C’è un’energia antica e nuova che anima il distretto di Prato, un luogo dove il saper fare si intreccia con la capacità di non sprecare nulla. È qui che nasce la storia di LoFoIo, un brand di maglieria in cashmere e lana rigenerata che è molto più di un’impresa: è un manifesto di vita, un progetto familiare e un atto di resilienza creativa. A guidarlo è Giuseppe Allocca (ospite qualche anno fa anche a un Circular Talk organizzato da EconomiaCircolare.com, ndr), giovane imprenditore che si autodefinisce l’artigiano-teatrante e che ha saputo raccogliere un’eredità in declino trasformandola in un modello di business sostenibile e, soprattutto, a misura d’uomo. La sua è una “giornata circolare” che si snoda tra i fili di cashmere e le tavole del palcoscenico, dimostrando che l’economia (circolare) può essere davvero al servizio della felicità personale e collettiva. Un percorso che parte dai banchi dei mercati di strada per arrivare a calcare le scene, passando sempre per il maglificio.
Le radici nel distretto di Prato: da un magazzino dimenticato a un’idea di futuro
La storia di Lo Fo Io non inizia con un business plan, ma con i racconti di un’epoca d’oro, dal punto di vista economico, quando l’impresa della zia Alcenia e del compagno, negli anni ‘70, produceva accessori in maglia per i grandi nomi della moda. Un periodo fiorente, quasi febbrile, governato da un modello produttivo oggi impensabile “quello del produciamo sempre − ci spiega Giuseppe, Beppe per gli amici − C’è un incarico? Produciamo. Non ci sono ordini? Produciamo lo stesso, tanto si venderà“. Questa logica portava alla creazione di enormi magazzini, stoccaggi infiniti di merce invenduta, frutto di ordini giganteschi e di una filiera che non contemplava il concetto di “fermo”.
Negli anni 2000, un adolescente Beppe, trascorrendo le estati ad aiutare i suoi parenti in azienda, ha la sua prima intuizione: chiede alla zia il permesso di vendere quella merce ferma da anni. La risposta è l’inizio di tutto.
“Era roba buona, fatta bene, con la qualità dei filati di una volta e lei mi disse: ‘ti do 1 euro ad oggetto’. E quindi io cominciai dicendomi… se ne vendo 100, ne guadagno 100. E così via”.
Inizia così, quasi per gioco, un’avventura imprenditoriale fatta di mercati rionali – “non i vintage market di ora, ma i mercati veri, quelli col pescivendolo accanto” – e di un’innovativa forma di vendita diretta. Beppe, non ancora maggiorenne, organizza anche incontri nelle case, sfruttando una naturale capacità narrativa e la simpatia che un ragazzo può ingenerare, per vendere stole, guanti e cappelli a gruppi di amiche e parenti. Un teatro in miniatura che anticipava, senza saperlo, la sua futura vocazione.
La nascita di “Lo Fo Io”: un dono che diventa impresa
Il modello produttivo che aveva fatto la fortuna del distretto pratese, però, entra in una crisi profonda: i grandi brand delocalizzano, gli ordini smettono di arrivare e le aziende come quella della zia, abituate a produrre senza mai “doversi vendere”, si trovano spiazzate. “Nessuno era abituato a cercarsi il lavoro,” spiega Allocca. “C’era la crisi, ma si pensava ‘arriverà altro’. Non avevano una linea di comunicazione, un marketing: erano artigiani puri”. La zia decide quindi di chiudere e andare in pensione, pagando tutti i debiti e mettendo fine ad una vita di lavoro. È un momento drammatico, ma anche di svolta: a quel nipote che, con incoscienza giovanile, continuava a fare i suoi mercati, fa un’offerta che cambierà il suo destino.
“Lei mi disse: ‘Io smetto, chiudo tutto. Se vuoi, ti regalo tutti i macchinari’. È stato un gran dono perché oggi abbiamo 30 macchinari, ma se non ci fosse stato questo regalo, non avrei cominciato”.
Con un misto di audacia ed inconsapevolezza, Giuseppe Allocca accetta. Nel 2013 registra il marchio “Lo Fo Io”, nel 2014 inaugura la sua impresa. Nasce così una nuova realtà, più piccola, più agile, ma con le stesse radici familiari. Accanto a lui ci sono la mamma Matilde D’Avino, la sorella Sara e la zia Alcenia Allocca che, anche se in pensione, continua a gravitare attorno all’azienda, dispensando un preziosissimo sapere artigiano.
Il filato rigenerato: una scelta di valore, non solo di risparmio

L’uso di filati rigenerati non è una novità poiché era già praticato nell’azienda della zia principalmente per logiche di risparmio. Il cliente poteva scegliere tra una lana vergine a 40 euro al chilo e una lana rigenerata, sempre pura, ma con un costo notevolmente inferiore. La scelta, quasi sempre, ricadeva sulla seconda opzione. Con la nascita di LoFoIo, questa pratica si trasforma in una scelta consapevole, etica e, soprattutto, in un valore da comunicare. “All’inizio lasciavo l’opzione al cliente ma, dopo un po’, ho deciso che la scelta l’avrei fatta io optando per utilizzare solo filati rigenerati”.
Questa decisione si lega alla storia secolare dei cenciaioli di Prato che, dal 1850, trasformano stracci e vecchi indumenti in nuova materia prima. Un’economia circolare ante litteram, nata per necessità e non per sensibilità ambientale, ma che oggi rappresenta un patrimonio di conoscenza unico al mondo. Giuseppe Allocca decide di raccontarla, rendendola il cuore della sua narrazione. All’inizio, lo stupore dei clienti era palpabile. “Quando abbiamo iniziato a fare le prime fiere, nel 2014-2015, raccontare questa storia mi faceva sentire come un alieno arrivato su un nuovo pianeta. Oggi, per fortuna, c’è una consapevolezza più ampia, anche grazie ad imprese più celebri di me che hanno sdoganato il concetto, ma c’è ancora una percentuale di persone che rimane stupita”.
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Le sfide del presente: l’impatto dell’ultra fast fashion sulla filiera del riciclo
Oggi, però, la scelta del rigenerato si scontra con una realtà complessa. Il successo dell’ultra fast fashion sta inquinando la materia prima seconda in diverse filiere dei tessili. I “cenci” dai quali si ricava il filato sono sempre più spesso composti da fibre miste e di bassa qualità, rendendo il processo di riciclo più difficile e il risultato finale meno pregiato. Il primo comandamento del riciclo pratese è sempre stato “si riciclano le cose pure”. Tuttavia, se i consumatori acquistano e gettano capi non puri, la quantità di materia prima idonea diminuisce drasticamente.
Giuseppe Allocca sta vivendo questa difficoltà sulla propria pelle e ci spiega che, sebbene siano una piccola realtà e non possa parlare per tutti, nell’ultimo anno ha notato un peggioramento della qualità.
“Ho comprato tanto cashmere rigenerato e, ultimamente, succede più spesso che, una volta lavorato il filato, arrivi a lavare e stirare il capo e dici: ‘ma questo non mi sembra neanche cashmere’. Sembra più secco, meno morbido. Tutti gli anni accade che una piccola percentuale del filato non sia perfetta, ma quest’anno è successo molto più spesso”.
È un campanello d’allarme che suona per tutta la filiera del tessile circolare: senza una migliore qualità dei capi immessi sul mercato ed una raccolta differenziata più efficace, anche un’eccellenza come quella pratese rischia di essere compromessa.
“Mutando riposa”: dal banco del mercato al palcoscenico
La vita di Giuseppe Allocca non è fatta solo di fili e macchinari. Nel 2017, quasi per caso, si iscrive ad un corso di recitazione e scopre una passione che, in realtà, coltivava inconsapevolmente da anni. Quando dice di essere anche teatrante, molti pensano che sia stato il teatro ad influenzare la sua capacità di attrarre l’attenzione al mercato. Ci svela Beppe, invece, che è l’esatto contrario. “Sono convintissimo che il mercato mi abbia aiutato nel teatro”. L’esperienza di vendere davanti ad una platea “estremamente variegata e variopinta” è stata una palestra di improvvisazione e relazione con il pubblico.
Da questa consapevolezza nasce l’idea di scrivere un monologo sulla sua storia, su quella dei cenciaioli e dei filati rigenerati. Lo spettacolo, nato come un piccolo intervento di 20 minuti per le fiere, cresce e debutta ufficialmente in un teatro di Prato nel febbraio 2020, registrando il tutto esaurito. È l’inizio di una seconda carriera che oggi lo vede produrre uno spettacolo all’anno, con commissioni da importanti compagnie teatrali. Il titolo della sua opera prima? La genesi del rigenero, e non poteva essere diversamente.

Un modello di business controcorrente: la felicità come metro del successo
Se chiedeste a Giuseppe Allocca come vede Lo Fo Io tra dieci anni, la sua risposta potrebbe sorprendervi. Non parla di fatturati milionari o di negozi a New York. La sua ambizione è un’altra: la stabilità.
“Oggi sto impiegando tutte le mie energie per rimanere come siamo. In questo piccolo equilibrio dove chi lavora ha uno stipendio, riusciamo a pagare tutti, non abbiamo un debito che sia uno. Questo restare così mi permette di dedicarmi anche al teatro”.
Oltre la vendita: il valore della riparazione e del rapporto umano
L’anima circolare di Lo Fo Io non si esaurisce nella produzione. Un altro pilastro è il servizio di rammendo, un’arte che la zia Alcenia padroneggia in modo straordinario. Nel negozio di Prato, gestito dalla sorella Sara, i clienti possono portare i loro capi di maglieria – acquistati da Lo Fo Io ma anche da altri brand – per farli riparare. “Le persone sono molto affezionate ai propri capi,” spiega Beppe. “È difficilissimo fare un lavoro che non si noti, perché devi ricreare la maglia, trovare un colore identico, ma è un servizio a cui teniamo molto“.
Questo rapporto umano è la vera forza del brand. Le vendite online sono solo una piccola parte del business e avvengono quasi esclusivamente in favore di clienti che hanno già conosciuto i prodotti dal vivo, ai mercati o in negozio. Il risultato? “Non abbiamo resi. Non perché siamo dei fenomeni, ma perché chi compra online un nostro ganzo (cappello, ndr) sa già cosa sta comprando, perché ci ha già conosciuto“. È la vittoria della fiducia sulla transazione impersonale.
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