OZ Officine Zero è uno spazio ibrido, una multifactory dove si incontrano professionalità diverse con l’unica condizione di mettere in condivisione i propri saperi. Da due anni si trova in una ex carrozzeria abbandonata in via Monte Patulo, dalle parti di Montesacro, a Roma, ma la sua storia inizia ben prima e in un altro luogo della Capitale. Nata nel 2013, Officine Zero era attiva in uno spazio di circa 20 mila metri quadrati, di cui 4 mila coperti, in un luogo che in un altro tempo era l’Officina riparazioni dei treni notte risalente ai primi del Novecento, dove le carrozze venivano smontate per essere rimesse a nuovo. Insomma, in un altro spazio industriale che le attività di OZ – Officine Zero hanno saputo reinventare nel cuore della città.
Prima…
Nel 2011 l’area va in fallimento, e i lavoratori decidono di occuparla con l’idea di proseguire in qualche modo l’attività. Mentre la gestione passa al Tribunale fallimentare di Lecco, essi decidono di aprire l’occupazione ad una serie di realtà cittadine, spazi sociali, associazioni per il lavoro autonomo e precario.
L’esperienza si focalizza man mano sull’idea di utilizzare lo spazio per un progetto di rigenerazione del lavoro, in un contesto come quello attuale in cui l’impresa locale e la filiera del lavoro autonomo e artigianale sono pesantemente penalizzate.
Dialogando con urbanisti e sociologi i promotori del progetto di OZ – Officine Zero hanno concordato sulla possibilità di poter ricevere il riconoscimento della pubblica utilità, allo scopo di attrarre dei finanziatori virtuosi orientati verso i temi della rigenerazione urbana, del lavoro e del riuso. Una richiesta che però non ha trovato l’appoggio del comune di Roma che, pur manifestando interesse per il progetto, ha preferito attendere la chiusura dell’asta giudiziaria e dunque l’arrivo di un nuovo proprietario.
“Lo spazio era in mano al tribunale fallimentare – racconta Alessandro Splendori, uno dei responsabili del progetto – e dopo una serie di aste andate a vuoto, si è affacciata Bnl. Per circa due anni abbiamo tentato una trattativa per condividere quello spazio fisico, ma siccome l’area è vincolata alla bonifica essendo una ex area industriale, decidiamo di andare via dall’area di Portonaccio, ma con un accordo con Bnl. Ci avrebbero aiutato a trovare un nuovo spazio adatto alla continuazione e allo sviluppo del progetto, che OZ – Officine Zero avrebbe riscattato con un piano a lungo termine”.
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e l’oggi…Cos’è OZ – Officine Zero?
“La missione è sempre quella – tranquillizza Alessandro – avere uno spazio ibrido, una multifactory che accoglie lavoratori autonomi che hanno un loro percorso nell’artigianato, nella comunicazione, nel design, nell’informatica ma che decidono anche di collaborare sui temi che da sempre ci stanno a cuore: economia circolare, formazione dal basso, rigenerazione urbana. Chi arriva ha una sola condizione da rispettare: mettere a disposizione le proprie competenze per progetti collettivi”.
Ma chi si può incontrare nei vostri spazi? “Mentre parlo con te, ci sono un designer e un bancario in pensione con il pallino della falegnameria. Insomma dai 30 ai 60 anni ci muoviamo con disinvoltura”.
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“Accumulatori seriali”
Tra i tanti progetti portati avanti da Officine Zero vi è quello di ragionare su come recuperare materiali e risorse che in questo momento storico sono particolarmente scarse e costose, e il cui impatto è particolarmente elevato.
“In questo momento – conclude – stiamo creando da zero uno spin-off che si chiama ‘Accumulatori seriali’ in cui ci occupiamo di raccogliere i pacchi batteria delle biciclette a pedalata assistita e dei monopattini. Al 90 per cento quelle batterie quando vengono dichiarate rotte sono invece ancora integre e noi gli diamo nuova vita. Nuovi prodotti composti da materiali usati e per noi questo è economia circolare: ragionare insieme ad altri soggetti che come noi producono dei materiali di output che per legge sarebbero rifiuti e invece continuano ad essere parte di un ciclo produttivo”.
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AGGIORNAMENTO DEL 14 APRILE 2026
OZ Officine Zero: la multifactory che rigenera saperi, materiali e futuro
A distanza di tempo, tornare a esplorare la realtà di OZ Officine Zero significa testimoniare l’evoluzione di un’idea che riesce a coniugare lavoro, costruzione di comunità ed economia circolare. Come ci ha raccontato Alessandro Splendori, uno dei soci fondatori, il progetto ha attraversato diverse fasi, trasformandosi dall’occupazione iniziale dell’ex officina dei treni notte di Pietralata a un modello nuovo e più strutturato: la multifactory. Dopo aver lasciato lo spazio di Portonaccio, OZ si è trasferita in una sede a Conca d’Oro, aprendo una fase che ha permesso di sperimentare un vero e proprio coworking artigiano. Qui, il ronzio di una sega circolare si mescola al ticchettio di una tastiera, in un ambiente che unisce una falegnameria, un’officina per il ferro, laboratori di elettronica e fabbricazione digitale (con router CNC e stampanti laser), a spazi per lavorazioni più “leggere” come ceramica e pelletteria.
L’identità di OZ si fonda su tre pilastri: economia collaborativa, circolare e rigenerazione urbana. Non è solo un luogo di produzione, ma anche di apprendimento, dove uno studente di design può finalmente “sporcarsi le mani” e capire la materia con cui progetta. Da questo fermento nascono progetti spin-off che incarnano lo spirito circolare di OZ. Uno, geniale nella sua semplicità, riguarda il recupero di batterie esauste dai servizi di sharing mobility per riadattarle, tramite una scheda elettronica progettata internamente, alla mobilità assistita. Un altro progetto, ambizioso e strategico, è quello sul “legno di Roma”: l’obiettivo è creare una filiera per riutilizzare il legno proveniente dagli alberi abbattuti sul territorio comunale, trasformandolo in arredi e infrastrutture di pubblica utilità. Nonostante i successi, la sfida maggiore resta trovare una casa definitiva. L’affitto in una sede privata drena risorse che potrebbero essere investite in progetti sociali. Per questo, dalla primavera del 2024, OZ ha lanciato una campagna per trovare uno spazio pubblico dismesso da rigenerare, con la speranza di mettere radici e diventare un modello di servizio pubblico replicabile, un motore di lavoro e circolarità che non può mancare in un quartiere che si definisce sostenibile.
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