Nature Positive: la nuova frontiera dell’economia che rigenera il pianeta

Se è vero che per troppo tempo il modello economico in cui viviamo ha trattato la natura come qualcosa da sfruttare, oggi si sta diffondendo un cambio di paradigma. Si tratta dell'approccio Nature Positive, che mira a lasciare la natura in uno stato migliore di come l'abbiamo trovata. Tre i pilastri

Valeria Morelli
Valeria Morelli
Content Manager e storyteller 2.0. Fa parte del network di Eco Connection Media. Si occupa di strategie di comunicazione web, gestione social, consulenza 2.0 e redazione news e testi SEO. Per Green Factor, all’interno dell’ufficio stampa, si occupa delle relazioni istituzionali.

Per troppo tempo il nostro modello economico ha trattato la natura come una risorsa inesauribile da sfruttare. Oggi, le conseguenze di questo approccio sono evidenti: perdita di biodiversità a un ritmo allarmante, degrado degli ecosistemi e una crisi climatica che minaccia la stabilità del nostro pianeta mettendo a rischio diversi precari equilibri. In questo contesto non basta dire cosa non va o non funziona e limitarsi ad utilizzare concetti come “sostenibilità” o “riduzione dell’impatto”. Per far fronte all’attuale situazione è fondamentale, come si suol dire, cambiare paradigma parlando di Nature Positive.

Cosa significa esattamente tale locuzione? L’espressione identifica la necessità non solo di ragionare nell’ottica di “fare meno danni”, ma addirittura di passare ad un approccio proattivo e rigenerativo e quindi lasciare la natura in uno stato migliore di come l’abbiamo trovata. Questa evoluzione sposta, quindi, l’obiettivo da un impatto netto zero ad un impatto netto positivo sulla biodiversità e sulla rigenerazione di quelle risorse necessaria per la stessa specie umana.

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Cosa vuol dire Nature Positive

“Nature Positive” si riferisce ad un obiettivo globale: fermare e invertire, entro il 2030, la perdita di natura, misurata a partire da una baseline del 2020, per raggiungere un pieno recupero entro il 2050. È la “stella polare” per la biodiversità, così come “Net Zero” lo è per le emissioni ed il clima.

La differenza fondamentale rispetto ai precedenti approcci alla sostenibilità è il passaggio da una mentalità di mitigazione ad una di rigenerazione.

Mentre l’approccio tradizionale del fare meno danni si concentra sulla riduzione degli impatti negativi – ad esempio rientrano tra essi l’ottimizzazione dell’uso delle risorse, la riduzione delle emissioni o la minimizzazione dei rifiuti – agire creando valore naturale vuol dire intraprendere azioni concrete per ripristinare, rigenerare ed aumentare la salute, l’abbondanza, la diversità e la resilienza di ecosistemi, specie e processi naturali.

Questo concetto è stato formalizzato e promosso, a livello globale, dal Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework (GBF), adottato alla COP15 nel dicembre 2022.  Lo storico accordo impegna le nazioni a lavorare insieme per un mondo “Nature Positive”, stabilendo target specifici che toccano la conservazione, il ripristino degli ecosistemi e il ruolo del settore privato.

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I tre pilastri dell’azione: fermare, ripristinare e rigenerare

Per tradurre l’ambizione del “Nature Positive” in azioni concrete, possiamo pensare ad un framework basato su tre pilastri interconnessi che ogni organizzazione, governo o comunità possono adottare.

Fermare o ridurre gli impatti negativi è il primo, indispensabile, passo poiché significa identificare e affrontare le principali cause della perdita di biodiversità identificate dall’IPBES (la Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità e i servizi ecosistemici) che sono:

  • cambiamenti nell’uso del suolo e del mare (es. deforestazione);
  • sfruttamento diretto degli organismi (es. pesca eccessiva);
  • cambiamento climatico;
  • inquinamento (plastica, prodotti chimici, nutrienti);
  • invasione da parte di specie aliene invasive.

Cosa può o dovrebbe fare un’azienda in tale ottica? Innanzitutto, deve analizzare la propria intera catena del valore – dalla scelta delle materie prime alla gestione del fine vita del prodotto – per mappare e minimizzare l’impronta. Ciò non basta e il secondo step è quello del ripristino ovverosia intervenire per recuperare.

Fermare il danno non è sufficiente in quanto è necessario riparare ciò che è stato degradato. Questo pilastro riguarda gli interventi attivi per riportare gli ecosistemi ad un positivo stato di salute. Le azioni possono includere la riforestazione, il ripristino di zone umide, la bonifica di siti inquinati o il sostegno a progetti di reintroduzione di specie autoctone. 

Le aziende possono contribuire direttamente, investendo in progetti di ripristino legati alla loro area geografica o alla loro filiera o, indirettamente, finanziando organizzazioni specializzate. Tuttavia, è evidente che investire in questo secondo step senza rispettare il primo pilastro sarebbe solo greenwashing. 

Per completare appieno un’azione nature positive bisogna percorrere il terzo step: rigenerare attraverso la creazione di valore ecosistemico. Tale pilastro è profondamente legato all’economia circolare. Rigenerare significa progettare modelli di business, prodotti e servizi che non solo non danneggino la natura, ma contribuiscano attivamente a migliorarla. L’agricoltura rigenerativa che migliora la salute del suolo e la biodiversità è un esempio perfetto. Altri includono la biomimetica (progettazione ispirata alla natura), lo sviluppo di infrastrutture verdi che creano habitat o modelli di business che trasformano i rifiuti in risorse per i sistemi naturali.

Nature positive e business: un’opportunità per l’economia circolare

Potremmo quindi arrivare a sostenere che l’economia circolare e l’agenda “Nature Positive” non sono due percorsi paralleli, ma due facce della stessa medaglia. Un’economia veramente circolare è, per sua natura, rigenerativa e quindi “Nature Positive”. 

I principi circolari di riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo riducono infatti drasticamente la necessità di estrarre materie prime vergini: una minore estrazione si traduce in una minore deforestazione, una riduzione della distruzione di habitat e del degrado del suolo, divenendo applicazione pratica del pilastro “Fermare”.

Il pensiero circolare poi spinge a ripensare la progettazione dei prodotti (eco-design). Un prodotto progettato in modo circolare può utilizzare, ad esempio, materiali bio-based provenienti da agricoltura rigenerativa o essere biodegradabile in modo da restituire nutrienti al suolo, contribuendo al pilastro “rigenerare“.

Una parte consistente delle buone pratiche di economia circolare promuove l’uso di materiali biologici in cicli virtuosi. La gestione a cascata della biomassa, dove ogni “scarto” diventa una risorsa per un altro processo, minimizza la produzione di rifiuti e può creare sottoprodotti che arricchiscono i sistemi naturali (es. compost di alta qualità).

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Oltre la metà del PIL mondiale dipende, in misura moderata o elevata, dalla natura e dai suoi servizi (fonte: World Economic Forum). Questo dato deve far comprendere che la perdita di natura può tradursi in rischi tangibili causati, ad esempio, da siccità e perdita di impollinatori ma anche economici e finanziari (legati, per esempio, alla creazione di tasse sull’inquinamento) o reputazionali come avviene quando investitori e cittadini penalizzano le aziende con un alto impatto negativo.

Al contrario, abbracciare un modello “Nature Positive” potrebbe aprire la strada ad enormi opportunità: innovazione di prodotto, maggiore resilienza operativa, accesso a nuovi mercati, attrazione di talenti e consolidamento della fiducia di consumatori e investitori.

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Nature Positive vs Net Zero: sono confrontabili?

È utile confrontare “Nature Positive” con “Net Zero” per capirne le sfumature. Mentre “Net Zero” si concentra sulla metrica universale delle tonnellate di CO2 equivalente, rendendo la misurazione e la compensazione relativamente standardizzate, “Nature Positive” è un concetto intrinsecamente più complesso.

La biodiversità è locale. L’impatto su una foresta pluviale non potrebbe essere paragonato all’impatto su una barriera corallina. Non esiste una singola metrica che possa catturare la complessità della natura. Per questo, l’approccio “Nature Positive” richiede una valutazione multi-dimensionale che consideri il suolo, l’acqua, le specie e la salute complessiva dell’ecosistema.

Tuttavia, le due agende sono profondamente interconnesse: la natura è un nostro alleato fondamentale nella lotta al cambiamento climatico poiché foreste, oceani e torbiere sono i maggiori serbatoi di carbonio del pianeta. Proteggere e ripristinare la natura (Nature Positive) è una delle strategie più efficaci per raggiungere il Net Zero. Allo stesso tempo, il cambiamento climatico è una delle principali cause della perdita di biodiversità. Affrontare una crisi senza considerare l’altra è una strategia destinata a fallire.

“Nature Positive” rappresenta (o, almeno, dovrebbe) il necessario passo evolutivo dall’economia lineare ed estrattiva ad un’economia circolare e rigenerativa. L’era del “fare meno danni” è (o dovrebbe essere) finita: è iniziata l’epoca del rigenerare perché il futuro dell’economia sarà “Nature Positive” o non sarà.

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