Nel mercato della moda il settore del pre-loved è una delle colonne portanti dell’economia circolare. Un fenomeno virtuoso che, spinto da una crescente consapevolezza ambientale e dalla ricerca di unicità, ha trasformato il second hand da scelta di nicchia a tendenza mainstream. Come accade spesso quando un settore diventa profittevole, emergono delle zone d’ombra. L’ultima – e forse la più insidiosa – si chiama “fake vintage” ovverosia il mercato del falso degli abiti d’epoca: un cortocircuito che sfrutta l’estetica della sostenibilità per alimentare, in realtà, il modello produttivo più lineare e dannoso che esista, quello dell’ultra fast fashion.
Cos’è il “fake vintage” e perché è un problema per l’economia circolare?
A differenza della contraffazione di lusso, il cui scopo è imitare un prodotto di marca, il fake vintage ha un obiettivo diverso: simulare la storia. Si tratta di capi nuovi, prodotti in serie da colossi dell’ultra fast fashion (tra i quali anche alcuni noti marchi di ecommerce), disegnati per scimmiottare l’estetica di decenni passati. Questi articoli vengono poi “ripuliti” della loro etichetta originale e immessi su piattaforme di rivendita come Vinted (che cerca di combattere tale illecito con una rigida politica anti contraffazione), spacciati per autentici pezzi usati o d’epoca.
Il problema è enorme e non è solo una questione di truffa economica. Il vintage autentico – un capo che ha almeno 15-20 anni e rappresenta un’epoca per qualità dei materiali, linee e manifattura – è intrinsecamente sostenibile poichè prolunga la vita di risorse già impiegate, evitando la sovrapproduzione. Il fake vintage, al contrario, è la negazione di questo principio: è un prodotto usa e getta travestito da pezzo durevole. Sfrutta la nostra volontà di fare una scelta etica per venderci l’ennesimo capo di bassa qualità, destinato a diventare presto un rifiuto.
L’ossessione per il brand: il vero motore del mercato del falso
Non è un caso che il fenomeno del fake vintage ruoti quasi in netta preminenza attorno ai capi ‘di marca’. Il logo, infatti, agisce come un potente catalizzatore di desiderio e un simbolo di status immediatamente riconoscibile, anche per un occhio non esperto. È proprio su questa scorciatoia psicologica che prospera la filiera della truffa che attecchisce soprattutto su chi cerca un capo firmato a poco prezzo: è molto più facile e redditizio vendere una giacca di scarsa qualità con un finto logo noto, piuttosto che un capo anonimo ma ben fatto.
I truffatori lo sanno e si concentrano sull’imitazione di capi con un logo o un design iconico, sapendo che l’attenzione dell’acquirente sarà catturata più dall’estetica che dalla qualità intrinseca.
La marca in questi casi diventa il fine, non il mezzo, e la sua desiderabilità alimenta un mercato parallelo in cui l’apparenza conta più della sostanza, cosa che, invece, una gran fetta di venditori e acquirenti del vintage e dell’usato “per fini ecologici” cerca di evitare. In risposta a questa deriva, sta emergendo una controtendenza tanto coraggiosa quanto significativa: quella dei negozi vintage ‘no brand’. In cosa consiste? Nel selezionare i capi non sulla base del nome sull’etichetta, ma per la loro qualità intrinseca: il tessuto, il taglio sartoriale, l’unicità del design e la durabilità. A tal proposito è importante ricordare che, negli anni ‘70 e ‘80, in molte città italiane fossero attivi molti piccoli studi sartoriali anche casalinghi (come la tradizione delle famose sartine romane).
È un modo per rieducare il consumatore a riconoscere il valore reale, non quello percepito, e per riportare il vintage alla sua essenza: una celebrazione della manifattura, della storia e dello stile, al di là del marketing.
Attenzione: i dupes non sono falsi
È importante distinguere tra falsi e dupes. Un “dupe” è un prodotto low-cost che si ispira a un articolo di lusso senza però copiarne il logo o pretendere di essere l’originale. Il “fake vintage” è invece diverso e più subdolo: non solo imita un design, ma finge di avere una storia e un’identità che non gli appartengono, ingannando il consumatore sulla sua stessa natura.
Dalle fabbriche dell’ultra fast fashion alla messa in vendita online di capi iconici, peccato siano falsi
Il modello di business è tanto semplice quanto fraudolento. Un esempio emblematico, citato da L’Indipendente in un recente articolo, è quello della Swedish Motorcycle Jacket, una giacca stile biker anni ’60. I produttori di ultra fast fashion ne hanno creata una copia a basso costo che è subito diventata virale sui social. A questo punto, è scattata la seconda fase: decine di utenti hanno acquistato la giacca nuova a pochi euro rimuovendo l’etichetta che la identificava come copia e l’hanno rimessa in vendita online al doppio o triplo del prezzo di acquisto, descrivendola come “raro pezzo vintage”.
L’inganno funziona perché sfrutta la debolezza (e difficoltà oggettiva) dei controlli su alcune piattaforme generaliste e la buona fede degli acquirenti. A una domanda diretta, il venditore magari risponde in modo vago, l’etichetta non c’è più e il prezzo, seppur maggiorato, resta comunque inferiore a quello di un vintage autentico e ricercato e c’è sempre chi pensa di fare un affare credendo di avere di fronte un venditore che non sa di avere “un tesoro”. Così, il cerchio si chiude ma non è quello dell’economia circolare: il fast fashion non solo imita, ma contamina e sfrutta anche i canali nati per contrastarlo, rischiando di minare la fiducia nell’intero sistema del second hand.
Vero vintage vs. Falso: la guida per non cadere nell’inganno
Riconoscere un falso vintage richiede un occhio allenato, ma ci sono alcuni indicatori chiave che possono aiutarci a diventare consumatori più consapevoli. Come suggeriscono esperti del settore, da Serena Autorino (@the_peterpan_collar) sulle pagine de Il Fatto Quotidiano a MadameFlo, al grossista Vintage Wholesale supply, ci sono diverse cose che si possono controllare prima di ogni acquisto. Ne elenchiamo alcune.
- I materiali parlano: il vero vintage è spesso realizzato con fibre naturali e robuste come lana, cotone pesante, seta o lino. I tessuti hanno un peso e una consistenza che i falsi moderni – realizzati quasi sempre in poliestere o altre fibre sintetiche leggere – non possono replicare. Un trucco? L’olfatto. La pelle vera ha un odore caratteristico, mentre i falsi spesso odorano di chimico o plastica, a volte mascherato da profumi artificiali;
- L’etichetta è la carta d’identità: un’etichetta autentica è un tesoro di informazioni. Osservate il font, il logo (che cambia nel corso dei decenni), il paese di produzione e la composizione. Un’etichetta d’epoca presenta spesso segni di usura, come un leggero ingiallimento. Un’etichetta moderna, con caratteri attuali o palesemente imprecisa, è un campanello d’allarme. La sua totale assenza, soprattutto se il capo sembra nuovo, è ancora più sospetta;
- Le cuciture e la costruzione: i capi vintage erano fatti per durare. Quelli arrivati fino a noi sono spesso “quelli della domenica”, insomma i vestiti buoni. Le cuciture sono precise, spesso rifinite a mano, e i dettagli sartoriali (come gli orli, le fodere o i pesetti nelle gonne) rivelano una cura oggi scomparsa. I falsi, prodotti in serie per abbattere i costi, hanno cuciture uniformi, fatte a macchina e con filo di scarsa qualità;
- Zip, bottoni e hardware: le cerniere dei capi vintage sono quasi sempre in metallo, mentre quelle moderne sono in plastica. I bottoni d’epoca sono realizzati in materiali come osso, metallo o bachelite e hanno un peso specifico mentre quelli dei prodotti contraffatti sono leggeri e in plastica.
- I segni del tempo (quelli veri): un capo con 50 anni di storia non può essere “immacolato”. Una leggera patina, un colore appena sbiadito o una minima usura nei punti di sfregamento sono segni di autenticità. Al contrario, un capo che si presenta perfetto ma viene venduto come “vintage” dovrebbe insospettire.
Come difendersi? Scegliere la consapevolezza (e i canali giusti)
La prima difesa è la conoscenza: bisogna imparare a riconoscere i dettagli che fanno la differenza ci rende immuni a queste truffe. La seconda è scegliere i canali giusti: piattaforme specializzate e negozi di fiducia devono essere i canali da preferire. Anche chiacchierare – dal vivo o online – col negoziante e fare le domande giuste ci aiuterà a scegliere. Diffidare dalle offerte troppo belle per essere vere perché probabilmente sarà proprio così… ovverosia false.
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