“Gestione dei rifiuti, dall’efficienza alla resilienza”

Analisi di Antonis Mavropoulos ex presidente dell’Associazione internazionale dei rifiuti solidi (ISWA): “L'era di una gestione dei rifiuti basata sulla crescita e orientata all'ottimizzazione sta volgendo al termine. Ciò che la sostituirà sarà definito dalla capacità dei sistemi di resistere nel tempo: socialmente legittimi, sostenibili dal punto di vista operativo e in grado di tutelare la salute pubblica in un contesto in cui la prossima crisi non sarà un'eccezione, ma la norma”

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Redazione EconomiaCircolare.com

Negli ultimi decenni, il settore globale della gestione dei rifiuti è cresciuto in modo esponenziale, passando da circa 600 milioni di tonnellate nel 1990 a oltre 2,2 miliardi nel 2020. Tuttavia, questa crescita non si è tradotta in un miglioramento proporzionale delle performance ambientali. Al contrario, il sistema sta entrando in una fase di profonda trasformazione: un contesto “post-crescita” in cui le logiche tradizionali di espansione, efficienza e ottimizzazione non sono più sostenibili.

Antonis Mavropoulos. Foto: WMW

Lo sostiene Antonis Mavropoulos su Waste Management Word, magazine digitale dell’ International Solid Waste Association. Mavropoulos, ex presidente ISWA, è membro del Consiglio di amministrazione dell’Università Politecnica Nazionale di Atene (NTUA) e fa parte del Gruppo consultivo del Centro internazionale per le tecnologie ambientali del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP IETC). Nel suo intervento tocca i limiti dell’attuale sistema di gestione dei rifiuti (e dell’economia circolare) e indica quale potrebbe essere l’assetto futuro del settore.

Mavropoulos è convinto che si debba abbandonare un modello basato sull’ottimizzazione in condizioni ideali (quelle che in questi giorni vediamo saltare a causa dell’attacco di USA e Israele all’Iran) e orientarsi verso sistemi resilienti, capaci di funzionare anche in condizioni di instabilità economica, energetica e geopolitica. Quelli che sempre più di frequente stiamo vivendo.

La fine del paradigma della crescita

Per decenni, la gestione dei rifiuti ha operato su presupposti oggi sempre meno validi: crescita economica continua, energia a basso costo, stabilità dei mercati globali e progresso tecnologico. Oggi tutto questo non può più essere dato per scontato. Questi che ieri erano i pilastri oggi stanno vacillando. Nei paesi ad alto reddito, la produzione di rifiuti si sta stabilizzando e potrebbe iniziare a diminuire entro il 2030–2035, secondo l’ex presidente ISWA. Questo vuol dire che il settore “non può più dare per scontato che la crescita dei volumi garantisca i ricavi o il rinnovo del capitale”.

L’intervento sottolinea come si stia aprendo una fase in cui le risorse pubbliche si riducono, i costi aumentano e le priorità si spostano dalla crescita alla gestione dell’esistente.

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Riciclo stagnante

Uno degli aspetti più critici riguarda il rapporto tra crescita economica del settore e risultati ambientali. “Forse il segnale più eloquente delle tensioni strutturali – si legge – è il divario tra prestazioni e crescita. Il mercato globale della gestione dei rifiuti è cresciuto di quasi 10 volte, passando da 125 miliardi di dollari (1990) a 1.450 miliardi di dollari (2025), eppure i tassi di riciclaggio hanno raggiunto un picco intorno al 21-22% (2010-2015) e da allora hanno subito una stagnazione o sono scesi a circa il 20%. Questo disallineamento suggerisce che la redditività deriva sempre più dalla gestione di volumi crescenti – smaltimento, discarica, incenerimento – piuttosto che dal raggiungimento di risultati circolari su larga scala”.

I vincoli economici del riciclo

Le difficoltà dell’economia circolare non sono solo tecniche, ma economiche: i materiali riciclati sono spesso meno competitivi dal punto di vista commerciale (“le materie prime vergini mantengono spesso un vantaggio di prezzo di circa il 50%”); i livelli di contaminazione dei rifiuti (circa 25%) riducono la qualità dei materiali riciclati; la chiusura dei mercati globali, come il “National Sword” cinese, ha ridotto drasticamente la domanda.

A questi fattori, come stiamo osservando sempre più di frequente, si aggiungono le tensioni geopolitiche, come i dazi tra Stati Uniti e Cina, che hanno “ha di fatto chiuso uno dei più grandi mercati del riciclaggio al mondo”. Il risultato è un sistema in cui la crescita economica della filiera può continuare anche mentre le performance ambientali stagnano o peggiorano.

Costi dell’energia, una nuova pressione sistemica

Un altro fattore determinante è il progressivo calo del surplus energetico globale. Anche senza considerare gli shock come quello che stiamo vivendo, “con il picco della domanda di petrolio previsto da McKinsey Energy entro la fine degli anni 2020, i costi energetici sono destinati a crescere”. Nel settore dei rifiuti, sottolinea Antonis Mavropoulos, questo ha un impatto diretto: il carburante rappresenta tra il 15% e il 25% dei costi operativi della raccolta. Un raddoppio dei prezzi può aumentare i costi complessivi fino al 25%. In questo contesto, come vediamo anche in Italia con la crisi dei riciclatori della plastica, il riciclo stesso diventa più difficile, poiché è spesso energivoro e dipendente da filiere globali.

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Tecnologia e geopolitica

Negli ultimi anni, il settore ha investito fortemente in tecnologie avanzate (intelligenza artificiale, sensori IoT, automazione). Tuttavia, i benefici marginali stanno diminuendo, mentre aumentano costi e complessità. Nel settore della gestione dei rifiuti, l’ondata di digitalizzazione (selezione tramite IA, sensori IoT, ottimizzazione dei percorsi, tracciabilità tramite blockchain) “sta raggiungendo una fase di rendimenti decrescenti. Sebbene i progetti pilota abbiano evidenziato un aumento dell’efficienza compreso tra il 18% e il 32%, l’implementazione su larga scala comporta elevati costi di capitale (da 500.000 a 5 milioni di dollari per impianto), rischi legati alla sicurezza informatica, oneri di manutenzione specialistica e responsabilità in materia di governance dei dati”. In altre parole, sottolinea Mavropoulos, “il sistema potrebbe diventare più intelligente e, al contempo, meno sostenibile”. Un fatto che metterebbe in discussione l’idea che l’innovazione tecnologica sia la chiave per rendere l’economia circolare efficace.

L’aumento dei conflitti, non solo commerciali, e del protezionismo sta frammentando i mercati globali del riciclo, ricorda l’articolo. Lo abbiamo visto con le iniziative cinesi (il bando del 2018, ad esempio) e lo stiamo vedendo col protezionismo statunitense. Le catene di valore internazionali, fondamentali per l’economia circolare, stanno diventando meno affidabili.

Di conseguenza aumenta la necessità di capacità di trattamento locale, diminuisce la convenienza del trasporto a lunga distanza dei materiali, cresce la pressione per soluzioni nazionali o regionali

Dall’ottimizzazione alla resilienza

Il modello dominante della gestione dei rifiuti è stato finora costruito per massimizzare l’efficienza in condizioni stabili: supply chain globali, logistica just-in-time, contratti rigidi. Oggi questo modello mostra tutta la sua fragilità: “La questione fondamentale non è se un sistema sia ‘all’avanguardia’, bensì se sia in grado di garantire le funzioni essenziali di sanità pubblica – raccolta, stoccaggio sicuro e smaltimento, nonché gestione delle emergenze – anche in condizioni difficili”.

“Molti sistemi di gestione dei rifiuti odierni stanno diventando sempre più interconnessi: un numero maggiore di componenti mobili, di interdipendenze, di contratti, di livelli di dati, di attrezzature specializzate e di ipotesi sulla stabilità del mercato. La complessità può aumentare le prestazioni di picco, ma amplifica anche le reazioni a catena in caso di guasti”. Quando un anello della catena si spezza (software, reti di sensori, pezzi di ricambio, sbocchi di mercato), le prestazioni possono subire un brusco calo.

Il documento propone quindi un cambio di paradigma. La resilienza implica fattori e decisioni in contrasto con quanto fatto finora: ridondanza, semplicità operativa, capacità di funzionare anche con risorse limitate. In questa prospettiva, sistemi meno sofisticati ma più robusti possono risultare superiori a quelli altamente ottimizzati.

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La gestione dei rifiuti come infrastruttura critica

In un tale contesto di incertezza, second Mavropoulos la gestione dei rifiuti “deve essere considerata innanzitutto come un’infrastruttura sociale, non semplicemente come un servizio industriale o una componente della politica sull’economia circolare. Si tratta inoltre di una forma di protezione civile in prima linea: è il modo in cui le società prevengono le malattie, preservano la dignità, mantengono le città funzionanti in situazioni di crisi e riducono i danni ambientali quando più sistemi sono sottoposti a pressione contemporaneamente”. La gestione dei rifiuti andrebbe trattata al pari delle infrastrutture che garantiscono acqua o energia.

Per questo motivo, sostiene l’ex presidente ISWA, il futuro del settore della gestione dei rifiuti non sarà definito dalla massimizzazione del riciclo, ma dalla capacità sistemi di garantire continuità operativa.

La vera sfida, quindi, non è costruire sistemi perfetti, ma sistemi che continuino a funzionare quando le condizioni ideali non esistono più: “L’era di una gestione dei rifiuti basata sulla crescita e orientata all’ottimizzazione sta volgendo al termine. Ciò che la sostituirà non sarà definito solo da obiettivi visionari, ma dalla capacità dei sistemi di resistere nel tempo: socialmente legittimi, sostenibili dal punto di vista operativo e in grado di tutelare la salute pubblica in un contesto in cui la prossima crisi non sarà un’eccezione, ma la norma”.

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