulini industriali) e “a freddo” che preserva tutte le proprietà nutritive e organolettiche dei grani antichi coltivati senza chimica. Si produce così la “farina integrale in purezza”, un cibo sano e buono che è la risposta concreta di Fabio alla domanda: “che senso ha guadagnare per poi mangiare male e pagare per curarci?“. È la creazione di una filiera cortissima − dal campo al sacco − che rigenera la salute delle persone e del territorio. Un modello che ha meritato il prestigioso premio internazionale “La Fabbrica nel Paesaggio” della FICLU per l’UNESCO.
Farina ma non solo: “Macinare Cultura” e la disintossicazione digitale
Da sempre il mulino è stato un luogo di aggregazione. Nell’antica civiltà mediterranea ed in particolare quella del sud Italia, infatti, i luoghi di aggregazione erano due, la chiesa dove si pregava e il mulino dove ci si poteva sfamare, non a caso il prete ed il mugnaio erano le due figure principali di una comunità. L’Antico Mulino delle Fate, oltre ad essere un opificio con una storia straordinaria, è anche ritornato ad essere centro di aggregazione e centro culturale pulsante. Attraverso l’associazione “Amici dell’Antico Mulino delle Fate”, Fabio organizza eventi battezzati “Macinare Cultura” che includono passeggiate storiche di orienteering come la A ruga-ruga, a rasa-rasa per riscoprire i vicoli di Nicastro e attività educative per migliaia di studenti.
Tra le iniziative più innovative c’è il progetto internazionale Digital Detox, nato da uno scambio interculturale con il Sol Levante. In un’area dedicata del bosco, sono stati installati oltre 100 giochi in legno, progettati da esperti giapponesi per sviluppare concentrazione, creatività e cooperazione, allontanando bambini e adulti dalla dipendenza da smartphone e social media. “Offline è il nuovo lusso”, recita il motto dell’iniziativa, e rappresenta una forte presa di posizione in un’era di connessione perenne ma di crescente fragilità mentale che dimostra come la natura e il gioco manuale siano strumenti potentissimi di benessere.

Il futuro è nel bosco: un modello di benessere oltre il PIL
L’Antico Mulino delle Fate può essere definito “un Albero con le Radici”, la sua storia, custodita dalla leggenda della Fata Gelsomina, cela anche messaggio per le nuove generazioni, spesso “spente per colpa di noi adulti“, come dice Fabio. È la dimostrazione che “per ottenere il bello devi faticare perché non te lo regala nessuno“. Il suo sogno è di poter vivere stabilmente nel bosco, diventando “il mugnaio di una volta”, unendo sapienza ingegneristica e artigiana.
L’esperienza di Fabio ci insegna che è possibile costruire un’alternativa al modello di sviluppo dominante. Un’alternativa dove il valore non si misura in potere d’acquisto, ma in qualità della vita; dove l’economia non estrae ma rigenera e la ricchezza più grande è possedere il proprio tempo, coltivare il proprio cibo e vivere in pace con sé stessi e con l’ambiente.
L’esempio dell’Antico Mulino delle Fate non ci spinge a guardare al passato con nostalgia, ma a trovare le conoscenze e la passione necessarie a costruire un domani più sostenibile e, soprattutto, più umano.
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