La transizione verso un’economia circolare non può funzionare senza la partecipazione e la leadership delle donne. Eppure, nella pratica, continuano a essere concentrate nei segmenti meno valorizzati della filiera. I finanziamenti in ottica di genere – fondamentali per sostenere la partecipazione femminile alla transizione ecologica – rappresentano appena il 2% del flusso globale di finanziamenti per il clima. Una percentuale che dice molto su chi viene considerato davvero protagonista della trasformazione economica in corso.
La rinascita contemporanea del movimento dell’economia circolare si deve proprio a una donna. Ellen MacArthur, ex velista britannica, ha maturato la propria consapevolezza ecologista durante le lunghe traversate oceaniche, quando si è trovata di fronte all’impatto sempre più evidente dell’inquinamento da plastica sugli ecosistemi marini. Da quell’esperienza nasce la Ellen MacArthur Foundation, oggi uno degli attori più influenti nella promozione di modelli economici circolari tra governi e imprese a livello globale.
In un recente editoriale pubblicato sul Time, MacArthur ha definito l’economia circolare “l’unica controffensiva credibile contro crisi che si rafforzano a vicenda: climatica, industriale e geopolitica”. Eppure proprio le donne restano ai margini di questa trasformazione. Secondo un sondaggio condotto nel 2023 dall’International Solid Waste Association (ISWA), che ha raccolto dati da 607 donne in 75 Paesi, le lavoratrici sono sovrarappresentate nei ruoli meno valorizzati del settore e sottorappresentate nelle attività ad alto valore, come la progettazione di sistemi circolari o la gestione di tecnologie avanzate.
Il paradosso è evidente: numerosi studi dimostrano che le donne sono mediamente più sensibili alle questioni ambientali e sanitarie. Sono anche più inclini degli uomini a riciclare, ridurre i rifiuti, promuovere modelli di consumo sostenibile e sostenere soluzioni collettive ma la loro presenza si concentra soprattutto nelle attività di fine ciclo dell’economia circolare: riciclaggio, riuso e gestione dei rifiuti, spesso in contesti informali e a basso valore aggiunto.

Le ragioni non hanno nulla a che fare con le competenze: entrano in gioco stereotipi e norme sociali che continuano a definire cosa è considerato “lavoro femminile”. Molte delle intervistate dall’ISWA hanno sottolineato la difficoltà di conciliare il lavoro retribuito con il carico di lavoro di cura non pagato, evidenziando come le norme di genere continuino a influenzare profondamente la partecipazione delle donne alla transizione ecologica.
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Le più esposte agli impatti
Se da un lato restano escluse dai ruoli decisionali, dall’altro sono proprio le donne, insieme alle soggettività non conformi, a subire in modo sproporzionato gli effetti della crisi climatica.
Alcuni studi stimano che entro il 2040 la circolarità potrebbe ridurre dell’80% la dispersione di plastica negli oceani, tagliare del 25% le emissioni globali di gas serra, creare 700 mila nuovi posti di lavoro e generare risparmi economici per circa 200 miliardi di dollari all’anno. Ma senza politiche sensibili al genere, questi benefici rischiano di non essere distribuiti in modo equo. Anzi, potrebbero rafforzare disuguaglianze già esistenti.
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Il lavoro verde
Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), entro il 2030 gli sforzi per costruire un’economia circolare potrebbero creare circa sei milioni di nuovi posti di lavoro a livello globale. Anche qui, però, emerge un forte squilibrio. Oggi le donne rappresentano appena il 32% della forza lavoro nel settore dell’energia pulita e circa due terzi dei 14 milioni di posti di lavoro verdi si trovano in Asia, dove gli uomini costituiscono l’85% della forza lavoro nel settore.
Investire sulle donne non è solo una questione di equità, è anche una scelta economicamente razionale. L’OIL stima che le donne reinvestono fino al 90% del proprio reddito nel benessere familiare e nella comunità, rispetto al 35% degli uomini. Uno studio del 2023 suggerisce inoltre che colmare il divario di genere nelle economie emergenti potrebbe aumentare l’attività economica globale di oltre il 7%, generando un impulso di circa 7 mila miliardi di dollari.
Lo stesso paradosso emerge nel settore energetico. Sebbene le donne siano protagoniste nell’uso quotidiano dell’energia – nelle case, nei consumi, nelle scelte domestiche – continuano a occupare una posizione marginale nei luoghi in cui l’energia viene pianificata e governata.
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Centrali nel quotidiano, quasi assenti nei processi decisionali
A questa asimmetria si aggiunge una carenza strutturale di programmi e strumenti progettati con una reale attenzione alla dimensione di genere. Politiche pubbliche, tecnologie e strumenti digitali legati alla transizione energetica vengono spesso concepiti come se fossero neutri. Ma questa neutralità è solo apparente: ignora differenze reali nelle esigenze, nelle competenze e nella disponibilità di tempo tra uomini e donne.
Le conseguenze sono concrete. In molti contesti europei gli oneri di sistema rappresentano tra il 40 e il 50% delle bollette energetiche e, per i nuclei con bassi livelli di consumo, possono persino superare questa soglia.

Da dove ripartire
Per invertire questa tendenza servono politiche mirate. Oggi circa l’85% dei programmi di formazione dedicati alle competenze verdi è destinato agli uomini, mentre oltre il 90% delle donne afferma che norme sociali e aspettative culturali limitano la loro possibilità di parteciparvi. Investire nella formazione e nella riqualificazione professionale di donne e ragazze – in particolare nei settori STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) – è quindi una condizione necessaria per garantire una partecipazione equilibrata alla transizione circolare.
Un secondo nodo riguarda il divario nella gestione dei rifiuti. Alcuni progetti pilota realizzati in Brasile mostrano che l’accesso delle donne alle tecnologie digitali produce effetti immediati, soprattutto nelle cooperative di riciclaggio. Politiche che facilitino l’accesso a strumenti tecnologici avanzati possono aiutare molte lavoratrici a uscire da ruoli informali e poco qualificati, aprendo la strada a posizioni più stabili e a maggiore valore aggiunto all’interno della filiera circolare.
Resta poi un problema strutturale: la mancanza di dati disaggregati per genere. Senza informazioni precise, la pianificazione delle politiche per l’economia circolare continua a ignorare sia i rischi specifici per la salute delle donne sia il loro contributo economico al settore. Rendere sistematica la raccolta e l’utilizzo di dati di genere non è un dettaglio tecnico. È il primo passo per costruire politiche capaci di sostenere una transizione che non sia solo circolare, ma anche giusta.
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