Il greenwashing delle aziende fossili si estende alla plastica

Le aziende petrolifere promettono di risolvere il problema dell’inquinamento della plastica. Ma un report del newtwork IPEN smonta questa tesi attraverso una serie di dati e l’analisi delle soluzioni proposte. “L'unica risposta a lungo termine all'inquinamento da plastica è produrre meno plastica”

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista glocal, ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane per poi specializzarsi su ambiente, energia ed economia circolare. Redattore di EconomiaCircolare.com. Per l'associazione A Sud cura l'Osservatorio Eni

Che i rifiuti di plastica siano diventati una delle forme di inquinamento più devastanti in tutto il mondo è ormai una banalità. Specie in un giornale come il nostro. Eppure i problemi della sovrapproduzione e dello smaltimento restano lì, sempre uguali. Anzi, a dire la verità c’è un elemento di novità. Da qualche tempo a proporsi come promotrici di cambiamento, come realtà a cui affidare la questione per risolvere definitivamente le questioni legate alla plastica, ci sono le aziende fossili. Proprio così: le imprese che producono e commerciano il petrolio, cioè l’elemento base delle plastiche più diffuse, si offrono come soluzione.

Ora un report analizza le loro strategie e più in generale offre una disamina dei metodi, presenti e passati, con cui i rifiuti di plastica sono gestiti a livello globale. Il documento si intitola Plastic Waste Management Hazards: Waste-to-Energy, Chemical Recycling, and Plastic Fuels ed è diffuso da IPEN, il network globale che riunisce più di 600 ONG di interesse pubblico in oltre 120 Paesi, per costruire un “futuro toxic-free”. In particolare il report, composto da oltre un centinaio di pagine ricche di dati e grafici, è stato redatto da Hideshige Takada, professore presso il Dipartimento di Scienze Ambientali e delle Risorse Naturali dell’università di Tokyo, e da Lee Bell, consulente politico per le politiche IPEN.

“Dalle montagne di plastica visibili sulla terra e negli oceani alle microplastiche invisibili nei laghi, nelle montagne e nella pioggia, il pianeta è sempre più coperto dai resti petrolchimici della produzione di plastica. Con le aziende petrolchimiche che evitano le passività di carbonio dei combustibili fossili aumentando massicciamente la produzione di plastica, la quantità di rifiuti di plastica generati è destinata a salire drasticamente” scrivono Takada e Bell. Affidarsi a chi, in maniera diretta o indiretta, è artefice di questo aumento è come volersi affidare alle aziende fossili per risolvere la crisi climatica. In quest’ultimo caso sempre più spesso si parla di greenwashing, mentre sulla plastica le soluzioni offerte dalle compagnie energetiche, principalmente il riciclo chimico e l’uso dei rifiuti da plastica come combustibili, sono ancora poco analizzate sotto questo profilo.

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Le risposte che il riciclo della plastica non può dare

“La risposta breve è che il solo riciclo non può fornire una soluzione all’inquinamento da plastica quando la produzione di plastica è destinata a crescere in modo esponenziale”. Con questa frase in apparenza apodittica il report diffuso da IPEN dà una risposta rapida alla domanda, che ormai ha un paio di decenni alle spalle, se il riciclo può essere la risposta da fornire di fronte a una produzione di plastica in costante aumento. In realtà il report, dopo l’introduzione, ci mette circa 100 pagine a spiegare i motivi che stanno dietro questo teorema lapalissiano.

riciclo plastica 2

Il riciclo, sia meccanico che chimico, è stato ampiamente promosso come soluzione al problema dei rifiuti di plastica, ma agli attuali livelli di produzione di polimeri il riciclo sta avendo un impatto molto limitato, anche nei Paesi ricchi – fanno notare Takada e Bell – Considerando il quadro più ampio della massiccia crescita della produzione di plastica e della mancanza di infrastrutture di riciclo nei Paesi a basso reddito, diventa chiaro che il riciclo della plastica non è la soluzione”.

E allora perché si insiste sul riciclo? Come abbiamo detto, la “novità” è che adesso a spingere su questa ipotesi sono ora le aziende petrolifere, col loro portato di enormi investimenti e di pressioni sui governi – e infatti finora sono loro a essere additate tra le principali responsabili per la mancata adozione di un trattato globale sulla plastica. Le soluzioni proposte dalle aziende per gestire i rifiuti di plastica e recuperarli sono diverse. Si va dall’incenerimento (con conseguente recupero energetico) alla produzione di combustibile fino al downcycling, in modo da ricavare nuovi materiali da usare nelle strade. Ma secondo lo studio diffuso da IPEN tutte queste opzioni “genereranno semplicemente più inquinamento”.

Come ricordano ancora i due autori, “per decenni il riciclo della plastica è stato quasi interamente dominato dal settore del riciclo meccanico, che seleziona, pulisce, tritura i polimeri, restituendoli in materia prima per il settore della produzione di plastica o fornendo materiale riciclato per varie forme di downcycling. Il riciclo chimico (per polimeri o combustibili) è stato limitato principalmente a sperimentazioni con pochi impianti pilota”. Tuttavia, nonostante i casi di insuccesso di riciclo chimico si stiano allargando, questa tecnologia resta quella preferita dalle aziende petrolifere. Vengono poi analizzate le tre principali tecniche di riciclo chimico: la depolimerizzazione chimica, la rigenerazione a base di solvente e la depolimerizzazione termica attraverso il cracking (gassificazione e pirolisi). Ma la risposta resta univoca.

“Sebbene il riciclo chimico possa integrare gli attuali tassi di riciclaggio meccanico – riconoscono i due autori –  è necessario affermare che non può rappresentare una soluzione alla crisi globale dei rifiuti di plastica, mentre la produzione di plastica aumenta esponenzialmente. A meno che non possa essere implementato con elevati livelli obbligatori di contenuto riciclato nella nuova plastica, insieme a significative restrizioni sulla produzione di plastica, il riciclo chimico rimarrà poco più di una semplice vetrina per scopi promozionali aziendali. Inoltre il riciclo chimico allo scopo di creare combustibili fossili ricostituiti non dovrebbe essere supportato”. 

Quest’ultimo caso è quello che suscita maggiore preoccupazione. “La variabilità delle materie prime di rifiuti plastici misti, utilizzabili in pirolisi e gassificazione, e l’output simile a un combustibile in termini di materie prime idrocarburiche che possono essere generate con una post-elaborazione minima, suggeriscono che la conversione della plastica in combustibile dominerà questo settore di mercato – si legge nel report – La creazione di diesel, cherosene e olio leggero, essenzialmente combustibili fossili per la combustione, è attualmente l’unico mercato praticabile per i prodotti di pirolisi derivanti dalla lavorazione dei rifiuti plastici”.

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La vera soluzione resta l’economia circolare

Di fronte a tali scenari, non resta che tornare all’assioma iniziale contenuto nel report a firma Takada e Bell: l’unica risposta a lungo termine all’inquinamento da plastica è produrre meno plastica. Eppure tale ipotesi, secondo i due autori, attualmente “sembra improbabile” perché nel frattempo l’industria petrolchimica ha deciso di aver “bisogno di plastica come rifugio sicuro dalle sue passività di carbonio“. O, per dirla in altro modo, “l’aumento della produzione di plastica compensa il calo della domanda per i suoi combustibili fossili“.

E allora che fare? “Una domanda chiave quando si considera come gestire i rifiuti di plastica è se la plastica abbia un ruolo in un’economia circolare globale – si legge ancora nel report – Può essere trattata come carta, vetro e metallo, riciclata e riprocessata in un ciclo infinito di materiali attraverso l’economia circolare? La valutazione dei limiti del riciclo della plastica in questo rapporto suggerisce che ciò potrebbe non essere possibile senza cambiamenti significativi nei metodi e nei livelli di produzione della plastica”.

Ridurre la produzione, ricorrere all’ecodesign, sostituire la plastica con materiali meno impattanti e più durevoli: tutte queste sono soluzioni circolari che devono essere attuate in maniera estesa. E a farlo non possono essere le aziende che hanno creato il problema dell’inquinamento della plastica, anche perché le loro soluzioni si basano su un’economia circolare soltanto apparente. 

nuovo metodo riciclo plastica

“Passare a un’economia veramente circolare – sottolineano infine i due autori nel report diffuso da IPEN – significa che le aziende le cui attività si allineano a un modello circolare trarranno probabilmente beneficio dai cambiamenti, mentre quelle radicate nel vecchio modello lineare troveranno più difficile e meno redditizio operare. Ciò ha portato molti interessi economici lineari a tentare di ridefinire il concetto di economia circolare per includersi come elemento essenziale del sistema economico circolare. È chiaro che alcune forme di riciclo chimico possono integrare il riciclo meccanico per preservare la plastica essenziale e non tossica nell’economia circolare. Ma nelle sue forme attuali, presenta troppi elementi di economia lineare associati per potersi definire circolarità”.

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