Altro che “effetto Bruxelles”: il legame tra EUDR e la nuova legge forestale peruviana

Per lottare contro la deforestazione l’UE ambisce ad innalzare gli standard ambientali a livello globale, generando un effetto Bruxelles. In Perù non è andata proprio così: l’approvazione dell’EUDR ha permesso di indebolire la legge nazionale che protegge l’Amazzonia in nome delle esigenze di mercato

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Redazione EconomiaCircolare.com
di Francesca Campanini e Claudia Lanzidei

 

“Un tempo i popoli indigeni potevano trovare nel bosco dietro casa tutto ciò che serviva. Ora tutto è cambiato: dobbiamo camminare ore e ore, in alcuni casi giorni, per cercare alimenti e cacciare gli animali nella foresta. Questo è uno dei cambiamenti causati dalla monocoltura della palma da olio”. Che cosa significhi vivere ogni giorno le conseguenze della deforestazione è difficile da immaginare, se si vive nelle città in cui i prodotti agricoli che ne rappresentano la principale causa si mimetizzano tra gli scaffali di grandi catene di supermercati. Per Rolando Escobar Chávez, attivista indigeno shipibo-konibo e vicepresidente della Federazione delle Comunità Native di Ucayali e Affluenti (FECONAU), la distruzione dei boschi in cui è nato e cresciuto è invece tangibile. Escobar vive nella comunità nativa di San Juan, nella regione di Ucayali, che è la più deforestata dell’Amazzonia peruviana a causa dell’espansione, negli scorsi anni, di coltivazioni intensive di palma da olio

A questo si aggiunge il clima di grave instabilità politica che caratterizza il Perù. Il 17 febbraio il Congresso ha destituito e posto sotto impeachment per corruzione il presidente José Jerí: è stato poi nominato José María Balcázar, ottavo presidente degli ultimi dieci anni. Balcázar, ex-magistrato, già accusato di corruzione, dovrebbe restare in carica fino al 28 luglio di quest’anno per garantire una transizione elettorale democratica, in vista delle elezioni previste ad aprile. In questo contesto di paralisi politica, la tutela dell’ambiente passa in secondo piano nell’agenda delle istituzioni peruviane. 

Attivisti e giornalisti locali denunciano da tempo un preoccupante indebolimento delle normative ambientali nel Paese andino, in cui la classe dirigente farebbe leva anche su leggi europee, come il Regolamento Europeo sulla Deforestazione (EUDR), per giustificare iniziative legislative controverse. Henry Córdova Bran, giornalista e coordinatore advocacy dell’ONG peruviana Movimento Cittadino Contro il Cambiamento Climatico (MOCICC), sostiene che negli ultimi dieci anni la deforestazione in Perù è avanzata a un ritmo di 150mila ettari l’anno: se si mantengono questi livelli di deforestazione, nel giro di vent’anni l’Amazzonia peruviana non sarà più una foresta e diventerà più simile a una savana. Nonostante le evidenze, “il governo peruviano ha abbassato gli standard ambientali, soprattutto con l’approvazione della modifica della Legge Forestale a inizio 2024”. 

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“Il depotenziamento dell’EUDR si allinea alla visione politica di chi vuole affossare l’Amazzonia”

La legge forestale peruviana ha l’obiettivo ufficiale di promuovere l’uso sostenibile e la conservazione delle risorse forestali e di fauna selvatica del Paese. La modifica di questa normativa, promulgata l’11 gennaio 2024, è stata aspramente criticata dai movimenti indigeni e ambientalisti peruviani, ed è stata oggetto di un processo presso il Tribunale Costituzionale del Paese, che ne ha dichiarato incostituzionali alcune disposizioni. Tra le modifiche che restano in vigore e in attesa di essere regolamentate c’è la sospensione dell’obbligo per le imprese di realizzare studi di classificazione del suolo, e del divieto di cambiare l’uso legale dei territori forestali per sfruttarli a fini agricoli. “Le autorità peruviane, allarmate dall’approvazione dell’EUDR, hanno ridotto i requisiti ambientali a livello nazionale”, dichiara Córdova,  sostenendo che l’obiettivo fosse evitare che il Perù si trovasse nelle condizioni di dover incorporare gli standard europei anche  in altri accordi commerciali che voleva sottoscrivere. E prosegue: “Riteniamo che questa modifica della Legge Forestale sia stata approvata come effetto collaterale dell’approvazione dell’EUDR”. Per Cordova, l’Unione Europea avrebbe dovuto consultare la società civile peruviana prima di approvare il suo regolamento. “L’UE non ha previsto meccanismi per contrastare questi effetti secondari. Sicuramente il Regolamento aveva un’intenzione nobile, però ci sarebbe stato bisogno di un dialogo molto più intenso e democratico con gli attori peruviani impegnati nella lotta contro la deforestazione, e soprattutto con le organizzazioni delle popolazioni indigene”. 

Ancor prima dell’approvazione della modifica della Legge forestale, gli allora ministri dell’Agricoltura e dell’Ambiente del paese andino – Ángel Manero e Juan Carlos Castro – avevano esplicitamente dichiarato che la legge era necessaria per poter adempiere ai requisiti ambientali imposti dal Regolamento Europeo. Qualche mese dopo l’approvazione della modifica, in un’intervista all’agenzia di stampa ambientale Inforegión, il capo della sezione Commercio ed Economia della Delegazione UE in Perù e Bolivia, Olivier Coupleux, aveva invece smentito l’esistenza di una connessione diretta tra le due iniziative legislative, ammettendo che la modifica delle Legge forestale fosse effettivamente una norma controversa, ma che gli standard richiesti dall’EUDR, si sarebbero imposti comunque: “il fatto di possedere i documenti legali in Perù non sarà un requisito per poter esportare in Europa. Se si tratterà di una zona deforestata dopo il 2020, semplicemente non si potrà”, ha affermato Coupleux ad Inforegión. Tali dichiarazioni risalgono al giugno 2024, prima delle due proroghe che hanno interessato l’EUDR. Lo stesso Coupleux era sicuro che il Regolamento sarebbe entrato in vigore il 1° di gennaio del 2025.

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Non è andata esattamente così, e dopo quasi due anni e due proroghe da quelle parole, l’EUDR non è ancora stato implementato. Mentre la modifica della Legge forestale peruviana continua a legittimare la deforestazione. Intervistata da Economia Circolare, l’europarlamentare del Gruppo dei Verdi Cristina Guarda, anche Vicepresidente della Delegazione per le relazioni con i Paesi della Comunità Andina, ammette che  il governo peruviano sembra aver cavalcato l’onda dell’approvazione dell’EUDR per giustificare la modifica della Legge forestale peruviana, a riprova delle dichiarazioni di Henry Córdova. “Ci sono istituzioni in Perù che vogliono cercare di affossare i piccoli passi fatti per tutelare i 70 milioni di ettari di Amazzonia che il Paese ospita”. In Europa “il depotenziamento dell’EUDR si allinea a questa visione politica. Il problema di fondo è che già nel 2024 in Perù si sapeva perfettamente quali fossero le condizioni politiche critiche presenti nel Parlamento Europeo”. 

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Le continue proroghe all’EUDR minano la fiducia degli operatori del settore

Dopo lo slancio ambientalista del Green Deal e dell’EUDR, il 2024 è stato l’anno delle elezioni in UE ma anche quello in cui è cominciata una retromarcia sui temi ambientali  nel Parlamento Europeo, tutta guidata dal Partito Popolare Europeo (PPE) alleato con gruppi parlamentari di destra. Con l’EUDR, l’UE dovrebbe azzerare la presenza nel mercato unico di legno, gomma, bovini, soia, olio di palma, caffè e cacao prodotti distruggendo o degradando foreste primarie. L’implementazione ha già subito ritardi e modifiche e sembra concreta la possibilità di ulteriori semplificazioni, che potrebbero arrivare entro aprile 2026, quando la Commissione presenterà la sua relazione sull’impatto del Regolamento sulle piccole e micro imprese. “Il rinvio di 12 mesi penalizza le imprese che hanno già investito in una filiera sostenibile e trasparente: chi ha anticipato gli investimenti per adeguarsi all’EUDR si trova ora in svantaggio rispetto a chi ha procrastinato”, dice Cristina Guarda. “Ogni mese di ritardo in questo settore significa più foreste perse a livello globale, più comunità danneggiate, più concorrenza sleale nel mercato europeo, e un’accelerazione della crisi climatica”. 

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Anche Lorenzo Colantoni, responsabile di ricerca dell’Istituto Affari Internazionali e giornalista ambientale, è dello stesso avviso. “Quello che è successo con la seconda proroga è molto grave perché mina la fiducia degli operatori del settore: esitare è esattamente ciò che rende ininfluente l’EUDR”. Eppure, approvando il Regolamento sulla Deforestazione, l’Unione Europea sperava addirittura di innescare il cosiddetto “effetto Bruxelles”: visto l’enorme peso del mercato europeo, i produttori applicherebbero gli standard molto stringenti richiesti dall’UE a tutta la loro produzione, anche per i prodotti destinati ad altri mercati e generando così un effetto di innalzamento degli standard ambientali nelle filiere a livello globale. Secondo Colantoni, però, l’intenzione di generare tali effetti rende politicamente complessa l’implementazione dell’EUDR: “Paesi come l’Indonesia, la Malesia o il Brasile queste commodities agricole le trattano come altri trattano il petrolio o il gas, quindi non hanno interesse nel vedere una così forte interferenza da parte di regole europee sulla loro produzione. Questo è un altro fattore che ha reso complicato l’EUDR fin dall’inizio”. A questa criticità si aggiunge anche il disimpegno dalle questioni ambientali di cui, secondo Colantoni, gli Stati Uniti di Donald Trump sono promotori a livello globale: “La transizione ecologica non va più così di moda, quindi che a un certo punto l’EUDR cadesse sotto la scure di quello che la Commissione chiama ‘semplificazione’ e tutti invece chiamano ‘deregolamentazione’ era abbastanza chiaro. Ci sarà l’EUDR? Secondo me questa è la domanda”, allerta Lorenzo Colantoni.

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Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del workshop conclusivo della decima edizione del Corso di giornalismo d’inchiesta ambientale, realizzato da A Sud ed EconomiaCircolare.com in collaborazione con il Goethe Institut di Roma e con il Constructive Network.

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