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lunedì, Agosto 2, 2021

La transizione energetica nel Recovery plan di Draghi e Cingolani. Via libera a biometano e impianto Ccs di Eni

In anteprima per lettrici e lettori di EconomiaCircolare.com, una sintesi delle principali misure previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza per il settore energetico e la mobilità sostenibile. Aumentano le risorse stanziate (di 24,8 miliardi di euro) e si punta su rinnovabili e idrogeno. Con qualche dubbio...

Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

Della transizione ecologica, alla quale il governo Draghi ha dedicato un ministero ad hoc, il Mite, la transizione energetica è uno dei temi più importanti e spinosi. In anteprima per i lettori e le lettrici di EconomiaCircolare.com, anticipiamo i contenuti del Piano nazionale di ripresa e resilienza firmato dal governo Draghi. Un Pnrr che il presidente del Consiglio presenterà ufficialmente in Parlamento il 26 e il 27 aprile. Nelle bozze a nostra disposizione, così come già esplicitato il 21 aprile dalla ministra per il Sud Mara Carfagna alla seduta di question time, ai 191,5 miliardi del Next Generation Eu il nostro Paese ha aggiunto 30 miliardi di “fondi complementari”. Il totale delle somme previste è dunque di 221,5 miliardi di euro. Il 30% delle risorse stanziate andrà all’ormai nota Missione, prevista già dal governo Conte nel documento del 12 gennaio 2021 e confermata dal governo Draghi, relativa alla “Rivoluzione verde e transizione ecologica”. All’interno di questa, però, il settore dell’energia ha subito notevoli variazioni. Vediamo quali.

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Sì all’idrogeno blu di Eni e Snam

Nel documento del governo Conte la voce destinata alla transizione energetica si intitolava “energia rinnovabile, idrogeno e mobilità sostenibile”: a questi settori erano destinati 18,22 miliardi di euro, con un generico obiettivo di raggiungere “l’aumento della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e lo sviluppo di una filiera industriale in questo ambito, inclusa quella dell’idrogeno. Un contributo rilevante verrà dai parchi eolici e fotovoltaici offshore”. Pur senza fare riferimenti espliciti, si mostrava una predilezione per l’idrogeno verde, ovvero quello ottenuto da fonti rinnovabili – come aveva confermato recentemente anche il senatore Girotto al nostro Circular Talk sulle comunità energetiche. Per quanto riguarda l’idrogeno per il settore hard to abate – ovvero impianti industriali energivori, di grandi dimensioni e alimentati da fonti fossili – si faceva invece riferimento esplicito all’ex Ilva di Taranto per la produzione di “acciaio verde”. Insomma: di idrogeno blu o grigio non si faceva cenno, tanto che il contestato impianto di Eni a Ravenna per la cattura e lo stoccaggio di carbonio era stato ufficialmente bocciato.

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Col governo Draghi la componente 2 della Missione 2 si trasforma in “transizione energetica e mobilità sostenibile”. Alle fonti rinnovabili o meglio all’obiettivo di “incrementare la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili” vengono ora destinati 6,91 miliardi di euro, così suddivisi: sviluppo agrovoltaico (2,1 miliardi), promozione rinnovabili per le comunità energetiche e l’autoconsumo (2,2 miliardi), promozione impianti innovativi, incluso offshore (680 milioni), sviluppo biometano (1,92 miliardi). A colpire è la notevole mole di denaro destinato al biometano, fonte energetica sostenuta fortemente da Legambiente che così la descrive: si ottiene “da un processo di trasformazione della materia organica tramite digestione anaerobica, cioè priva di ossigeno, e gli impianti che permettono questa trasformazione rappresentano anche la soluzione ottimale per il trattamento di rifiuti organici differenziati, scarti dell’agroalimentare, deiezioni animali e fanghi di depurazione”. Se al potenziamento e alla digitalizzazione delle infrastrutture di rete vengono destinati 4,11 miliardi di euro, a interessare è l’attenzione che il Mite. dedica all’idrogeno. In questi mesi il ministro Cingolani non è sembrato particolarmente convinto delle potenzialità di una filiera ancora tutta da costruire, o quasi, preferendo piuttosto sostenere che la tecnologia del futuro è la fusione nucleare.

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In ogni caso alla “produzione, distribuzione e usi finali dell’idrogeno” vengono ora destinati 3,19 miliardi di euro, un aumento notevole rispetto ai 2 miliardi previsti dal governo Conte il 12 gennaio scorso. Che vengono ripartiti in questo modo: 500 milioni per la produzione di H2 in aree industriali dismesse; 2 miliardi per l’utilizzo dell’idrogeno in settori hard to abate; 230 milioni per creare lungo il Paese stazioni di ricarica di idrogeno per il trasporto stradale; 300 milioni per fare altrettanto con il trasporto ferroviario; 160 milioni per la ricerca sull’idrogeno. Questi ultimi possono apparire un finanziamento ridotto, considerati soprattutto gli interessanti progetti di Enea nel settore, ma a ciò vanno associati altri 450 milioni, destinati esclusivamente all’idrogeno, che mirano a costruire una “leadership internazionale industriale e di ricerca e di sviluppo nelle principali filiere di transizione”.

I due miliardi e mezzo destinati alle aree industriali fanno presupporre che verranno principalmente destinati a Eni e Snam, che da tempo insistono sull’idrogeno blu come unica possibilità per rendere più sostenibili i propri impianti. In attesa di conferme ufficiali, i siti delle due grandi compagnie energetiche hanno in apertura numerosi riferimenti all’idrogeno. Intervistato ieri sera dal giornalista Corrado Formigli su La7, al programma Piazza Pulita, il ministro Cingolani ha poi aggiunto un sibillino “non bastano più i sistemi naturali per catturare la CO2”. Quanti indizi servono per fare una prova?

Se Enel continua a puntare sull’idrogeno verde, da sola e col supporto del governo, la novità principale rispetto al governo Conte è che le pressioni di Eni e Snam sull’idrogeno blu – i cui amministratori delegati Descalzi e Alverà, insieme a Starace (Enel) e Donnarumma (Terna), avevano incontrato il premier Draghi e il ministro Cingolani lo scorso 13 aprile – sono andate a segno. Uno smacco per la rete di comitati e associazioni No CCS – Il futuro non si stocca, che da tempo chiede che i fondi per la ripresa non vadano alle fonti fossili (ricordiamo che l’impianto del cane a sei zampe utilizzerà i giacimenti esausti di gas nel mare Adriatico).

Più trasporto pubblico, più verde e più elettrico

Per un trasporto locale e più sostenibile il ministro Enrico Giovannini riesce a strappare 8,58 miliardi di euro tra progetti in essere (2,4 miliardi) e nuovi (6,18 miliardi). La parte del leone la fanno lo “sviluppo del trasporto pubblico di massa” (3,52 miliardi) e il “rinnovo flotte, bus e treni verdi” (3.72 miliardi), il resto viene destinato al rafforzamento della “mobilità soft”, come ad esempio le ciclovie (600 milioni) e allo sviluppo di infrastrutture di ricarica elettrica (750 milioni). Ci si poteva aspettare forse qualcosa in più per il settore della mobilità elettrica, alla quale vengono destinati 1 miliardo di euro per costruire una leadership in “rinnovabili e batterie” e 300 milioni per fare altrettanto con i bus elettrici.

Infine vale la pena accennare al capitolo dell’efficienza energetica: alle misure statali dell’Ecobonus e del Sismabonus fino al 110% vengono destinati 10,26 miliardi di euro, che serviranno a sostenere i provvedimenti già in atto – si presume, a questo punto, per tutto il 2022. Sono in pratica risorse già stanziate, mentre diverse forze politiche, confindustria e costruttori chiedono fondi ulteriori per arrivare a una proroga generalizzata a fine 2023.

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Sull’energia, insomma, il Pnrr detta la linea dei prossimi anni: rinnovabili, idrogeno e biometano avranno la priorità e il compito di “sostituire” l’attuale utilizzo dei combustibili fossili. Peccato però che non ci siano riferimenti temporali per attuare soluzioni non più rinviabili (il limite del 2026 vale per i soldi europei, non per quelli complementari previsti dal governo nel “fondone” creato per sostenere gli investimenti che non possono rientrare nel Recovery plan italiano) e che non siano previste misure per impedire il greenwashing. In questo senso la partita, specie sull’idrogeno, è ancora aperta.

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