A Roma c’è un luogo dove il ronzio di una sega circolare si mescola al ticchettio di una tastiera, dove l’odore del legno appena tagliato incontra quello del metallo saldato e dove l’economia circolare non è un concetto astratto, ma una pratica quotidiana. Questo luogo è OZ Officine Zero un progetto che, da oltre un decennio, intreccia lavoro, innovazione sociale e rigenerazione urbana. Siamo andati a scoprire la sua evoluzione, le sfide e i progetti futuri, parlandone con Alessandro Splendori, uno dei soci fondatori. Un’avventura che parte da un’occupazione e sogna di diventare un modello replicabile per le città di domani.
Dalle fabbriche recuperate alla multifactory: la genesi di OZ Officine Zero
La storia di OZ Officine Zero, come ci racconta Splendori, si divide in due grandi fasi. La prima affonda le radici nel giugno 2013 con l’occupazione dell’ex officina di riparazione dei treni notte a Pietralata, un enorme spazio industriale dismesso. A rianimarlo, un gruppo eterogeneo: gli ultimi operai rimasti senza ricollocazione, una trentina di persone, alle quali si sono aggregate diverse realtà sociali romane, interessate a sperimentare nuove forme di lavoro.
“All’inizio”, spiega Splendori, “quel posto aveva il fascino delle fabbriche sudamericane recuperate, ma era più una suggestione che una possibilità concreta”. Il modello del workers buyout nel quale i lavoratori prendono il controllo dell’azienda per continuarne l’attività, non era applicabile a questo caso. “Non si poteva certo pensare che un gruppo di operai potesse riprendere a fare la manutenzione dei treni notte”. L’idea iniziale, quindi, fu quella di creare un grande centro del riuso. Un progetto che, però, non decollò come sperato.
La vera svolta arriva dal 2015, con la rielaborazione del progetto verso un’identità nuova: la multifactory. “Un insieme di laboratori, postazioni di lavoro anche per freelance, per far sì che ognuno potesse portare avanti la propria missione lavorativa, ma anche creare esperienze di economia collaborativa”. Un mutualismo 2.0 che riprende una tradizione storica del mondo del lavoro e la proietta nel futuro.

I tre pilastri di OZ: economia collaborativa, circolare e rigenerazione urbana
L’identità di OZ si fonda su tre pilastri strettamente connessi. Il primo è l’economia collaborativa: persone e professionisti che si uniscono per co-gestire uno spazio lavorativo, condividere macchinari costosi e progettare insieme. “Da noi vieni, paghi una quota molto modesta e questo ti consente di lavorare”, sottolinea Splendori. “È una condizione per noi non rinunciabile: non lucriamo sugli spazi e i servizi offerti alle persone”.
Il secondo pilastro è, fin dall’inizio, l’economia circolare: per OZ, circolarità significa recupero di materiali, riparazione, riuso creativo e progettazione di filiere innovative. “Per far ripartire l’economia circolare e artigianale, che ne è il fulcro necessario, c’è bisogno che una multifactory come la nostra sia collocata in uno spazio gratuito o a un prezzo popolare, per poter offrire un vero servizio pubblico”.
In questo contesto si innesta il terzo asset: la rigenerazione urbana. Officine Zero rivendica l’utilità pubblica di restituire alla collettività spazi abbandonati, trasformandoli in poli di lavoro, cultura e socialità.
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Un coworking artigiano nel cuore di Roma: chi anima OZ Officine Zero
Cosa succede, oggi, dentro OZ Officine Zero? Dopo aver lasciato lo spazio di Portonaccio, OZ si è trasferita in una sede privata a Conca d’Oro aprendo una fase che ha permesso di “sperimentare sul piano più formale quello che volevamo fare: costruire uno spazio normato, adeguato, dove le persone potessero arrivare in maniera plug & play e trovare un ambiente di lavoro pronto e sicuro”.
L’ispirazione per questo modello viene proprio dalla vecchia officina dei treni. “Le maestranze che c’erano prima erano capaci di fare qualsiasi cosa su un vagone: dal ferro, al legno alla meccanica. Quel modo di lavorare era interessante. Il lavoro appreso per la manutenzione dei treni notte diviene così quel valore aggiunto che consente di far collaborare persone che hanno le competenze per fare ognuno il proprio lavoro e, insieme, dei lavori comuni“.
Oggi OZ è un grande coworking artigiano che ospita una falegnameria (il laboratorio principale), un’officina per la lavorazione del ferro, un laboratorio di elettronica, uno spazio con macchine a controllo numerico (come router CNC e stampanti laser), unendo artigianato tradizionale e digitale. A questi si affiancano laboratori per lavorazioni più “leggere” come ceramica, pelletteria, tessuti e disegno, oltre ad un’area coworking classica per freelance e professionisti. Chiunque voglia usare i laboratori deve prima seguire un percorso di formazione sulla sicurezza, essere addestrato all’uso dei macchinari per poi poter lavorare in autonomia, coperto da assicurazione. Lo spazio è sempre aperto, 7 giorni su 7, perché gli artigiani, si sa, “hanno orari strani”. Il sabato, in particolare, le porte si aprono agli hobbisti.

Dall’idea alla pratica: formazione e progetti circolari
OZ Officine Zero non è solo un luogo di produzione, ma anche di apprendimento e sperimentazione. Un obiettivo chiave è quello di colmare il divario tra teoria e pratica. “Ci interessa portare qui uno studente di architettura o di design”, racconta Splendori. “Spesso arrivano con un progetto disegnato al computer che, analizzato con occhio tecnico, nella pratica non funziona. Manca un collegamento tra lo studio teorico e l’applicazione pratica“. OZ vuole essere un laboratorio di attivazione di competenze, dove si impara a conoscere la materia per progettare meglio.
Da questo fermento nascono anche progetti spin-off. Due, in particolare, incarnano lo spirito circolare di OZ. Il primo riguarda il recupero di batterie esauste dai servizi di sharing mobility. Nato quasi per caso dalla necessità di motorizzare una sedia a rotelle su misura per un piccolo ascensore, il progetto si è evoluto fino alla progettazione di una scheda elettronica per riadattare queste batterie alla mobilità assistita. Un’idea presentata con successo ad una Maker Faire, attualmente in stand-by in attesa di nuove energie.
Il secondo progetto, ambizioso e complesso, è quello sul “legno di Roma”. L’obiettivo è creare una filiera per riutilizzare il legno proveniente dagli alberi abbattuti sul territorio comunale, trasformandolo in infrastrutture mobili per parchi, arredi urbani e altri progetti di pubblica utilità. Un processo lungo sul quale si sta lavorando da quasi un anno.
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La sfida per il futuro: uno spazio pubblico per un servizio pubblico
Nonostante i successi, la sfida maggiore per OZ resta quella di trovare una casa definitiva. L’affitto in una sede privata “drena risorse economiche che potrebbero essere investite in progetti sociali”. Per questo, dalla primavera del 2024, OZ ha lanciato una campagna rivolgendosi a tutti i presidenti di municipio di Roma, per trovare uno spazio pubblico dismesso da rigenerare.
OZ è, di fatto, l’unica multifactory del centro Italia, ma l’obiettivo non è rimanere un’eccezione. Ci spiega Alessandro che si vuole “che le istituzioni ci aiutino a mettere in piedi un sistema replicabile, in modo che, se domani qualcun altro volesse fare un’esperienza simile, possa farlo in tempi molto più brevi”. La ricerca di una nuova sede è in una fase avanzata, un percorso complesso tra interlocuzioni con Comune e Municipi. La speranza è che presto OZ Officine Zero possa finalmente mettere radici in uno spazio pubblico, per continuare a essere un motore di lavoro, innovazione e circolarità per tutta la città e un esempio di una realtà che non può mancare in un quartiere circolare.
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