Dopo il sequestro statunitense del presidente Nicolas Maduro lo scorso 3 gennaio, il Venezuela è già passato in secondo piano nelle attenzioni giornalistiche, che invece si sono concentrate in questi giorni sulla nuova ossessione di Donald Trump, la Groenlandia. Eppure il Paese sudamericano è ancora alle prese con un difficile assestamento governativo e sociale a livello nazionale. Si è detto che l’interesse principale degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela è relativo agli enormi giacimenti di petrolio: le stime più attendibili parlano di circa 300 miliardi di barili, che costituirebbero la più grande riserva di greggio al mondo.
Ma il petrolio non è la sola risorsa naturale presente, come fa notare il sito Eunews, e non è la sola risorsa che interessa gli Stati Uniti. Il Venezuela, infatti, è dotato di ingenti quantità di materie prime critiche, soprattutto coltan e terre rare. Su queste, tuttavia, le indicazioni sono meno attendibili. Solo per il manganese, ad esempio, il sito EuNews parla di riserve stimate in circa un milione di tonnellate di questo prezioso metallo, cruciale per parecchie industrie come la siderurgia, l’automotive e la vetreria.

Come spesso avviene, però, queste riserve si trovano in zone particolarmente delicate dal punto di vista ecosistemico. Restando al manganese, ad esempio, i giacimenti più promettenti si trovano nei pressi del complesso archeologico di Imataca e vicino a Cerro Bolivar, la montagna più alta del Venezuela che, tra le altre cose, è ricca anche di ferro. Con un Paese impegnato in una difficile e delicata ricostruzione istituzionale, e con la mole di interessi che abbiamo enunciato, bisognerà capire chi vorrà partecipare alla corsa all’accaparramento e chi, invece, preferirà percorrere la strada della cooperazione.
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Il Venezuela “conteso” tra gli Usa, la Cina e l’Unione Europea
Tra i mille difetti (ma sarebbe più corretto chiamarle patologie) Trump un pregio ce l’ha: parla chiaro. Subito esplicito sul fatto che la destituzione di Maduro era funzionale alla redistribuzione del petrolio da parte degli Stati Uniti, tanto che appena pochi giorni dopo ha convocato un vertice con le più grandi aziende petrolifere a livello mondiale, promettendo loro, come è solito fare, grandi affari. Se è vero che sulle materie prime critiche del Venezuela il presidente Usa non si è pronunciato, ciò si deve probabilmente e semplicemente al fatto che ne ignora le potenzialità – basti ricordare che l’anno scorso ha continuato a parlare di terre rare in Ucraina (coi giornali che gli sono andati dietro), quando è noto che il Paese dell’ex Unione Sovietica di terre rare non ne ha.
Nel frattempo, però, va registrato che le azioni di MP Materials – l’azienda statunitense leader nella produzione di magneti permanenti che si basano sulle terre rare – sono salite molto in alto, fino all’11%, poco dopo il raid statunitense. Tuttavia, come sottolinea il sito Rivista Energia, in Venezuela, “a differenza del settore petrolifero, non esiste una rete industriale per l’estrazione su vasta scala delle risorse minerarie presenti. Non esistono stime delle riserve conformi agli standard internazionali; le dichiarazioni del governo venezuelano su centinaia di migliaia di tonnellate vanno considerate speculative e non verificate”.
Più probabile che il reale obiettivo dell’amministrazione statunitense sia rompere le uova nel paniere alla Cina, che col Paese sudamericano ha stabilito da decenni un’ampia cooperazione sulla filiera. Molti dei minerali e metalli venezuelani prendono da tempo la via di Pechino, in cambio dell’aggiramento delle sanzioni di marca Usa. Un flusso che il governo Trump potrebbe chiedere di interrompere a un “governo amico”: una mossa a costo zero per gli Stati Uniti ma che si rivelerebbe dannosa per la Cina, e per lo stesso Venezuela (specie perché l’industria estrattiva e ancor di più le aziende di lavorazione richiederebbero tempi lunghi).
Già negli scorsi mesi diverse inchieste giornalistiche hanno testimoniato i traffici illeciti di materie prime critiche che partivano dall’Arco Minero, un’area da quasi 112mila chilometri quadri situata nello Stato Amazonas dal valore stimato di 2mila miliardi di dollari. A tali illegalità, quindi, per l’Unione Europea si aggiunge adesso il timore del controllo statunitense sugli scambi leciti. Che, come sottolinea su LinkedIn il professore David Peck – uno dei massimi esperti di materie prime critiche – sono notevoli.
“Mentre guardavo le esportazioni di materie prime critiche venezuelane verso l’Unione Europea – ha scritto Peck – ho notato che l’UE importa quasi il 15,5% di alcuni minerali come il nobio, il tantalio e il vanadio. Ora questo flusso sarà ‘gestito’ dagli Usa. Un piccolo numero di stati potenti cerca di sviluppare ‘regioni di controllo e influenza’. Gli Stati membri dell’UE devono essere molto consapevoli di questo cambiamento e adottare rapidamente politiche adeguate”.

Finora sul Venezuela l’Unione Europea è stata molto mite, preferendo difendere la più vicina Groenlandia. Ma se si considera che di materie prime critiche sul proprio territorio gli Stati membri dell’UE ne hanno ben poche, bisogna comunque rafforzare ogni singolo canale di esportazione. Specie se importante come il Venezuela. Oppure, che è il nostro auspicio, episodi del genere potrebbero rafforzare l’idea del tesoro in casa, da sfruttare attraverso l’economia circolare.
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