mercoledì, Gennaio 28, 2026

Bassi salari e scarsi investimenti sulle competenze. La ricerca sul lavoro metalmeccanico nella PMI

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Redazione EconomiaCircolare.com

Un lavoro stabile ma stipendi bassi, con grandi difficoltà a trovare manodopera specializzata. Il dato emerge dai risultati di una ricerca condotta dall’Ente Bilaterale Metalmeccanici (EBM), in collaborazione con REF, e presentata martedì 20 gennaio presso il CNEL nel corso del convegno “Il lavoro metalmeccanico nelle PMI“. La ricerca, che ha coinvolto oltre 4.700 lavoratori e 1.420 imprese metalmeccaniche su tutto il territorio nazionale, ha offerto una panoramica aggiornata dello stato dell’occupazione, della qualità del lavoro e delle dinamiche competitive nel settore delle piccole e medie imprese (PMI) metalmeccaniche italiane.

Una fotografia del settore

La ricerca traccia un quadro in cui la stabilità occupazionale si conferma uno degli aspetti più positivi. Infatti, oltre il 90% dei lavoratori delle PMI metalmeccaniche ha dichiarato di sentirsi “molto” o “abbastanza” stabile nel proprio posto di lavoro, un dato che testimonia un radicamento significativo nel settore. Inoltre, il 55% dei lavoratori ha affermato di non aver mai temuto di perdere il proprio posto negli ultimi dodici mesi, mentre il 77% ha indicato di non avere intenzione di cambiare lavoro nei prossimi tre anni. Questi numeri, che suggeriscono un forte attaccamento al settore e una certa serenità professionale, sono confortanti, ma l’indagine ha anche messo in luce alcune criticità.

Sebbene la stabilità lavorativa sia una costante, le difficoltà economiche, soprattutto al Sud, sono più marcate. Circa il 39% delle famiglie nel Mezzogiorno ha difficoltà a coprire le spese mensili, con una percentuale che sale al 44% per quelle che non riescono mai a risparmiare, un dato che risulta più elevato rispetto al 30% registrato al Nord. Inoltre, oltre la metà dei lavoratori (52%) ha dichiarato di avere prestiti o finanziamenti in corso, con il dato che cresce sensibilmente al Sud, dove il 63% dei lavoratori è coinvolto in forme di indebitamento extra-mutuo. Questo aspetto riflette una certa pressione economica che non trova risposta in un aumento della capacità di risparmiare o di migliorare le condizioni economiche familiari.

Dal lato delle imprese, sebbene il 61% delle aziende preveda una fase di stabilità produttiva nei prossimi due anni, il 21% si aspetta anche una possibile crescita dell’occupazione. Tuttavia, il vero nodo critico emerso dalla ricerca riguarda la carenza di manodopera qualificata. Ben il 54% delle imprese ha dichiarato di aver affrontato frequentemente difficoltà nel reperire personale con le competenze richieste. Quando si aggiungono le risposte delle aziende che hanno avuto difficoltà “qualche volta”, la percentuale sale al 91%. Le cause principali di queste difficoltà sono riconducibili alla scarsa disponibilità di candidati (52%), alla forte concorrenza tra le aziende per le stesse figure professionali (31%) e all’inadeguatezza dei percorsi formativi offerti (26%). Questo quadro evidenzia come l’insufficiente formazione e la scarsità di personale specializzato stiano rappresentando un ostacolo significativo per il futuro del settore metalmeccanico.

Prospettive di formazione e welfare aziendale

A fronte di questi dati, la ricerca ha rivelato anche il crescente ruolo del welfare aziendale, della formazione continua e della flessibilità organizzativa nel sostenere le imprese e i lavoratori. Infatti, il 67% delle imprese ha introdotto nuove misure di welfare negli ultimi due anni, con il 51% di esse che considera il welfare come una leva prioritaria per sostenere il potere d’acquisto dei lavoratori. Un ulteriore 45% ritiene che l’aumento dei minimi contrattuali sia un’area di intervento necessaria per migliorare le condizioni economiche.

In questo contesto, la ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Marina Calderone, ha definito l’iniziativa “un momento qualificato di confronto”, che fornisce una base solida per impostare politiche del lavoro più efficaci. Calderone ha enfatizzato come il settore metalmeccanico, pur essendo un pilastro della manifattura nazionale, debba affrontare sfide significative legate alle competenze e alle trasformazioni digitali. E ha evidenziato come la crescita e la competitività del settore dipendano strettamente da politiche che favoriscano la formazione continua e il rafforzamento delle competenze. “Quello delle competenze è il tema dei temi”, ha dichiarato Calderone, ribadendo la necessità di un approccio integrato che coinvolga istituzioni, imprese e sindacati per affrontare le trasformazioni tecnologiche e digitali in corso.

Il punto di vista di sindacati e CNEL

Anche i sindacati hanno preso parte attivamente alla discussione, con Ferdinando Uliano (FIM-CISL), Michele De Palma (FIOM-CGIL) e Luca Maria Colonna (Uilm Uil) che hanno sottolineato come, oltre agli incentivi alla crescita, sia fondamentale rafforzare la contrattazione collettiva per migliorare le condizioni di lavoro. In particolare, i sindacati hanno messo in evidenza come i dati sulla scarsità di competenze qualificate e le difficoltà nel reperire personale confermino la necessità di investire su formazione, diritti e stabilità del lavoro, specialmente in un periodo di rapida transizione tecnologica.

Il Presidente del CNEL, Renato Brunetta, ha concluso l’incontro sottolineando il valore delle relazioni industriali e degli enti bilaterali come strumenti fondamentali per rompere quella che ha definito “la trappola della bassa produttività”, che ancora ostacola molte PMI italiane. Secondo Brunetta, la bilateralità e la contrattazione collettiva sono strumenti indispensabili per rendere i contratti effettivi, accompagnando l’innovazione del sistema produttivo e migliorando la competitività delle PMI.

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