Ecodesign, fine vita ed economia circolare, norme e progetti europei: EconomiaCircolare.com approfitta della sua recente nomina a direttore generale del consorzio Erion Textiles per riflettere con Luca Campadello su alcuni temi e questioni che interessano le imprese della filiera tessile, e ovviamente anche consumatori e consumatrici.
Direttore, la revisione della direttiva quadro sui rifiuti approvata lo scorso anno prevede l’introduzione del meccanismo di responsabilità estesa del produttore (EPR) per i prodotti tessili in tutti i Paesi UE. A che punto siamo?
Tutti gli stati europei si stanno attivando per il recepimento della revisione della direttiva quadro pubblicata sulla Gazzetta ufficiale europea lo scorso ottobre. Quindi in tutti gli stati vedremo nascere normative sulla responsabilità estesa del produttore per il tessile, chi più velocemente chi meno. Qualcuno – penso alla Francia e l’Olanda – dovrà adattare gli schemi già predisposti alla nuova direttiva. C’è tempo per fare questo, ma l’Italia sembra tra i paesi che vogliono una normativa nazionale il prima possibile: l’obiettivo del governo è pubblicare il decreto ministeriale che istituisce l’EPR entro marzo di quest’anno.
Il ministero dell’Ambiente, insieme a quello delle imprese e del made in Italy, sta portando avanti la bozza di decreto sottoposta a consultazione lo scorso aprile, provando ad adattarla quanto più possibile alle indicazioni della direttiva europea.
È stata già inviata alla Commissione?
Sappiamo che il testo è in mano agli uffici legislativi. Il prossimo passaggio sarà quindi la condivisione con Bruxelles.
Erion Textiles come si prepara?
Erion Textiles ha fatto una scelta di campo: i produttori di abbigliamento hanno deciso di non tenere il Consorzio in naftalina in attesa del decreto. Hanno invece condiviso di impegnarsi già ora, anche se la legge non c’è ancora, per guidare attivamente il futuro sistema EPR del settore moda-abbigliamento. Lo hanno fatto nominandomi direttore generale e approvando un budget per lo svolgimento di tutte le attività preliminari alla partenza della norma. Questo significa che il 2026 sarà un anno in cui ci dedicheremo alla costruzione del sistema. Sia da un punto di vista dei principi, delle regole, degli accordi da prendere con i comuni e con gli operatori della raccolta, della selezione e del riciclo; sia da un punto di vista delle attività che il consorzio può mettere in campo per prepararsi al meglio a quando il decreto verrà pubblicato.
L’aspetto positivo della nostra compagine è avere nel consorzio le aziende più grandi, cui saranno affidate maggiori responsabilità per l’implementazione dell’EPR. Il segnale positivo è che queste aziende hanno deciso di impegnarsi prima dell’obbligo normativo: piuttosto di rischiare di dover impostare il sistema di fretta, facciamolo con la dovuta attenzione e pianificazione, tanto – che sia marzo o aprile – il decreto arriverà e le conseguenti attività dovranno essere effettuate.
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L’attesa del decreto ha messo in moto qualcosa all’interno delle imprese consorziate?
Sì, direi di sì, da due punti di vista. Il primo, è economico, l’altro un po’ più tecnico, legato alle strategie di sostenibilità.
Dal punto di vista economico le aziende stanno adeguando i loro processi, le loro strategie di budget-pricing e i loro database (il modo con cui tracciano i prodotti) per prepararsi a quando dovranno fare le dichiarazioni legate alla tracciabilità dei prodotti e alla conformità con l’EPR. Ad esempio, visto che le dichiarazioni dovranno essere fatte in peso, stanno iniziando a recuperare il peso dei prodotti. Può sembrare una banalità, ma oggi le aziende contabilizzano i pezzi, mentre l’EPR prevede la responsabilità sui chilogrammi immessi sul mercato. Si iniziano allora a mettere a punto i processi interni per prepararsi alle future dichiarazioni e per capire qual è la rispettiva quota di responsabilità all’interno del sistema, sulla base della quale poi verrà anche chiesto alle aziende di finanziare il sistema stesso.
Un altro aspetto interessante ha a che fare col costo dei prodotti. Nel gruppo di lavoro avviato con i consorziati è emerso chiaramente che l’eco-contributo sarà un costo: se è vero che verrà ribaltato sul consumatore, è anche vero che non è facile influire sulle logiche di prezzi del settore dell’abbigliamento. Se un maglione costa 49,90€ non è immaginabile che domani costi 49,92€ o 49,93€. Quindi l’altro lavoro che le imprese stanno facendo al loro interno in vista dell’EPR è lavorare sulle fasce di prezzo dei prodotti: perché rispecchino le fasce standard del mondo dei retailer e però gli consentano di non perdere marginalità quando l’eco contributo verrà applicato.
Poi c’è l’altro aspetto, il lavoro più tecnico, legato alla sostenibilità. Se da domani i produttori saranno responsabili della gestione dei prodotti a fine vita, che opportunità si possono aprire per loro? Si può aprire ad esempio la possibilità di approvvigionarsi di fibre e materiali riciclati? Oppure avere un contributo ambientale inferiore perché si commercializzano prodotti più durevoli e più riciclabili? C’è insomma tutta quella parte di progettazione da un lato e di verifica delle strategie industriali dall’altro sulla quale osservo una sensibilità soprattutto dei grandi gruppi che lavorano con noi. Gruppi che vedono la responsabilità estesa del produttore anche come responsabilità nella gestione di una filiera sulla quale fino ad oggi non avevano alcun controllo.
In Europa si lavora a livello tecnico e normativo in vista degli atti delegati previsti dal Regolamento ecodesign per il tessile. Qual è l’atteggiamento delle imprese del consorzio?
Adesso sono alla ricerca di indicazioni. Due settimane fa c’è stata ad esempio grande attesa per un workshop del JRC sul regolamento ecodesign. Per il collegamento tra ESPR e EPR si sta cercando di capire se e quando arriveranno i criteri che consentiranno di pagare un eco-contributo ridotto vendendo prodotti più sostenibili. La discussione, insomma, è legata a queste esigenze che contribuiranno a definire le future strategie dei brand.
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A proposito di innovazione, l’UE ha finanziato un progetto pilota per un sistema di deposito su cauzione dedicato ai prodotti tessili. Può essere interessante una misura del genere?
Questo progetto mi ha colpito, perché il deposito su cauzione funziona solitamente su prodotti che hanno una vita utile molto breve. Quando la Commissione Europea rifletteva sulla possibilità di applicarlo ai cellulari o alle batterie, si sono levate molte voci contrarie.
Perché il consumatore paga in anticipo qualche centesimo e chissà se poi lo rivedrà quando dismetterà il prodotto. E poi chi si occuperà di gestire per tutto quel tempo gli ingenti fondi raccolti? Quella proposta di deposito era stata vista negativamente sia dai consumatori che dai settori industriali. Ecco, per il tessile è molto simile perché sono prodotti con una lunga vita attesa e con una filiera distributiva diversa rispetto a quella delle bottiglie di plastica per le bevande.
Oggi, non solo in Italia, la raccolta dei beni tessili a fine vita è in difficoltà, tanto che c’è un tavolo di crisi aperto al ministero dell’ambiente. Secondo lei come si può risolvere questo problema? Dobbiamo mettere in stand by la raccolta? Dobbiamo incentivare chi raccoglie?
Fino a che non verrà pubblicata la normativa EPR, la responsabilità di gestire i rifiuti raccolti resta in capo ai comuni. Ci sono ad esempio dei comuni che, considerando la difficoltà nella gestione dei rifiuti tessili, hanno aumentato la TaRi, la tassa sui rifiuti. Domani questa problematica sarà presa in carico dai produttori con i loro consorzi, ma oggi è un tema affrontato dai comuni italiani.
Però riflettiamo anche su cosa ci dice questa crisi. Ci dice che è necessario un cambio di strategia nella gestione di questi rifiuti: se i vecchi canali che portavano i prodotti riutilizzabili verso i paesi in via di sviluppo si stanno via via chiudendo, questa è probabilmente l’opportunità per trovare nuove soluzioni europee per il riutilizzo e il riciclo, ma che siano più stabili e meno dipendenti da fattori esogeni.
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Tra le cause di questa crisi, c’è anche la concorrenza del fast e ultrafast fashion. Nel Consiglio ambiente del dicembre scorso alcuni paesi, tra cui l’Italia, hanno presentato un non-paper chiedendo alla Commissione un intervento per gestire la questione dell’ultrafast fashion. Che ne pensa?
Questo è un tema che non è direttamente collegato con l’EPR e che ci auguriamo che non sia inserito nella già complessa normativa ambientale, dato che riguarda la competitività industriale, per cui sarà una scelta politica della Commissione capire, e come Consorzio siamo a disposizione per discuterne coi ministeri, se c’è la volontà di proteggere il mercato europeo con strumenti diversi dall’EPR.
Il regolamento sull’eco-design prevede la rendicontazione dell’invenduto tessile e poi, a breve, il divieto di distruzione. Le aziende del consorzio come si stanno preparando?
Quanto alla rendicontazione, sicuramente ci sono aziende più pronte a questo tipo di dichiarazioni rispetto ad altre. Per quanto riguarda invece il divieto di distruzione dell’invenduto, anche grazie alla nostra rete di contatti e convenzionati, gli invenduti trovano già oggi mercati secondari: prima negli outlet, poi in altri mercati extranazionali. Ad oggi, un’altra esigenza per cui affianchiamo le imprese è la ricerca di soluzioni per la gestione dei prodotti difettosi e in generale per la gestione circolare dei rifiuti nei negozi e delle rimanenze di magazzino.
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