venerdì, Dicembre 5, 2025

“A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia

La mobilitazione delle popolazioni indigene alla COP sul clima di Belém, nel cuore dell'Amazzonia, non ha sortito risultati ambiziosi neanche su deforestazione e diritti delle comunità locali. Mentre l'Amazon Tipping Point si avvicina, il governo brasiliano annuncia la demarcazione di 10 territori indigeni e soltanto la Colombia lancia una moratoria dei progetti estrattivi. Mentre continuano le violenze degli speculatori contro i popoli della foresta

da Belém

Il fatto che quest’anno la COP si realizzasse nel cuore dell’Amazzonia e non in un petrostato come le ultime, era per molti un buon auspico per i risultati dei negoziati, che influenzati dalle mobilitazioni indigene e dal contesto forestale, avrebbero potuto cogliere l’occasione per mettere in campo decisioni vincolanti su questi temi. Invece neppure questo è bastato.

In fondo dai padiglioni della Zona Azul al Parque da Cidade di Belém, dove sono stati allestiti centinaia di stand, uffici e spazi per ospitare le delegazioni ufficiali, la foresta non si vede proprio. Le luci artificiali sono lontane da cieli plumbei amazzonici e l’aria condizionata fa dimenticare le temperature tropicali della città. La foresta non si vede e non si sente.

Per onorare il luogo che ospita la COP 30 il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha lanciato diverse iniziative, promettendo di porre fine alla deforestazione entro il 2030, in linea con l’impegno assunto dal Brasile nell’ambito dell’Accordo di Parigi e di avviare programma di riforestazione. Tuttavia, gli scienziati sottolineano che non basterà fermare la perdita: per evitare il collasso del bioma sarà necessario ripristinare almeno il 5% delle aree già degradate. La più grande foresta pluviale al mondo continua a vivere sotto una pressione crescente, dovuta alla deforestazione e all’apertura di nuovi giacimenti petroliferi. L’avanzata di progetti estrattivi legati ai minerali – in particolare l’oro – sta accelerando il degrado del bioma e avvelenando interi territori. L’Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali del Brasile (INPE) segnala che nel 2023 la foresta amazzonica arretrava ancora a un ritmo allarmante: sette alberi al secondo. A questo si aggiunge il crescente inquinamento da mercurio dovuto all’estrazione illegale dell’oro, che compromette fiumi, fauna acquatica e comunità indigene che dipendono da quei corsi d’acqua per vivere.

Cop30 Popoli indigeni
FOTO: © UN Climate Change – Zô Guimarães


I nemici della foresta e la proposta di moratoria

Il problema non si limita ai confini brasiliani ma riguarda l’intera regione. In Bolivia, per esempio, la deforestazione è quasi raddoppiata negli ultimi anni, secondo dati raccolti da osservatori ambientali internazionali. Nel frattempo la Colombia ha lanciato una moratoria per vietare i progetti estrattivi nella sua porzione nazionale di foresta, chiedendo agli altri 8 paesi amazzonici di fare lo stesso poiché la sopravvivenza di questa foresta, che è un unico organismo ecologico e politico non può prescindere da strategie coordinate fra gli otto Paesi che ne condividono il territorio.

I nemici della foresta sono drammaticamente noti da decenni. L’espansione dell’allevamento bovino e la coltivazione intensiva della soia sono tra le prime cause del suo disboscamento. Il mercato globale condizionato dai consumi di una parte della popolazione mondiale, continua a essere il motore delle principali minacce del polmone verde.

Il rischio più grave è quello del cosiddetto “punto di non ritorno dell’Amazzonia”, Amazon Tipping Point, un processo irreversibile che trasformerebbe la foresta pluviale in una savana arida. Diversi studi scientifici indicano che quando la copertura forestale scende sotto una soglia critica – tra il 20% e il 25% della sua estensione originaria – l’Amazzonia perde la capacità di generare le proprie piogge interne, fondamentali per mantenere l’umidità e la biodiversità del bioma. Secondo modelli climatici e idrologici aggiornati, questo collasso potrebbe verificarsi nei prossimi 15-30 anni, se le tendenze attuali di deforestazione e riscaldamento globale non verranno invertite.


L’apertura solo simbolica ai popoli indigeni

In questo contesto di fragilità crescente, la presenza dei popoli indigeni a Belém, mai così numerosa nei vertici passati, assume un significato ancora più profondo essendo loro storicamente i custodi della foresta ed avendo dimostrato da millenni di saper vivere nella foresta senza distruggerla. La COP30 ha mostrato però un’apertura solo simbolica verso i popoli indigeni, senza che a questa visibilità siano seguite scelte concrete né un reale ampliamento degli spazi democratici richiesti dai movimenti. Di fronte alla chiusura degli spazi di agibilità politica all’interno del vertice, il movimento indigeno ha risposto con alcune mobilitazione e lanciando la campagna “A resposta somos nós” (“La risposta siamo noi”) attraverso la quale è stata promossa una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli originari, per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica nelle sue cause strutturali.

Tra le loro priorità della campagna ci sono la tutela dei popoli incontattati, tra le comunità più vulnerabili del pianeta, e il rifiuto delle false soluzioni finanziarie come il Tropical Forest Finance Facility (TFFF). L’iniziativa insiste su un punto essenziale: gli indigeni custodiscono le aree a più alta biodiversità del pianeta, ma i loro diritti territoriali continuano a essere minacciati. E alla COP30 il rischio è stato quello di vedere amplificata una tendenza già in corso: usare la foresta come strumento di compensazione climatica, lasciando intatte le cause strutturali del riscaldamento globale.

Popoli indigeni
Photo by Alex Ferro/COP30


Demarcare i territori indigeni: un’azione utile (anche) al clima

Per rispondere alle richieste delle organizzazioni indigene, durante le ultime giornate della COP il governo Lula ha annunciato un’azione storica: la demarcazione di 10 territori indigeni, un’azione fondamentale per la difesa del clima. È dimostrato infatti che laddove diritti territoriali indigeni sono riconosciuti, la deforestazione crolla e gli ecosistemi restano intatti. La protezione legale dei territori impedisce l’ingresso di progetti estrattivi – come miniere, trivellazioni, agricoltura intensiva o land grabbing – che sono tra le principali cause di distruzione dell’Amazzonia e di altre foreste tropicali. Spesso dove la demarcazione non avviene o resta incompleta, le comunità indigene sono esposte a violenze, espulsioni e pressioni economiche, e la foresta viene rapidamente degradata. Al contrario, territori riconosciuti e protetti rafforzano sia la giustizia sociale sia la protezione climatica a livello globale.

Mentre alla COP30 si parlava di diritti territoriali e protezione delle popolazioni indigene, il 16 novembre c’è stato un grave attacco contro la comunità Guarani Kaiowá nel sud del Brasile. Un gruppo di una ventina di uomini armati ha preso di mira la comunità di Pyelito Kue, che aveva da poco recuperato una parte della propria terra ancestrale. Survival International riferisce che durante l’assalto è stato ucciso Vicente Fernandes Vilhalva, 36 anni, colpito alla testa, mentre altre quattro persone sono rimaste ferite. L’attacco è il quarto subito da Pyelito Kue nel giro di due settimane e rientra, secondo Survival, in una strategia di violenza sistematica portata avanti da decenni da gruppi legati agli allevatori locali per ostacolare la demarcazione delle terre indigene.

Nelle ore in cui la diplomazia globale tentava timidamente di trovare delle soluzioni alla crisi climatica, gli interessi dei modelli di gestione delle risorse che più alimentano la crisi climatica minacciano la vita di intere comunità.

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