Clima e rinnovabili, i nuovi rischi per la sicurezza negli studi del JRC

La transizione energetica si fa sempre più necessaria ma non è esente da rischi: a dirlo è il Joint Research Centre, il centro studi dell'UE. All’aumentare delle temperature aumentano i conflitti, specie in contesti vulnerabili. Ma spaventa la corsa alle materie prime critiche, necessarie per le energie rinnovabili

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista glocal, ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane per poi specializzarsi su ambiente, energia ed economia circolare. Redattore di EconomiaCircolare.com. Per l'associazione A Sud cura l'Osservatorio Eni

No, più rinnovabili non significano automaticamente più pace. Dall’avvio della guerra in Medioriente il messaggio che le ong e le attiviste stanno facendo passare è che la necessità di abbandonare l’uso delle fonti fossili è sempre più urgente, anche per via dei numerosi conflitti che esse scatenano. Se la transizione energetica è sempre più necessaria anche per via del clima che cambia bisogna anche ammettere che, se non viene ben progettata e condivisa, può portare a conflitti locali e, seppur in misura minore, anche internazionali. È ciò che emerge da due interessanti studi realizzati dal Joint Research Centre, il centro studi della Commissione Europea, che fornisce all’Unione Europea un sostegno basato sull’evidenza scientifica durante l’intero processo politico, in piena indipendenza da interessi nazionali, commerciali o privati.

In particolare i due studi sintetizzano le attuali conoscenze sui legami tra cambiamento climatico e la possibile insorgenza di conflitti armati nonché le implicazioni per la sicurezza se la transizione energetica dovesse accelerare. Dai due report si possono estrarre alcune raccomandazioni comuni, a partire dal fatto che le vulnerabilità e le disuguaglianze vengono acuite dal collasso climatico e dallo scoppio dei conflitti. Aumentare la quota di diffusione di energie rinnovabili è certamente la prima risposta che i 27 Stati membri dell’UE dovrebbero attuare, senza dimenticare allo stesso tempo che una transizione energetica che sia socialmente equa e giusta passa anche dal rafforzamento dei quadri multilaterali, dal miglioramento della trasparenza nelle catene di approvvigionamento delle materie prime critiche e dal sostegno (pubblico e privato) alle economie dipendenti dai combustibili fossili nella gestione della transizione.

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Il cambiamento climatico come motore del conflitto

Che il clima stia cambiando ormai ci sono sempre meno dubbi. Anche il negazionismo climatico preferisce rifugiarsi nella più confortevole tana del “minimalismo climatico”. Un esempio su tutti: quando il presidente Usa Donald Trump ha manifestato la volontà di annettere la Groenlandia lo ha fatto principalmente perché ha riconosciuto che lo scioglimento dei ghiacci potrebbe aprire qualche nuova rotta commerciale per il moribondo imperialismo yankee (ci torneremo). Eppure il collegamento tra l’aumento delle temperature è l’aumento dei conflitti armati è meno immediato di quanto si potrebbe pensare, almeno secondo lo studio del Joint Research Centre realizzato dalla professoressa Nina von Uexkull (Università di Costanza, Università di Uppsala) e dal professore Halvard Buhaug (Istituto di ricerca sulla pace di Oslo, Università norvegese di scienza e tecnologia). 

“Nonostante le tendenze parallele all’aumento del riscaldamento globale e la prevalenza dei conflitti armati negli ultimi anni – si legge nel paper – vi è un ampio consenso scientifico sul fatto che gli shock climatici, di per sé, abbiano un’influenza limitata sul rischio di conflitto nelle società attuali. Piuttosto, la misura in cui il clima influenza i conflitti e le modalità con cui li influenza dipendono in modo critico dalle caratteristiche delle società colpite”.

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Oltre 15 anni di ricerca sulle connessioni tra clima e conflitti hanno testimoniato, ricordano i due autori, che a incidere di più sono le vulnerabilità presenti nelle società colpite dagli effetti della crisi climatici (siccità, carestie, alluvioni, incendi eccetera). “I principali fattori di vulnerabilità – ricordano von Uexkull e Buhaug – includono il basso reddito, i mezzi di sussistenza sensibili al clima (ad esempio, l’agricoltura alimentata a pioggia, la pastorizia), la governance fragile o escludente e i conflitti violenti. L’accelerazione degli impatti dei cambiamenti climatici può rendere il clima un fattore di conflitto più rilevante in futuro, ma esistono profonde incertezze su come le società si adatteranno e risponderanno al cambiamento climatico”.

Di sicuro serve incidere in maniera ampia sui citati fattori di vulnerabilità, senza dimenticare allo stesso tempo che ridurre le emissioni di gas serra (mitigazione) e prevenire gli impatti delle emissioni di gas serra (adattamento) “è l’unica strategia sostenibile per ridurre al minimo il rischio a lungo termine”.

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Verranno le guerre per le energie rinnovabili?

La domanda “verranno le guerre per le energie rinnovabili?” è una domanda complessa, e dunque merita una risposta complessa. Sembra partire da questo assunto l’altro studio del Joint Research Centre, intitolato Security implications of the green energy transition, anche questo realizzato da Nina von Uexkull e da Halvard Buhaug. Il punto di partenza di questo report è che le guerre attuali sembrano più il tentativo disperato del capitalismo fossile di tornare al centro del mondo e che molte previsioni scientifiche indicano invece che le energie rinnovabili sono destinate a diventare centrali.

Questa transizione non sarà tuttavia né breve né indolore. “Negli scenari Net Zero Economy – si legge – il valore combinato di mercato delle materie prime critiche come rame, litio, nichel e terre rare è destinato a più che raddoppiare, fino a raggiungere il valore di 770 miliardi di dollari nel 2035”. Allo stesso tempo, sottolineano i due ricercatori, “la transizione globale verso fonti energetiche alternative ai combustibili fossili trasformerà radicalmente gli Stati produttori di petrolio, con implicazioni significative, ma incerte, per la sicurezza nazionale”. I recenti casi del Venezuela e dell’Iran sono lì a testimoniarlo: se uno Stato dipende fortemente da un’unica risorsa naturale, una volta che questa viene svalutata (o un altro Paese prova a conquistarla), crollano l’economia e il relativo controllo sociale. 

Ancora più interessante, poi, è il passaggio dedicato ai rischi per la sicurezza derivanti dai minerali e dai metalli critici, fondamentali per il passaggio a un’energia a zero emissioni. “La transizione energetica aumenterà drasticamente la domanda di minerali essenziali per le tecnologie delle energie rinnovabili, le batterie e l’elettrificazione – si legge – Ciò solleva il quesito se i minerali necessari per la transizione energetica verde possano generare gli stessi rischi per la sicurezza a lungo associati al petrolio. In genere costituiscono una piccola quota del PIL nazionale, offrono opportunità di riciclaggio e sostituzione e sono meno suscettibili al saccheggio da parte di gruppi armati a causa dei requisiti infrastrutturali. Per questi motivi, le dinamiche della maledizione delle risorse a livello nazionale osservate negli stati petroliferi tendono ad essere meno evidenti nei Paesi produttori di minerali, con la notevole eccezione dei paesi in cui i minerali sono più dominanti nell’economia nazionale, come la Repubblica Democratica del Congo e lo Zambia”.

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fonte: JRC

Inoltre, ma ciò lo studio UE non lo dice, anche la stessa Europa sta decisamente puntando su nuove estrazioni minerarie, sia dentro i confini dei 27 Stati membri che fuori, col rischio che tali prospettive si allarghino sempre più. “La preoccupazione principale non è l’instabilità a livello nazionale – sostiene il JRC – ma l’aumento dei conflitti a livello locale, lo sfollamento delle comunità e le violazioni dei diritti umani nelle regioni minerarie, come esemplificato dall’estrazione del cobalto nella Repubblica Democratica del Congo. A livello internazionale, la concentrazione mineraria può consentire la coercizione dell’offerta, come si è visto con la Cina, che è intervenuta utilizzando ripetutamente le restrizioni all’esportazione di terre rare, ad esempio nel 2025. Sebbene vi siano poche prove che colleghino la ricchezza mineraria all’aggressione militare, i negoziati sulle riserve di materie prime critiche dell’Ucraina e l’interesse degli Stati Uniti per le risorse della Groenlandia suggeriscono che la competizione sui minerali critici potrebbe plasmare sempre più le dinamiche geopolitiche”.

Insomma: non c’è nessun automatismo nella transizione energetica, che anzi va guidata e continuamente migliorata per non ripetere gli errori, e gli orrori, dell’era fossile.

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