Composta da una manciata di atomi di ossigeno, azoto, idrogeno legati ad uno di carbonio, l’urea potrebbe mettere in crisi la filiera italiana ed europea del pannello truciolare, che la impiega nei collanti, e a cascata quella del mobile, che dei pannelli fa larghissimo uso. Il motivo è una norma – il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) – nata per difendere le imprese europee, che sono tenute e rispettare le rigorose leggi ambientali UE, dalla concorrenza di quelle del resto del mondo (e per evitare la delocalizzazione produttiva).
Assopannelli, l’associazione di FederlegnoArredo che riunisce i produttori di pannelli e semilavorati in Italia, e la European Panel Federation (EPF) hanno lanciano l’allarme. “È paradossale che una norma pensata per evitare fenomeni di carbon leakage e tutelare la produzione europea, rischi di avere effetti opposti per un settore che è altamente sostenibile. Tanto più se consideriamo che oggi oltre il 60% dei pannelli prodotti in Europa utilizza legno riciclato” protesta Paolo Fantoni, amministratore delegato di Fantoni Spa, uno dei leader globali nella produzione di pannelli in MDF e truciolare, e presidente di Assopannelli.
Cos’è il CBAM e cosa c’entra l’urea
Uno dei pilastri del pacchetto europeo Fit for 55%, pensato per ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030, il CBAM replica all’esterno dei confini dell’Unione il meccanismo interno per il prezzo del carbonio: in virtù del sistema di scambio delle quote di emissione dell’UE (ETS), infatti, più un’impresa europea produce emissioni climalteranti più paga. Col CBAM viene attribuito un prezzo che gli importatori devono pagare per le emissioni incorporate nei prodotti, per “garantire la parità di trattamento rispetto ai materiali di base prodotti nell’UE”, spiega la Commissione. Il CBAM “si applica attualmente a diversi beni di base: alluminio, cemento, elettricità, fertilizzanti, idrogeno, ferro e acciaio”.
La graduale eliminazione, attualmente in corso, delle quote gratuite ETS (Emission Trading System) concesse fino ad oggi ai produttori europei di beni ad alto impatto sul clima viene così bilanciata dal CBAM, che prevede infatti un ingresso a regime graduale dal 2026 al 2034. Dopo una fase transitoria, e dopo un importante alleggerimento normativo alla fine dell’anno scorso, il CBAM è operativo dal primo gennaio di quest’anno e si applica al 2,5% del prezzo pieno dei beni importati; percentuale che salirà negli anni successivi fino a raggiungere il 100% nel 2034.
E l’urea? Perché è inclusa nella lista dei materiali da tassare alla frontiera? Fondamentale per la produzione di fertilizzati (circa il 50% della produzione globale viene utilizzata dall’agricoltura), l’Europa ne importa per oltre 2 miliardi di dollari in valore (2024). I principali paesi di provenienza (tolta la Russia, secondo fornitore prima di essere colpita da embargo) sono Egitto (2,5 milioni di tonnellate) e Algeria (1,7). “Il problema è che per sintetizzare l’urea si deve passare dall’ammoniaca, e per fare l’ammoniaca si deve passare dall’idrogeno. Oggi l’idrogeno è prodotto prevalentemente a partire da fonti fossili, soprattutto gas naturale, che viene convertito tramite processi di reforming, con conseguente produzione di idrogeno e CO₂” ci spiega Alessandro Lavacchi, dirigente di ricerca dell’Istituto di Chimica dei Composti Organometallici – ICCOM del CNR. “Per fare una tonnellata di urea si producono circa 1,6-1,7 tonnellate di CO2. Questo negli impianti più efficienti: ma si arriva a 2 tonnellate nei sistemi più sporchi. Tutta questa anidride carbonica finisce in atmosfera”. Ecco spiegato perché il CBAM prende di mira anche l’urea.
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Se l’adjustment rischia di non funzionare bene
Nella prima settimana operativa (1-6 gennaio 2026) sono state registrate 1.655.613 tonnellate di merci importate e sottoposte a CBAM, per il 98% ferro e acciaio, poi fertilizzanti (1,2%), cemento (0,5%) e alluminio (0,3%), secondo l’analisi dei dati della Commissione europea condotta da iSustainability, società di consulenza italiana specializzata nell’analisi dell’impatto ambientale e regolatorio per le imprese.
Secondo Assopannelli, col CBAM una tonnellata di urea industriale importata subirà un incremento di prezzo tra i 40 e 60 euro. E non si tratta che di un assaggio: a pieno regime, secondo le stime dell’associazione, il costo di produzione dei pannelli in legno sarà cresciuto di circa il 10-12%. “Parliamo di 160-180 euro in più a tonnellata, nell’arco di 4 anni. Un problema molto grosso per noi e ancora di più, a nostro avviso, per l’agricoltura”.
Anche perché oggi la produzione europea di urea copre solo il 20% del fabbisogno industriale continentale: le importazioni sono quindi una necessità strutturale. E se le imprese europee volessero provare a produrre da sole l’80% mancante, i tempi della piena applicazione della norma sul carbonio alle frontiere sarebbero, sottolinea Fantoni, “chiaramente non compatibili con una conversione industriale del sistema dei pannelli e della chimica”. Il risultato di questa equazione, spiega Assopanelli in una nota, è “una perdita di competitività dei manufatti europei rispetto ai prodotti finiti importati da paesi extra-UE”.

Gli impatti economici del CBAM
Una recentissima analisi della Banca centrale europea ha stimato un impatto limitato del CBAM: “Un aumento dello 0,1% del valore delle importazioni dell’UE calcolato sulla media di tutte le importazioni e dello 0,04% del costo medio delle esportazioni dei paesi terzi verso l’UE, con un massimo dell’1,2%” si legge nel working paper della BCE.
L’impresa europea che importa prodotti inclusi nel perimetro del CBAM deve acquistare un numero di certificati pari all’anidride carbonica incorporata nei beni che acquista: un certificato corrisponde ad una tonnellata di CO₂ equivalente. Con trattative commerciali potrà poi trasferire (a valle) il costo nel prezzo di vendita al cliente oppure fare pressione sul fornitore extra-UE per ridurre il prezzo di esportazione (a monte). Lo 0,1% stimato nello studio indicata l’aumento percentuale del costo dell’importazione di prodotti CBAM calcolato sul valore totale di tutte le importazioni dell’UE (anche quelle non coperte dalla norma). Ma “gli effetti potrebbero essere considerevoli per prodotti specifici quali ferro, acciaio e alluminio”, sottolineano gli autori. E ovviamente urea, sottolineano i pannellieri.
Per l’Italia l’aggravio è calcolato attorno allo 0,15% del valore totale dell’import, e costerebbe lo 0,02% del PIL.

Reciprocamente, lo 0,04% è l’aumento stimato del valore delle esportazioni di beni CBAM verso l’UE, calcolato sul valore totale delle esportazioni verso il mercato europeo. L’1,2% rappresenta invece l’aggravio massimo tra quelli a carico dei paesi non UE (nel caso specifico, riguarda la Bosnia-Erzegovina, di fatto il paese con la maggior quota di beni CBAM nell’export verso l’UE). Questo significa che il paese più esposto paga un dazio implicito dell’1,2% sul valore totale delle sue esportazioni verso i paesi europei.
Per valutare correttamente questi dati va considerato anche che i beni interessati dal Carbon Border Adjustment Mechanism, secondo i ricercatori della BCE, rappresentano il 4,5% del valore totale delle importazioni provenienti da partner non UE, pari a circa 110 miliardi di dollari.
Altre analisi confermano un impatto medio molto ridotto. “Ad oggi nella letteratura scientifica, gli studi trovano un impatto limitato del CBAM, di poco superiore all’1% del prodotto interno lordo, in tutti i paesi e le macroaree esaminate. A livello macroeconomico, si stima un impatto medio del 1.48% nei paesi del così detto Global South (esclusa la Cina) e del 1,14% nei paesi del Nord del mondo. In generale, sono pochi quei paesi che potrebbero subire delle conseguenze fortemente negative dal CBAM, anche perché è stato rivisto e annacquato”, riferisce Simone Borghesi, direttore dell’unità di ricerca sui cambiamenti climatici FSR Climate dell’Istituto Universitario Europeo, professore all’Università di Siena, dove insegna Economia Ambientale, e già presidente della European Association of Environmental and Resource Economists (EAERE). Quanto all’urea, “non conosco studi sul settore specifico dei pannelli e parlo comunque di dati medi – spiega-. In ogni caso, certamente la normativa è molto complessa e andrebbe semplificata”.
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La ricerca di alternative all’urea
Ma dell’urea non si può proprio fare a meno? “Non esiste un’alternativa economica e tecnicamente stabilizzata e consolidata”, spiega Fantoni. “Esistono delle sperimentazioni di colle bio attualmente in atto: noi stessi abbiamo provato questi collanti. Abbiamo effettuato test industriali per verificare resistenze, durabilità: ma non siamo rimasti soddisfatti della performance tecnica”.
Se non si può fare a meno dell’urea, si può forse produrla in modo meno drammaticamente dannoso per il clima? “Se durante il processo di sintesi si pratica la ‘sequestrazione’ del carbonio emesso, abbattendo quindi le emissioni in atmosfera, si riducono le tonnellate di CO2 da imputare all’urea, l’impatto sul clima e la tassa”, ragiona Lavacchi. Per esempio, “se si producesse urea partendo dalla cosiddetta ‘ammoniaca blu’, ottenuta da reforming del gas naturale per fare idrogeno con la sequestrazione del carbonio, ragionevolmente avremmo tra le 0,5 e le 0,7 tonnellate di CO2 per tonnellata di urea”.
Questa non è l’unica possibilità offerta dalla ricerca. “Ci possono essere soluzioni che utilizzano CO2 biogenica (ottenuta cioè dalla decomposizione o combustione della materia organica, n.d.r.): il problema allora può essere una disponibilità limitata di CO2 biogenica, non sempre completamente neutra da un punto di vista climatico. E poi ci sono soluzioni alle quali si applica la ricerca di base, come quella su cui stiamo lavorando al CNR. Metodi elettrochimici per fare idrogeno, quindi idrogeno verde mediante elettrolisi alimentata da fonti rinnovabili: un metodo integralmente green, abbattendo sicuramente di moltissimo il contributo di anidride carbonica”. Però, avverte il ricercatore, “la filiera dell’idrogeno verde non è ancora significativa, e sta avendo anche qualche ritardo. Il piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) ha investito molto in questo senso, però c’è ancora molto da fare per una diffusione capillare della produzione di idrogeno verde”.
Insomma, l’urea blu parrebbe essere una soluzione a portata di mano: “Produrre urea partendo da gas naturale con sequestrazione del carbonio è la soluzione secondo me più vicina, la strategia col livello di maturità tecnologico più alto rispetto a tutte le altre. Non sarebbe una filiera integralmente neutra, ma una filiera che può abbattere in maniera significativa il contenuto di CO2 nell’urea”.
“Necessaria esclusione o dilazione”
“L’applicazione del CBAM all’urea industriale, senza adeguati correttivi, rischia di penalizzare le imprese europee”, ha detto chiaramente il direttore della European Panel Federation Matti Rantanen. Che racconta anche di trattative non fruttuose: “Abbiamo chiesto a novembre alla Commissione europea di escludere l’urea a uso industriale, ma la proposta è stata respinta”. E incontri avvenuti la scorse settimana non hanno dato risultati apprezzabili dal punto di vista delle imprese. “Chiediamo una sospensione dell’applicazione, alla luce dei suoi impatti sul mercato interno e sulle filiere a valle”.
Quello che la Commissione ha finora messo sul tavolo è la sospensione dei dazi sui fertilizzanti, annunciata il 14 gennaio, ma Rantanen ricorda che questa non può bastare, visto che “l’urea importata dalle nostre imprese proviene in larga parte da paesi già esenti”.
Se l’esenzione non dovesse arrivare, “in seconda battuta bisognerà analizzare la possibilità di ottenere un’eventuale diluizione nel tempo”, aggiunge Fantoni, che sia più realisticamente in linea con l’adattamento della produzione chimica continentale.
Stando alle stime di Lavacchi del CNR, per arrivare ad una adeguata produzione industriale di urea blu, con sequestro di carbonio, “l’orizzonte temporale potrebbe essere anche di breve periodo, diciamo il 2030, o forse anche meno. Tra l’altro ci sono già attori industriali che hanno processi avviati e con cui si può parlare ad un livello molto concreto”.
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Pannelli ma anche mobili (e fonderie)
Recentemente anche Assofond, l’associazione delle fonderie italiane, ha lamentato che molte aziende sono a un passo dal blocco produttivo a causa dei costi energetici e del CBAM.
E a rafforzare potenzialmente questo effetto distorsivo, il fatto che il Carbon Border Adjustment Mechanism si applica alle materie prime e ai semilavorati, ma non ai prodotti finiti. “Ciò rischia di favorire mobili realizzati fuori dall’UE – fa presente il presidente di Assopannelli – che, pur contenendo urea, entrano nel mercato europeo senza oneri aggiuntivi”.
Forse anche per questo possibile effetto perverso, a fine 2025 la Commissione ha proposto di estendere la portata del CBAM fino ad alcuni prodotti a valle con elevata intensità di emissioni incorporate: ma si tratta per ora di beni che contengono acciaio e alluminio (tra i settori interessati quelli dei macchinari, della ferramenta e delle costruzioni metalliche, dei componenti per veicoli, degli elettrodomestici e delle attrezzature edili).
Un freno d’emergenza, e chi non vuole che venga tirato
La protesta dei pannellieri si affianca a quella, ben più vigorosa, degli agricoltori. Tanto che, come riferisce Politico, una dozzina di Stati membri dell’UE – guidati da Italia, Francia e altri paesi in cui il settore primario ha un peso importante nell’economia – hanno chiesto alla Commissione di esentare temporaneamente i fertilizzanti dal meccanismo di adeguamento del carbonio.
Dopo le proteste che, come abbiamo raccontato, sono partite già da tempo , la Commissione Europea ha approvato sul finire dell’anno scorso un emendamento al regolamento CBAM (Articolo 27a) che introdurrebbe una clausola di sospensione temporanea su alcuni prodotti – ma dovrebbe essere approvato anche da Parlamento e Consiglio – nel caso di gravi effetti negativi sul mercato interno europeo. “La Commissione ha inserito, nell’ambito della proposta adottata lo scorso 17 dicembre, un nuovo articolo 27 bis che consentirebbe alla Commissione di rimuovere temporaneamente alcune merci dall’elenco” dei beni sottoposti alla tassazione alla frontiera, spiegano le Q&A dell’esecutivo UE. Può farlo qualora ritenga che l’inclusione di una merce “causi un grave pregiudizio al mercato interno dell’Unione a causa di circostanze gravi e impreviste legate all’impatto sui prezzi delle merci”. La pausa potrebbe anche essere retroattiva (a partire dal 1° gennaio), con possibili rimborsi dei certificati CBAM già acquistati per i beni interessati dall’esenzione.
Ovviamente contrari all’esenzione sono i produttori europei di fertilizzanti, di acciaio, idrogeno, cemento, che dal CBAM sono tutelati. “La perdita dell’industria europea dei fertilizzanti non significherebbe solo esportare le emissioni all’estero. Metterebbe anche gli agricoltori a rischio di perdere l’accesso affidabile a fertilizzanti di alta qualità e, in ultima analisi, indebolirebbe l’intero sistema alimentare europeo – ha detto Antoine Hoxha, direttore generale di Fertilizers Europe -. Se l’Europa prende sul serio la sicurezza alimentare, la leadership climatica e la competitività, non può semplicemente permettersi di intraprendere azioni che minano la competitività della propria industria”. In un post su LinkedIn di Hydrogen Europe, che raccoglie la filiera europea della produzione dell’idrogeno, si legge: “Insieme ad altre organizzazioni che rappresentano i leader industriali che investono in idrogeno verde, ammoniaca, acciaio, fertilizzanti all’interno e all’esterno dell’UE, abbiamo inviato una lettera alla commissione ENVI del Parlamento europeo chiedendo la rimozione dell’articolo 27 bis dalla revisione del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere”.
Forse per questo, come riferisce ancora Politico, in una riunione della Commissione per l’ambiente dell’europarlamento (ENVI) tenutasi la scorsa settimana, “i deputati europei – dall’estrema sinistra al centro-destra – hanno criticato la clausola proposta dall’esecutivo dell’UE”.
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AGGIORNAMENTO DELL’11/03/2026
In arrivo la sospensione dei dazi sui fertilizzanti
Alla luce di un importante calo dell’import (che Copa-Cogeca, la sigla che riunisce agricoltori e cooperative agricole europee stima attorno all’80%) nei fertilizzanti azotati, la Commissione europea ha proposto di sospendere per un anno i dazi su fertilizzanti azotati e materie prime per loro produzione (ammoniaca, urea). Coldiretti apprezza ma chiede di più: “E’ un intervento importante, ma per garantire stabilità e competitività al settore ora per Coldiretti e Filiera Italia diventa prioritario cancellare il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere per l’agricoltura (CBAM)”.
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Questa tassa è solamente un pretesto per fare cassa dalla EU per coprire altre spese; la giustificazione, nobile nell’intento ma inutile nella realtà e nei fatti (vedere ns immissioni rispetto al mondo), stà già creando un rincaro ingiustificato delle materie prime. E non si fermerà perchè, oltre a questa tassa, hanno anche ridotto del 50% ( le già limitate ) quote di libera importazione. Si stà “drogando ” il prezzo ad esclusivo vantaggio di pochissimi produttori europei (solo di facciata in quanto il guru è Indiano) …mi ricorda tanto il caso dei vaccini….
Se si aggiunge anche la beffa che ad oggi 19/02 NON si sà ancora come e quanto dovrà essere pagato (..tanto lo pagherete nel 2027..:!!!) quindi ponendo il trader/importatore impossibilitato a calcolarne il prezzo finale da riversare sul prodotto, appare imbarazzante ( e ipocrita) tutto il contesto. Per cui diffidate della propaganda EU e preparatevi ad un ainflazione ben oltre il 10% nel giro di pochi anni !! Ricordatevi che l’acciao serve ovunque: dalle costruzioni, agli elettrodomestici, alle automobili, all’oggettistica più comune.