La guerra in Medioriente, certamente la notizia più terribile di questo 2026, ci ha ricordato ancora una volta che i conflitti riguardano quasi sempre gli idrocarburi, in particolare petrolio e gas. Nonostante l’annuncio di Donald Trump sulla tregua di cinque giorni cominciata dagli Usa, con conseguente rinvio di nuovi attacchi contro l’Iran, il regime degli ayatollah ha fatto sapere che nella serata del 23 marzo, in contrasto con le dichiarazioni del presidente Usa, sono state colpite da “attacchi statunitensi-israeliani” infrastrutture legate al settore energetico nella provincia di Isfahan e nella città sud-occidentale di Khorramshahr.
Dal 28 febbraio scorso, quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato per primi l’Iran, si susseguono spaventose deflagrazioni nel cuore dei più importanti impianti fossili: dal giacimento di gas South Par, in Iran (attaccato da Israele) all’impianto di Ras Laffan, in Qatar (attaccato dall’Iran come ritorsione). In Europa si discute di questa guerra principalmente per le conseguenze economiche, con i prezzi dei carburanti e delle bollette (e a breve anche di ogni prodotto di consumo) che sono saliti vertiginosamente, pur senza toccare, finora, gli aumenti spropositati della crisi 2021-2023, dovuta alla guerra in Ucraina.
Delle conseguenze ambientali e climatiche di questa guerra, così come di qualsiasi altra guerra, si parla invece raramente. Quando invece ci sarebbero tutte le condizioni per farlo. Così come allo stesso tempo si parla ancora meno delle manovre fossili per restare centrali nell’attuale economia lineare.
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Mai sottovalutare le fughe di gas
A proposito di questioni rilevanti passate inosservate, è stata abbastanza trascurata una notizia pubblicata dal Guardian negli scorsi giorni. Il quotidiano britannico ha rilevato la mappa delle peggiori fughe di gas al mondo, diffondendo un’analisi dei dati satellitari elaborata dal Stop Methane Project, realizzato presso l’Università della California.

“I pennacchi super-inquinanti delle strutture petrolifere e del gas hanno un colossale impatto sul riscaldamento sul clima, ma spesso derivano da una scarsa manutenzione e possono essere semplici da risolvere. La valutazione ha rilevato dozzine di mega-perdite, ognuna con lo stesso impatto globale del riscaldamento di una centrale elettrica a carbone – si legge nell’articolo – I ricercatori hanno detto che è esasperante che un’azione così facile per combattere la crisi climatica non sia stata presa, e hanno detto che le persone dovrebbero essere arrabbiate. Fermare le perdite può anche essere gratuito, dato che il gas catturato può essere venduto – il metano è il gas naturale che accende le centrali elettriche”.
La perdita maggiore è stata prodotta in Turkmenistan, ma non bisogna sottovalutare il nocivo apporto dato dagli Stati Uniti. Proprio il 24 marzo, come riporta la NBC, si è verificata un’esplosione in una mega raffineria vicino alle coste del Texas. Gas, petrolio e non solo. Lo Stop Methane Project ha anche analizzato le emissioni provenienti dai siti di discarica, dove i rifiuti organici in decomposizione possono rilasciare enormi volumi di metano quando non sono ben gestiti. I siti peggiori spaziavano in tutto il mondo, dalla Turchia all’Algeria e alla Malesia fino, di nuovo, agli Stati Uniti.
Come ricorda il Guardian, le emissioni di metano causano il 25% del riscaldamento globale e c’è stata una “spaventosa” impennata dal 2007, secondo gli scienziati. “È davvero esasperante”, ha detto Cara Horowitz dell’università della California. “Questi siti sono il risultato di una cattiva manutenzione, quando invece basterebbe aggiornare un po’ l’infrastruttura e si potrebbe risolvere una parte davvero importante del problema.
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Le pressioni affinché sul gas tutto resti così com’è
L’appello dell’università di California rischia però di cadere nel vuoto. Almeno stando a un’indiscrezione pubblicata negli scorsi giorni dall’agenzia giornalistica Reuters. “Le compagnie petrolifere e del gas hanno esortato l’Unione europea a mettere in pausa la sua legge sulle emissioni di metano – si legge sul sito di Reuters – avvertendo che potrebbe interrompere le importazioni di carburante in Europa quando l’anno prossimo prenderanno il via le disposizioni più severe. L’appello dell’industria arriva dopo che il governo degli Stati Uniti ha chiesto all’UE di esentare petrolio e gas degli Stati Uniti dalle regole. Da allora Bruxelles ha offerto alle aziende opzioni più flessibili ma ha rifiutato di rigettare in toto la normativa sulle emissioni, che costituisce un pilastro centrale della sua strategia climatica”.

Secondo uno studio Mackenzie, fino al 43% delle importazioni di gas dell’UE e fino all’87%di importazioni di petrolio greggio dell’Unione Europea potrebbero faticare a rispettare le norme dell’UE previste a partire dal 2027, esponendo gli importatori a pesanti multe e rischiando seri problemi di approvvigionamento, in un momento storico in cui, tra l’altro, le forniture cominciano già a scarseggiare – il caso più emblematico è il GNL proveniente dal Qatar. “L’UE non può permettersi uno shock sull’offerta a causa della propria normativa, a maggior ragione nell’attuale contesto geopolitico”, ha dichiarato Francois-Regis Mouton de Lostalot, amministratore delegato dell’associazione IOGP Europe, i cui membri includono colossi energetici come ExxonMobil, Chevron, BP e TotalEnergies.
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Il caso emblematico dell’Italia
Non è un caso, per restare all’Italia, che la premier Giorgia Meloni sia tornata recentemente a bussare all’Algeria, come già aveva fatto Draghi dopo la guerra in Ucraina, per nuove forniture di gas attraverso il gasdotto Transmed. Rinnovando la perniciosa idea che per sostituire il gas serva ancora altro gas. A poche ore dal viaggio della presidente del Consiglio, ECCO – il think tank italiano per il clima – ha pubblicato una nuova analisi che mostra come l’Italia possa rafforzare la propria sicurezza energetica, senza rinnovare l’approccio fossile. Entro un anno, secondo le stime di ECCO, il Paese potrebbe sostituire l’equivalente dei volumi di gas qatarino attraverso risparmi, rinnovabili, efficienza ed elettrificazione, facendo pieno utilizzo delle infrastrutture di importazione esistenti e della cattura delle emissioni di metano lungo la filiera di gas algerina.
“Ridurre prima di diversificare – scrive ECCO – L’Italia potrebbe sostituire in modo strutturale l’equivalente di oltre l’85% delle importazioni di gas dal Qatar in dodici mesi attraverso:
- rinnovabili: l’installazione di 10 gigawatt (GW) GW all’anno di nuova capacità rinnovabile, come previsto dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), ridurrebbe il consumo di gas di 2,5 miliardi di metri cubi (mc), pari al 40% delle importazioni dal Qatar;
- efficienza energetica: interventi nei settori residenziale, terziario e industriale, in linea con il PNIEC, potrebbero ridurre la domanda di gas di circa 0,8 miliardi di metri cubi all’anno, equivalenti al 12,5% delle importazioni qatarine;
- elettrificazione dei consumi: l’elettrificazione dei consumi termici nei settori civile e industriale potrebbe generare un risparmio di circa 0,65 miliardi di metri cubi di gas (370 milioni nel residenziale e 280 milioni nell’industria a bassa e media temperatura, <150 °C).
Per il restante 15% – pari a un miliardo di metri cubi annui su un totale di 6,4 miliardi di metri cubi – il governo, suggerisce ancora ECCO, “potrebbe far leva sulle infrastrutture gas esistenti, in particolare quelle che collegano l’Italia all’Algeria, sfruttando a pieno la capacità disponibile e la cattura delle perdite di gas lungo la filiera, senza bisogno di ulteriori investimenti in nuove infrastrutture e giacimenti”.
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