Negli ultimi quindici anni l’Unione europea ha ridotto in modo significativo l’impatto ambientale della propria produzione interna, ma nello stesso periodo l’impronta complessiva dei consumi è aumentata ed è insostenibile nell’ottica dei planetary boundaries: cinque delle sedici categorie di impatto ambientale considerate superano i limiti planetari, tra cui cambiamento climatico, inquinamento da particolato e uso di risorse fossili e minerali.
È quanto emerge dall’analisi degli indicatori Domestic Footprint e Consumption Footprint, sviluppati dal Joint Research Centre della Commissione europea per misurare, attraverso modelli di analisi del ciclo di vita, gli effetti ambientali della produzione e della domanda di beni e servizi. Dal 2010 al 2023, la Consumption Footprint è aumentata, mentre la Domestic Footprint è diminuita nel tempo, suggerendo che gli impatti dei consumi dei cittadini dell’UE sono cresciuti e che una quota maggiore dei carichi ambientali si è spostata verso beni importati, prodotti al di fuori dell’Unione europea.
In sostanza gli impatti ambientali dei consumi di un cittadino medio dell’UE si collocano al di fuori dello spazio operativo sicuro per diversi indicatori di impatto. Nel 2023, ogni euro speso dalle famiglie nell’UE ha generato in media 0,23 euro di esternalità ambientali, con l’alimentazione, l’abitazione e la mobilità responsabili di oltre l’80% dell’impatto complessivo.
Se da un lato questo dimostra come le misure siano state insufficienti e sia necessario intervenire più incisivamente nei consumi, lo studio aiuta a individuare nell’alimentare e nelle abitazioni le chiavi per accelerare la transizione ecologica. Mentre, per evitare l’impatto sulle catene di fornitura globali, questa tendenza potrebbe essere invertita attraverso l’attuazione di nuove politiche, come il regolamento sulla deforestazione o il regolamento ecodesign per i prodotti sostenibili, che tengono conto anche della catena di fornitura dei prodotti che raggiungono il mercato dell’UE.
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Domestic Footprint e Consumption Footprint: un andamento divergente
Il modello della Domestic Footprint misura gli impatti ambientali generati all’interno dei confini territoriali dell’UE, considerando emissioni e uso di risorse legati alla produzione e al consumo domestici. Il modello della Consumption Footprint, invece, adotta una prospettiva di consumo e include anche gli impatti incorporati nei beni e servizi importati, lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti, dall’estrazione delle risorse allo smaltimento finale. I due indicatori sono concepiti come strumenti complementari per supportare il monitoraggio delle politiche europee su sostenibilità, economia circolare e consumo responsabile.
Tra il 2010 e il 2023 la Domestic Footprint dell’UE si è ridotta complessivamente del 24%, segnalando un progressivo miglioramento delle performance ambientali dell’economia europea sul proprio territorio. Nello stesso periodo, però, la Consumption Footprint è cresciuta fino al 5%, indicando che la riduzione degli impatti interni è stata compensata da un aumento degli impatti incorporati nelle importazioni. Secondo il JRC, questa divergenza suggerisce che la riduzione degli impatti interni è stata compensata da un aumento degli impatti ambientali associati alle importazioni nette, trasferendo una quota crescente delle pressioni ambientali al di fuori dei confini dell’Unione europea.
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Disaccoppiamento relativo ed esternalità ambientali
Il confronto tra l’andamento degli impatti ambientali e il Pil reale pro capite mostra un disaccoppiamento tra crescita economica e pressioni ambientali solo per quanto riguarda il territorio europeo. Quando però si considera l’intero ciclo di vita dei prodotti consumati, includendo il commercio internazionale, emerge soltanto un disaccoppiamento relativo: gli impatti ambientali continuano a crescere, seppure a un ritmo inferiore rispetto all’economia.
Le ricadute negative, nota il report, non sono soltanto ambientali, ma anche economiche, nella forma di danni ambientali non pagati direttamente (le esternalità) generati dai consumi europei. Nel 2023 questi costi “nascosti” hanno inciso in media come quasi un quarto della spesa delle famiglie. In pratica, per ogni euro speso in consumi, la società sostiene 23 centesimi di danni ambientali che non sono inclusi nei prezzi di mercato. Disaccoppiamento relativo ed esternalità, concludono gli autori, dovrebbero indirizzare le autorità UE non solo verso politiche ambientali territoriali, ma anche verso misure capaci di internalizzare le esternalità come regolazione, fiscalità ambientale ed economia circolare.
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L’analisi dei consumi per i diversi Paesi Ue e settori dell’economia
L’impronta di consumo varia sensibilmente tra i Paesi dell’UE, con valori pro capite che nel 2023 oscillano da 0,7 a 1,3 punti. I livelli più elevati si registrano in Paesi ad alto reddito, come il Lussemburgo, mentre quelli più bassi in Stati con redditi medi inferiori, come la Romania. Le differenze riflettono non solo il reddito, ma anche fattori climatici, strutture economiche e modelli di consumo nazionali, in particolare per quanto riguarda il peso dell’abitazione nei Paesi più freddi e della mobilità in luoghi fortemente dipendenti dal trasporto aereo o marittimo.
Per quanto riguarda l’analisi settoriale, l’alimentazione emerge come il principale fattore di pressione ambientale. Nel 2023 ha contribuito per il 49% alla Consumption Footprint complessiva, soprattutto a causa del consumo di prodotti di origine animale. Seguono l’abitazione, responsabile del 18% degli impatti, in larga parte legati al riscaldamento e ai consumi energetici, e la mobilità, che incide per il 17%, trainata prevalentemente dall’uso dell’auto privata. Beni domestici e apparecchiature completano il quadro, con un peso rispettivamente del 10% e del 6%.
L’analisi per fasi del ciclo di vita mostra che le fonti di impatto variano sensibilmente a seconda dei settori. Per il cibo, la produzione primaria rappresenta circa i tre quarti dell’impatto totale, rendendo agricoltura e allevamento nodi centrali della pressione ambientale. Per abitazione e mobilità, invece, è la fase d’uso a dominare, a causa del consumo continuo di energia e risorse lungo l’intero arco di vita di edifici e veicoli. Nei beni e nelle apparecchiature domestiche, gli impatti sono concentrati soprattutto nelle fasi di produzione e utilizzo, con un peso che può superare il 90% del totale.
Le proiezioni per il futuro: i consumi superano i limiti planetari
Il confronto con i limiti planetari fornisce una valutazione in termini assoluti della sostenibilità dei consumi europei. Nel 2023 l’UE ha superato lo “spazio operativo sicuro” in cinque delle sedici categorie di impatto ambientale considerate: cambiamento climatico, inquinamento da particolato, ecotossicità delle acque dolci, uso di combustibili fossili e uso di risorse minerali e metalliche. In alcune di queste categorie, lo sforamento è di diversi multipli rispetto ai livelli compatibili con la capacità di carico del pianeta, indicando una pressione sistemica difficilmente riducibile senza cambiamenti strutturali nei modelli di consumo.
Le proiezioni al 2030 suggeriscono che le politiche attualmente in vigore, anche se pienamente attuate, potrebbero non essere sufficienti a colmare questo divario. Gli scenari più ambiziosi, che includono trasformazioni nei modelli alimentari, una riduzione dei consumi energetici negli edifici e una diffusione più incisiva delle tecnologie a basse emissioni, mostrano margini di miglioramento più significativi. In questo quadro, alimentazione e abitazione emergono come le principali leve di intervento, sebbene mobilità, beni domestici e apparecchiature tendono a mantenere un ruolo dominante negli impatti complessivi.
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