Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza idrogeno e biometano avrebbero dovuto diventare parte integrante della diversificazione energetica. Se sull’idrogeno l’insuccesso è abbastanza conclamato, sul biometano i fondi europei del Next Generation EU hanno in parte sostenuto lo sviluppo di questo combustibile energetico, o biocombustibile, che si ottiene da biomasse agricole, agroindustriali e dalla frazione organica dei rifiuti solido urbani (FORSU).
Due sono le direttrici sulle quali si è costruita la diffusione di nuovi impianti lungo tutto il Paese. Da una parte la possibilità di utilizzare la già esistente rete nazionale di gasdotti, e dall’altra quella di valorizzare in chiave circolare rifiuti e scarti. In questo Speciale raccontiamo che, come al solito, la realtà è più complessa e stratificata degli annunci politici. Basti pensare ai soli numeri legati alla diffusione.
L’obiettivo originale del PNRR era sviluppare nuova capacità/produzione da impianti nuovi e riconvertiti pari ad almeno 2,3 miliardi di metri cubi (m³) all’anno entro giugno 2026. Obiettivo raggiunto? Macché. Nel 2024 il biometano vale circa 0,318 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep), una quota ancora marginale, intorno allo 0,2% rispetto al fabbisogno energetico nazionale.
Le stime del GSE, SNAM e del Consorzio Italiano Biogas (CIB) ipotizzano un potenziale che varia tra i 6,8–8,1 miliardi di standard metri cubi all’anno (Smc/anno). Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) pone come obiettivo per il biometano di raggiungere i 5 miliardi Smc/anno nel 2030, quindi 4,6 Mtep/anno che equivalgono al 3,7% del fabbisogno nazionale totale (civile, industriale e trasporti) nel 2030. Un contributo non trascurabile, ma lontano dall’essere risolutivo.
Il resto delle analisi lo trovate in questo Speciale in continuo aggiornamento. Come sempre, rinnoviamo l’invito a inoltrarci contributi, spunti, suggerimenti, critiche. Buona lettura.
Andrea Turco
© Riproduzione riservata



