La riduzione dei rifiuti va finanziata. Grazie a parte dell’eco contributo previsto dai sistemi di responsabilità estesa del produttore (EPR). E visto che oggi questi fondi – versati dai produttori ma pagati dai consumatori – non hanno di fatto effetti sulla prevenzione perché sono usati quasi completamente per la gestione dei rifiuti, nel prossimo Circular Economy Act (CEA), la norma quadro sulla circolarità attesa entro quest’anno, la Commissione dovrà prevedere misure che vincolino ad usar parte dell’eco contributo proprio per la prevenzione. È quello che afferma Zero Waste Europe (ZWE) in un decente documento.
La mancanza di finanziamenti per misure circolari non legate alla gestione dei rifiuti, secondo ZWE, “spiega in parte i progressi limitati compiuti dall’UE in materia di circolarità nell’ultimo decennio. I flussi di rifiuti come gli imballaggi o i RAEE sono cresciuti a un ritmo più rapido rispetto ai loro tassi di raccolta e riciclaggio, mentre le misure di riduzione dei rifiuti, come la riparazione di un’apparecchiatura o il riutilizzo degli imballaggi, rimangono antieconomiche”.
E può esse proprio il CEA a permettere di “superare gli attuali limiti della responsabilità estesa del produttore, che privilegia la gestione dei rifiuti rispetto a strategie circolari più incisive come il riutilizzo e la riparazione”.
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Un Circular Economy Act per la prevenzione
Come i lettori di EconomiaCircolare.com sanno, il Circular Economy Act (CEA) è una delle iniziative legislative annunciate dalla Commissione europea nel quadro del nuovo ciclo politico 2024–2029 e del Clean Industrial Deal. Secondo i documenti programmatici ufficiali della Commissione – tra cui il Programma di lavoro annuale e le comunicazioni sull’economia circolare – l’obiettivo di quella che si annuncia come una sorta di norma quadro sulla circolarità sarà rafforzare il mercato unico delle materie prime seconde, aumentare la prevenzione dei rifiuti e rendere strutturale il passaggio da un modello lineare (“estrai-produci-getta”) a uno circolare.
Proprio questo strumento sarebbe, secondo Zero Waste Europe, l’occasione migliore per affrontare la stagnazione del tasso di circolarità europeo: che dovrebbe raggiungere il 22,4% entro 2030 ma che nel 2014 era ancor fermo al 12,2%.
Una delle novità che l’associazione ambientalista vorrebbe trovare nel CEA, come si legge nel policy brief “Extended Producer Responsibility for waste reduction” – è la previsione che i contributi EPR vengano suddivisi in due capitoli distinti:
- Un Fondo per la gestione dei rifiuti, destinato a coprire i costi di raccolta e riciclo necessari al raggiungimento dei target esistenti;
- Un Fondo per la riduzione dei rifiuti, dedicato invece a finanziare sistemi di riuso, riparazione, ricondizionamento e prevenzione.
Finora il riciclo – anello importantissimo ma non esclusivo né prioritario dell’economia circolare e della gerarchia europea dei rifiuti – è stato sostenuto da fondi pubblici e privati (quelli dell’EPR appunto), ma se volgiamo che la produzione dei rifiuti rallenti è necessario che anche la prevenzione venga finanziata. E seguendo il principio secondo cui “chi inquina paga”, dovrebbero essere i produttori (anche i produttori) a mettere a disposizione parte dei denari necessari alla costruzione di un’infrastruttura della riparazione e del riutilizzo.
“La maggior parte delle iniziative volte a promuovere il riutilizzo e la riparazione oggi, che si tratti di buoni di riparazione o di sistemi locali di imballaggi riutilizzabili, sono finanziate dal bilancio pubblico. Poiché le casse dello Stato sono sempre più sotto pressione, i produttori devono sostenere una quota maggiore dei costi della transizione verso la circolarità”, ha detto Theresa Mörsen, Waste & Resources Policy Manager di ZWE: La quota dell’eco contributo dell’EPR destinata alla riduzione dei rifiuti, spiga, “dovrebbe coprire, ad esempio, il budget necessario per raggiungere gli obiettivi di prevenzione attraverso riuso, riparazione e misure analoghe”.
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EPR oltre la gestione dei rifiuti
ZWE propone anche una misura transitoria fino al 2030: un “fondo per la transizione alla circolarità” che destini una percentuale minima obbligatoria dei bilanci delle organizzazioni dei produttori per garantire la conformità normativa all’EPR (quelli che in Italia sono “i consorzi”) ad attività di prevenzione e riuso.
Che la responsabilità estesa del produttore possa, e secondo qualcuno debba, andare ben oltre la gestione dei rifiuti è una tesi sostenuta anche in alcuni degli interventi ospitati nel nostro speciale intitolato appunto “EPR, oltre la gestione dei rifiuti”: incentivare anche le politiche di riuso e di preparazione per il riutilizzo dovrebbe essere tra gli obiettivi, mancati, dell’EPR. Altri sostengono invece che affidare all’’EPR troppi obiettivi, anche legittimi, come il sostengo al riutilizzo e alla riparazione e all’ecodesign rischierebbe di ridurne l’efficacia.
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