Si chiamano PFAS, quattro lettere difficili da pronunciare una di seguito all’altra, e fanno parte della nostra vita. I PFAS sono una famiglia di sostanze chimiche che contengono fluoro e sono presenti negli involucri dei fast food, negli imballaggi, negli abiti, nelle moquette, nei cosmetici, nei chip dei computer, nelle schiume antincendio. Più in generale in quasi tutto ciò che è impermeabile all’acqua e ai grassi. Prove sulla tossicità, persistenza, bioaccumulo e possibile cancerogenicità di alcune di queste sostanze chimiche c’erano già da decenni, ma sono state spesso insabbiate dalle aziende che le producevano e nascoste alle agenzie pubbliche che avrebbero dovuto difendercene. Di altre – sono diverse migliaia in tutto, e il numero non accenna a diminuire – non si sa niente.
Veneto, Piemonte, Lombardia, Sardegna: in Italia sono queste le Regioni dove ampi casi di contaminazione sono stati già accertati. Recenti analisi condotte da Greenpeace hanno trovato PFAS nella stragrande maggioranza delle acque potabili italiane. E aumentano le perplessità sui limiti previsti dalla normativa europea che entrerà in vigore nel 2026.
Ma inchieste giornalistiche hanno rivelato una contaminazione diffusissima in tutta Europa. E hanno svelato un serratissimo lavoro di lobbying in grado di corrompere la visione della politica e imbrigliarne le iniziative. E mentre in Europa una richiesta di bando avanzata da cinque Paesi non ha avuto ancora un riscontro da parte dell’agenzia competente (ECHA) altri Paesi iniziano a prendere contromisure e a chiedere all’inquinatore di pagare i danni fatti su suoli e acque.
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