“Questa sembra erba?”, chiede Greenpeace Aotearoa in un post Instagram. L’immagine ritrae un autocarro che trasporta nocciolo di palma, un prodotto ottenuto dai semi della palma da olio, molto lontano dall’erba neozelandese con cui sarebbe stato “alimentato al 100%” il burro Anchor. E in effetti, per sua stessa ammissione, Fonterra ha ingannato i clienti con il packaging del suo burro del marchio di punta Anchor.
La causa contro il gigante lattiero-caseario neozelandese, uno dei più grandi esportatori di latticini al mondo, è stata intentata da Greenpeace Aotearoa nel 2024 per violazione delle leggi sul commercio leale.
“L’ammissione di colpa da parte della più grande azienda neozelandese rappresenta una vittoria schiacciante contro il greenwashing aziendale in tutto il mondo. È semplice: alle aziende non dovrebbe essere permesso di fuorviare i clienti per vendere i propri prodotti”, scrive in un comunicato la portavoce di Greenpeace Sinéad Deighton-O’Flynn.
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Torna il greenwashing sul nocciolo di palma
La Nuova Zelanda è il maggiore importatore di panello di nocciolo di palma, un prodotto dell’industria dell’olio di palma. L’alimento ha catene di approvvigionamento notoriamente opache e, all’inizio del 2025, Greenpeace Aotearoa ha utilizzato ricerche di Rainforest Action Network e Nusantara Atlas per collegare le aziende che vendono nocciolo di palma in Nuova Zelanda alla deforestazione illegale nella riserva naturale Rawa Singkil, in Indonesia. Lo stesso alimento col quale Fonterra nutre le sue mucche ha dunque possibili collegamenti con la distruzione delle foreste pluviali nel Sud-Est asiatico.
Pur dichiarando che il burro Anchor era al 100% da allevamento da pascolo, Fonterra permetteva ai propri fornitori di somministrare alle mucche fino a 3 kg di nocciolo di palma al giorno.

Ma Fonterra è solo l’ultima di una catena di aziende di carne e latticini che sono state chiamate a rispondere per cause di greenwashing negli ultimi anni: è sempre più chiaro che se i governi non monitorano gli inquinatori “saranno le persone a rivolgersi ai tribunali e alle strade per farlo”, dice Sinéad Deighton-O’Flynn all’agenzia Web Wire.
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Le responsabilità degli inquinatori
L’onda di responsabilità legale per le industrie della carne e dei latticini che commettono greenwashing è crescente.

Nel marzo 2024, l’Alta Corte danese ha stabilito che le etichette “climate-controlled pork” di Danish Crown – il più grande produttore di maiale d’Europa – erano ingannevoli e prive di verifica.
Nel 2025, Greenpeace Danimarca e Svezia hanno presentato denunce formali contro Arla, il più grande produttore lattiero-caseario d’Europa, per aver sistematicamente sopravvalutato i suoi progressi in materia climatica. Arla avrebbe ingannato il pubblico affermando una riduzione del 13% delle emissioni della catena di approvvigionamento dal 2015, mentre la documentazione suggerisce che quasi la metà di questa riduzione derivi da un cambiamento nella metodologia di calcolo del 2016, piuttosto che da risparmi reali di carbonio. Queste denunce sono attualmente in revisione formale dalle autorità competenti in Danimarca e Svezia.
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