C’è una data nel calendario delle Nazioni Unite che non celebra una lotta ancora in corso, ma una vittoria e è forse un evento (e una sensazione) di tale rarità che è bene ricordarlo. È il 16 settembre, la Giornata Internazionale per la Preservazione dello Strato di Ozono. Questa giornata commemora la firma, nel 1987, del Protocollo di Montreal, un trattato che ha cambiato in un certo senso il destino del nostro pianeta e che oggi, più che mai, rappresenta un faro di speranza di cui abbiamo davvero bisogno. Questa, infatti, è la storia di “quella volta che ce l’abbiamo fatta”, un racconto – dal valore potente – di come l’umanità, di fronte a una minaccia esistenziale, sia stata capace di ascoltare la scienza, agire all’unisono e invertire la rotta.
Viviamo il secolo segnato dall’ansia per la crisi climatica e ambientale, e ricordare e analizzare questo successo non è un mero esercizio di nostalgia perché tutto ciò può essere utile per capire quali ingredienti hanno reso possibile quel “miracolo” e come possiamo replicare – ove possibile – la ricetta per le grandi sfide che abbiamo di fronte: dai cambiamenti climatici all’inquinamento da plastica, fino alla perdita di biodiversità.
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Il miracolo di Montreal: anatomia di un successo globale
A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, la comunità scientifica lanciò un allarme che suonava quasi fantascientifico: uno scudo invisibile che protegge la vita sulla Terra, lo strato di ozono stratosferico, si stava assottigliando pericolosamente. Questo strato, una concentrazione del gas ozono (O₃) a circa 15-35 km sopra la superficie, agisce come un filtro fondamentale, assorbendo la maggior parte delle dannose radiazioni ultraviolette (UV-B) del sole. La sua erosione avrebbe significato un’impennata dei tumori della pelle, cataratte, danni al sistema immunitario, oltre a gravi impatti sugli ecosistemi agricoli e marini.
I “colpevoli” furono presto identificati: un gruppo di sostanze chimiche di sintesi note come clorofluorocarburi (CFC) e altri composti alogenati. Utilizzati massicciamente come refrigeranti in frigoriferi e condizionatori, propellenti nelle bombolette spray e agenti schiumogeni, questi gas, una volta rilasciati, salivano lentamente fino alla stratosfera dove, colpiti dai raggi solari, liberavano atomi di cloro e bromo che distruggevano le molecole di ozono a un ritmo allarmante. La scoperta del “buco dell’ozono” sopra l’Antartide nel 1985 rese la minaccia tangibile e spaventosa.

La risposta della comunità internazionale fu sorprendentemente rapida e decisa. Sulla base di prove scientifiche inoppugnabili, i governi si mossero. Prima con la Convenzione di Vienna del 1985, che stabilì un quadro per la cooperazione, e poi con il suo braccio operativo: il Protocollo di Montreal, firmato il 16 settembre 1987.
Il Protocollo non è stato una semplice dichiarazione di intenti. Era, ed è, un trattato vincolante che stabiliva un calendario preciso per l’eliminazione graduale della produzione e del consumo di numerose sostanze dannose per l’ozono.
Ma perché il protocollo di Montreal è stato così efficace?
Il suo successo si fonda su alcuni pilastri fondamentali:
- Guida scientifica: le decisioni politiche furono costantemente informate e aggiornate dalle valutazioni di un comitato scientifico internazionale.
- Universalità: è stato il primo trattato nella storia delle Nazioni Unite a raggiungere la ratifica universale da parte di 197 Paesi.
- Responsabilità condivisa ma differenziata: riconosceva che i Paesi in via di sviluppo avevano esigenze diverse. Per questo fu istituito il Fondo Multilaterale Ozono, finanziato dai Paesi sviluppati, per fornire assistenza tecnica e finanziaria, aiutandoli nella transizione verso tecnologie alternative.
- Flessibilità: il trattato è stato emendato più volte per accelerare le eliminazioni e includere nuove sostanze, dimostrando una straordinaria capacità di adattamento.
I risultati sono inequivocabili. Ad oggi, circa il 99% delle sostanze che riducono lo strato di ozono controllate dal Protocollo è stato eliminato. Il risultato? Lo strato di ozono sta lentamente ma costantemente guarendo. Come riportato da Ispra, le proiezioni scientifiche indicano che l’ozono sull’emisfero settentrionale potrebbe riprendersi completamente entro il 2030, quello sull’emisfero australe entro il 2050 e il buco sopra le regioni polari entro il 2060. Si stima che, senza il Protocollo, entro il 2030 avremmo avuto circa 2 milioni di casi di cancro alla pelle in più ogni anno a livello globale.
Non solo ozono: le altre volte in cui “ce l’abbiamo fatta”
Il successo di Montreal non è un caso isolato, sebbene sia il più emblematico. La storia recente ci offre altri esempi in cui la cooperazione internazionale, spinta dalla scienza e dalla volontà politica, ha prevalso su gravi minacce ambientali.
Un’altra vittoria silenziosa, ma monumentale è stata la messa al bando globale della benzina con piombo. Per quasi un secolo, il piombo tetraetile è stato aggiunto alla benzina per migliorare le prestazioni dei motori. Il prezzo per la salute pubblica e l’ambiente è stato però altissimo: il piombo è un potente neurotossico che, rilasciato nell’aria, ha causato malattie cardiache, ictus e, soprattutto, danni irreversibili allo sviluppo cerebrale dei bambini. A partire dagli anni ’70 e ’80, i Paesi più ricchi hanno iniziato a eliminarla, ma nel 2002 era ancora in uso in 117 nazioni. Grazie a una campagna ventennale guidata dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), che ha lavorato per sensibilizzare, fornire supporto tecnico e combattere la corruzione, il traguardo è stato raggiunto nell’agosto del 2021, quando l’Algeria, l’ultimo paese rimasto, ha cessato la sua distribuzione
Un altro fronte su cui si sono registrati progressi significativi è la lotta alle piogge acide. Negli anni ’70 e ’80, le emissioni di ossidi di zolfo (SOx) e di azoto (NOx) da centrali a carbone e industrie stavano acidificando le precipitazioni, con effetti devastanti su foreste, laghi ed edifici. Attraverso accordi internazionali come la Convenzione di Ginevra sull’inquinamento atmosferico transfrontaliero a lunga distanza (1979) e i suoi protocolli successivi (come quelli di Helsinki e Sofia), i Paesi in Europa e Nord America si sono impegnati a ridurre drasticamente queste emissioni, ottenendo un notevole miglioramento della qualità dell’aria e dell’acqua.
I “protocolli di Montreal” di domani: i fronti aperti
Se lo abbiamo fatto per l’ozono e per il piombo, possiamo farlo ancora. La lezione di Montreal è un modello da applicare alle crisi attuali. Quali sono, dunque, i fronti su cui una mobilitazione simile è non solo possibile, ma necessaria?
- L’inquinamento da plastica: questa è forse la sfida che più assomiglia a quella dei CFC. Si tratta di un materiale onnipresente con impatti devastanti su ecosistemi e salute, prodotto da un’industria concentrata. Le microplastiche sono state trovate ovunque, dai fondali oceanici alle vette delle montagne, nel nostro cibo, nella nostra acqua e persino nel sangue umano e nella placenta. La buona notizia è che il mondo si sta muovendo. Dal 2022, l’Assemblea Ambientale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione storica per negoziare un trattato internazionale legalmente vincolante sull’inquinamento da plastica. La cattiva notizia è che ad oggi non si sta facendo abbastanza sebbene siano molti i Paesi che spingono per risoluzioni serie.
- La crisi climatica: è la sfida globale per eccellenza. L’Accordo di Parigi del 2015 è stato un passo fondamentale, stabilendo l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale. Tuttavia, a differenza di Montreal, si basa su impegni volontari (i Contributi Nazionali Determinati, o NDC) che, allo stato attuale, sono insufficienti. La lezione di Montreal ci insegna la necessità di meccanismi più forti, con obiettivi vincolanti e revisioni periodiche per aumentare l’ambizione, uniti a un robusto sostegno finanziario e tecnologico per la transizione dei Paesi più vulnerabili.
- La perdita di biodiversità: il tessuto della vita sulla Terra si sta sfilacciando a un ritmo senza precedenti, con circa un milione di specie a rischio di estinzione. Nel dicembre 2022, a Montreal (un nome che ritorna), è stato adottato il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework. Questo accordo definisce i target da raggiungere entro il 2030, tra cui il celebre obiettivo “30×30”: proteggere almeno il 30% delle terre e dei mari del pianeta. La sfida, ora, è tradurre questi obiettivi globali in azioni nazionali concrete e finanziate, assicurando che la conservazione vada di pari passo con i diritti delle comunità indigene e locali.

Dall’ispirazione all’azione
Oggi, di fronte alle nubi della crisi climatica, della plastica e della perdita di natura, la storia della lotta per salvare l’ozono ci offre non solo speranza, ma un vero e proprio manuale operativo. Ci dice che “farcela” è possibile. Ora sta a noi, come cittadini, consumatori e elettori, esigere che i nostri leader leggano quel manuale e agiscano con la stessa audacia e la stessa visione che, quasi quarant’anni fa, hanno salvato il nostro scudo celeste.
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