Adattamento e sapere indigeno: cosa ci insegnano le popolazioni Salish del Canada

Il radicamento territoriale delle popolazioni indigene le rende custodi di un sapere che, se sviluppato in maniera collaborativa, può produrre efficaci strategie di adattamento. Vi raccontiamo l’esperienza delle popolazioni Salish nella provincia canadese della British Columbia

Ilaria Riccio
Ilaria Riccio
Studentessa di Gender Studies con interessi di ricerca in ecofemminismo. Si avvicina al giornalismo mentre viveva in Irlanda, lavorando prima come Editor di sezione e poi come Deputy Editor dello University Observer presso la UCD, ricevendo anche una nomination agli Student Media Awards nel 2024.

Gli effetti della crisi climatica sono evidenti ovunque, ma ci sono dei contesti in cui hanno ripercussioni più gravi e complesse da contrastare, costringendo le relative popolazioni a trovare strategie di adattamento. In questo senso, le popolazioni indigene sono tra le prime vittime storiche del cambiamento climatico, per via del proprio radicamento (a livello materiale e spirituale) negli ecosistemi in cui vivono.

È per questo motivo che alcuni studiosi, come la filosofa e biologa Donna Haraway, propongono i termini Piantagionocene, o anche Capitalocene razziale (termine coniato da François Vergès), come paradigmi alternativi all’Antropocene, facendo coincidere l’inizio dei cambiamenti climatici con l’introduzione del colonialismo e le pratiche schiaviste: tra i primi e più violenti esempi dello sfruttamento delle risorse, umane e non, per favorire il progresso del mondo occidentale. Nonostante ciò, le popolazioni indigene hanno sfruttato il proprio radicamento territoriale e i propri precetti per produrre una conoscenza finalizzata ad adattarsi a vivere in ecosistemi in continuo mutamento, antropogenico e naturale: un sapere in grado di affrontare gli effetti della crisi climatica nei loro territori.  

Le popolazioni indigene alla COP30 

Che la COP30, la 30esima conferenza sul clima delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, si sia tenuta in Amazzonia, più precisamente a Belém, sembrava rappresentare un’opportunità di apertura verso le necessità  delle popolazioni indigene (dell’Amazzonia stessa e oltre) colpite dalla crisi climatica; ma si è trattato in realtà di un mero gesto simbolico. Anzitutto, solo 900 rappresentanze indigene sulle quasi 3000 presenti alla COP hanno ricevuto l’accredito ufficiale per accedere al tavolo dei negoziati. Si tratta di una violazione del vincolo del consenso libero, previo e informato (FPIC), come sancito dall’Articolo 19 della Dichiarazione ONU sui Diritti dei Popoli Indigeni, in quanto le decisioni prese impattano le popolazioni indigene senza che queste abbiano potuto esprimere la propria opinione a riguardo. 

Inoltre, proprio alla vigilia della conferenza è arrivata da parte del governo Lula l’approvazione di nuove trivellazioni petrolifere in Amazzonia, confermando una mancata volontà di abbandono delle fossili da parte del governo ospitante. Le popolazioni indigene hanno provato, nel corso della COP30, a far sentire la propria voce ma le proteste non hanno ottenuto i risultati sperati: la campagna A resposta somos nós auspicava infatti una risposta internazionale, guidata dalle popolazioni autoctone, che affrontasse il cambiamento climatico a partire dalle sue cause strutturali. I punti salienti della campagna includono lo stop alla deforestazione e ai combustibili fossili, ed il riconoscimento dei diritti ai territori delle popolazioni indigene come azione climatica; a quest’ultimo si collega anche il riconoscimento di queste popolazioni come “difensori” dei propri territori. 

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Lo sviluppo di un sapere collaborativo

Nel quadro citato emerge dunque la necessità di individuare prospettive alternative in grado di sviluppare strategie di adattamento realmente efficaci: ritornare alla memoria e al sapere indigeno potrebbe essere una strada percorribile. L’interdipendenza tra cultura e natura, umano e non-umano, lo rende infatti particolarmente efficace nel contesto dello sviluppo di strategie di adattamento: seppur incentrandosi sull’azione umana, la natura è posta come soggetto attivo.

Numerosi studiosi indigeni evidenziano però un rischio dell’ingresso del sapere tradizionale nel dibattito mainstream sul clima: che il sapere occidentale si appropri di queste conoscenze, decontestualizzandole e riproducendo la violenza epistemica tipica del colonialismo. Una soluzione per evitare che questo accada, è la collaborazione tra scienziati, altri attori occidentali e popolazioni indigene, con l’obiettivo di sviluppare un sapere che coniughi una molteplicità di prospettive. 

Nell’ambito delle strategie di adattamento, questo processo è attualmente in atto nello stato canadese della British Columbia: è infatti responsabilità del governo locale preservare gli interessi delle popolazioni autoctone, specie in materia di clima e in particolar modo nelle zone costiere, abitate da una vasta parte del popolo Salish — attraverso, ad esempio, l’espansione di programmi e strategie climatiche già esistenti per includere il sapere indigeno.  

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Chi sono le popolazioni Salish

Il popolo Salish comprende diverse popolazioni indigene dislocate tra gli stati di Washington e dell’Oregon negli Stati Uniti, e la provincia canadese della British Columbia affacciate sul Mare dei Salish, che bagna lo stretto di Georgia, il bacino Puget e lo stretto di Juan de Fuca. Nonostante vi siano delle peculiarità che caratterizzano ogni popolazione, esistono dei tratti che accomunano le diverse comunità; tra questi vi è il rapporto con il Mare dei Salish e le sue coste, da loro ritenute ritenute sacre. La pesca è, infatti, la prima fonte di sostentamento per le diverse comunità Salish. 

mappa salish sea
Mappa della Bioregione del Mare dei Salish | Fonte: Northwest Maritime Center

Il clima della regione in cui si trovano le popolazioni Salish ha permesso lo sviluppo di una ricchissima biodiversità, sia terrestre che marina: tra le specie che caratterizzano queste acque ci sono le orche, e diverse specie di salmone del Pacifico. 

Sfide e soluzioni dei Salish

Una dei problemi che il Mare dei Salish si trova ad affrontare a causa del cambiamento climatico è l’acidificazione dell’acqua, che intacca direttamente le barriere coralline e le catene alimentari necessarie al sostentamento delle diverse specie che abitano queste acque; ma soprattutto l’innalzamento del livello delle acque. È nello sviluppo di strategie di adattamento per  quest’ultimo fenomeno che i governi locali e altri attori, istituzionali e non, hanno iniziato a stringere rapporti di collaborazione con le popolazioni indigene locali.  

La Salish Sea Strategy 

Tra le diverse misure previste dal governo canadese per la salvaguardia del Mare dei Salish vi è la Salish Sea Strategy, un’iniziativa per la quale la presenza indigena è fondamentale. Un report, pubblicato nel marzo 2024 in collaborazione con la Fisheries and Ocean’s Canada Evaluation Division (DFO), ha consentito di verificarne l’efficacia. 

È stato stanziato un budget totale di 114 milioni di dollari per finanziare le strategie di adattamento per le coste, distribuito tra le 33 comunità indigene risultate idonee alla partecipazione al progetto. Il report ha sottolineato come la Salish Sea Strategy abbia raggiunto, e talvolta addirittura superato, tutti gli obiettivi prefissati: ogni comunità indigena ha sviluppato strategie di adattamento coerenti con i propri bisogni specifici, attraverso un approccio olistico che parte dal sapere tradizionale

Compreso nella Salish Sea Strategy vi è inoltre l’Arms-Length Fund (ALF), un fondo di investimento guidato proprio dalle popolazioni indigene con l’obiettivo di finanziare progetti per la conservazione e protezione degli ecosistemi marini. Fa poi parte della Strategia l’Aquatic Habitat Restoration Fund (AHRF), che prevede due fasi: anzitutto, ci si accerta che le strategie da adottare rispondano agli effettivi bisogni delle comunità coinvolte; la seconda fase poi, quella della somministrazione dei progetti, prevede la valutazione della geografia, la geologia e la demografia dei singoli territori per decidere quale progetto sia più appropriato per quale territorio. Questa fase ha permesso alle popolazioni indigene di scegliere il progetto più vicino alle proprie necessità. 

Il caso delle Matullia Lands at Rock Bay

Altri esempi di pratiche di adattamento sviluppate a partire dal sapere indigeno provengono dal Rock Bay Site, nella città di Victoria. Le popolazioni Songhees e Esquimalt, autoctone del territorio, hanno reclamato il controllo amministrativo della zona dal governo locale, dando vita alle Matullia Lands at Rock Bay; l’obiettivo di questa collaborazione è applicare il sapere indigeno del Sacred Trust alle misure di adattamento per contrastare gli effetti dell’innalzamento del livello delle acque. Il Sacred Trust è un sapere tramandato oralmente dalle popolazioni Songhees e Esquimalt che presuppone una relazione di fiducia e responsabilità per favorire la prosperità reciproca tra popolazioni e territorio. 

Un case study del 2023 sviluppato come parte di un progetto per il Master in Land and Water System presso l’Università della British Columbia applica i precetti del Sacred Trust per valutare le strategie di adattamento più adatte alla salvaguardia delle coste delle Matullia Lands at Rock Bay — particolarmente vulnerabile alle inondazioni ed altre conseguenze dell’innalzamento del livello delle acque, in quanto subisce gli effetti sia dell’incremento delle temperature oceaniche che dello scioglimento dei ghiacciai. Lo studio valuta la strategia più appropriata grazie ad una decision matrix composta da sei indicatori (costi, efficacia, durabilità, coerenza con valori indigeni, impatto ambientale, benefici sociali): più è alto il punteggio degli indicatori, più effettiva sarà la strategia presa in considerazione.

Le principali strategie coerenti con i precetti indigeni prese in considerazione dallo studio sono il floodproofing, che utilizza elementi naturali specifici di ogni territorio come materiali in grado di contrastare gli effetti dell’innalzamento delle acque; e gli oyster beds che si allineanano con le pratiche di pesca sostenibile tipica delle popolazioni indigene. La strategia che risulta però più efficace è quella delle soft shorelines: si tratta di progetti che riuniscono arte e natura, realizzabili sfruttando i materiali e la biodiversità presenti nel territorio in cui dovranno essere realizzate. 

Esempio di Oyster Bed
Esempio di Oyster Bed | Foto: Toben Rick

Le soft shorelines consentono la rigenerazione della biodiversità senza eccessivo dispendio economico; infine, questa strategia ha un impatto sociale positivo in quanto permette una rivalutazione più ampia di ciò che l’ecosistema ha da offrire, e come questo può contribuire a contrastare gli effetti della crisi climatica.

Lo studio propone dunque l’applicazione delle soft shorelines al litorale del Rock Bay Site, consentendo di salvaguardare queste coste dalle conseguenze climatiche senza interventi invasivi e dispendiosi, ma adattando le risorse già presenti. Tra le integrazioni che possono rendere questa strategia ancora più efficace ci sono la creazione di scogliere vegetali, piantando vegetazione locale. 

Inoltre, la strategia ben si sposa con un’altra pratica indigena messa in pratica nel Rock Bay Site (e altri territori del Mare dei Salish) per rigenerare l’ecosistema locale, i daylighted creeks, cioè i torrenti rigenerati: l’integrazione di queste due pratiche consentirebbe la rigenerazione della biodiversità locale attraverso l’utilizzo di vegetazione acquatica ed altri elementi che riproducono un litorale costiero lungo questi corsi d’acqua. 

Esempio di Daylighted Creek nella zona di Vancouver, BC
Esempio di Daylighted Creek nella zona di Vancouver | Foto: BP Communications

Nonostante le soft shorelines non siano esplicitamente menzionate, ad aprile 2025 è stato presentato un progetto ufficiale di rigenerazione delle Matullia Lands at Rock Bay il cui obiettivo principale, oltre la rigenerazione e la salvaguardia del territorio, è la celebrazione del sapere indigeno. 

L’importanza di un sapere collaborativo per delle effettive strategie di adattamento climatico

Sul Mare dei Salish già nel 1992 era stato firmato un accordo tra il governo della British Columbia e quello dello stato di Washington in cui ci si impegnava a collaborare per preservarne le coste — anche se non sempre si è riusciti a mantenere un approccio olistico in grado di considerare i bisogni di tutte le popolazioni che le abitano, incluse quelle indigene.

Recentemente, però, sono stati fatti dei passi avanti per un rafforzamento delle collaborazioni: nel 2024 è stato infatti pubblicato un Action Plan tra gli Stati Uniti e il Canada per la sua salvaguardia da implementare nel triennio 2025-2028, basato proprio sulla condivisione di conoscenza delle diverse popolazioni costiere. Questa strategia è coerente con un Blue Paper dell’High Level Panel for a Sustainable Ocean Economy che ha l’obiettivo di integrare prospettive indigene nella progettazione di piani sostenibili per gli oceani. Si tratta di un ulteriore tentativo di diversificare le voci che hanno accesso al discorso mainstream sul cambiamento climatico, riconoscendo saperi alternativi e restituendo valore alle tradizioni indigene. 

Leggi anche: Viaggio in Emilia-Romagna a tre anni dalle alluvioni, tra adattamento ed emergenza

Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del workshop conclusivo della decima edizione del Corso di giornalismo d’inchiesta ambientale, realizzato da A Sud ed EconomiaCircolare.com in collaborazione con il Goethe Institut di Roma e con il Constructive Network.

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