Piatti di plastica ‘riutilizzabili’ che non lo erano: arriva la legge che li vieta. Ecco cosa cambia

Con il decreto PNRR il governo prova a colmare un vuoto normativo che va avanti dall'adozione della direttiva SUP, che ha vietato la commercializzazione di molti prodotti in plastica monouso, come piatti e posate. Senza specificare quali fossero i requisiti minimi per definire un prodotto "riutilizzabile"

Letizia Palmisano
Letizia Palmisanohttps://www.letiziapalmisano.it/
Giornalista ambientale 2.0, spazia dal giornalismo alla consulenza nella comunicazione social. Vincitrice nel 2018 ai Macchianera Internet Awards del Premio Speciale ENEL per l'impegno nella divulgazione dei temi legati all’economia circolare. Co-ideatrice, con Pressplay e Triboo-GreenStyle del premio Top Green Influencer. Co-fondatrice della FIMA, è nel comitato del Green Drop Award, premio collaterale della Mostra del cinema di Venezia. Moderatrice e speaker in molteplici eventi, svolge, inoltre, attività di formazione sulle materie legate al web 2.0 e sulla comunicazione ambientale.

Quante volte, davanti allo scaffale del supermercato, avete scelto quei piatti di plastica un po’ più robusti rispetto ai monouso del passato, convinti di fare una scelta più ecologica perché sulla confezione era scritto “riutilizzabili” senza, però, trovare specifiche indicazioni di riutilizzabilità? Vi è mai capitato di buttare un piatto che vi sembrava a tutti gli effetti “usa e getta” nel compost immaginando fosse compostabile come previsto dalla normativa italiana dopo l’entrata in vigore della normativa cosiddetta Single Use Plastic? O, magari, durante un party, prendendo in mano un piatto che pensavate fosse realizzato con plastica monouso, avrete pensato che l’entrata in vigore di tale normativa era stata rinviata …

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Questa grande confusione è stata frutto di un vuoto normativo che ha consentito l’immissione in commercio proprio di quelle stoviglie in plastica che la legge intendeva vietare. Il risultato è stato un triplice danno.

In primo luogo, per l’ambiente: è diminuita meno del previsto la produzione di manufatti plastici, definiti riutilizzabili ma spesso – come rilevato da Legambiente in una indagine pubblicata nel 2025 – senza indicazioni chiari su lavaggi, durata e smaltimento e solitamente usati dai cittadini come semplici monouso. 

In secondo luogo, per i consumatori, che non riuscivano più a comprendere cosa stessero realmente acquistando.

Infine, per le aziende italiane, che sono state penalizzate pur avendo investito seriamente nell’economia circolare per offrire prodotti realmente privi di plastica.

Ora, finalmente, una nuova legge dissipa ogni dubbio su cosa sia ammissibile e mette un punto fermo, stabilendo con chiarezza quando una stoviglia può definirsi davvero riutilizzabile.

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Decreto PNRR, la nuova regola: quando una stoviglia è davvero “reuse”

La novità è contenuta nell’articolo 14-bis del Decreto PNRR, appena diventato legge. Il testo interviene direttamente per contrastare il fenomeno degli “pseudo-riutilizzabili”. D’ora in poi, piatti, posate, cannucce e agitatori per bevande in plastica potranno essere venduti come riutilizzabili solo se risponderanno a precise caratteristiche tecniche, definite in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente. Si tratta di una norma di rango primario che chiude una falla aperta da anni, come sottolinea con soddisfazione Luca Bianconi, presidente di Assobioplastiche: “l’inserimento della definizione delle stoviglie riutilizzabili in una norma di rango primario […] rappresenta il punto di arrivo del percorso avviato dall’Associazione due anni fa. È stato ottenuto un risultato che conferma ancora una volta il ruolo dell’Italia come punto di riferimento a livello europeo per il settore”.

supermercato cibo plastica
fonte: Canva

Andando ad analizzare ciò che in pratica cambierà, è importante sottolineare come non basterà più l’autodichiarazione del produttore, ma serviranno test e garanzie oggettive di durabilità e resistenza a un certo numero di lavaggi, anche in lavastoviglie.

La nuova legge non si limita a definire i requisiti, ma si appoggia al sistema sanzionatorio già esistente per chi viola le norme sulla plastica monouso.

In pratica, un’azienda che etichetta come “riutilizzabile” un prodotto che non rispetta i nuovi requisiti tecnici sta, di fatto, immettendo sul mercato un prodotto monouso vietato o non comunque conforme. Di conseguenza, si espone alle sanzioni previste dal Decreto Legislativo 196/2021, che ha recepito la direttiva europea SUP. Si va da sanzioni amministrative pecuniarie (in alcuni casi aumentate in base al fatturato) a sanzioni accessorie quali la confisca e la pubblicazione dei provvedimenti giudiziari sulla stampa, con conseguente danno di immagine per l’azienda.  

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Perché il vuoto normativo ha finito per ridurre la portata dell’efficacia della SUP

Come è stato possibile arrivare a questo punto? Il problema nasce da una lacuna  nella direttiva europea SUP (Single Use Plastic). La norma, recepita in Italia con il decreto legislativo 196/2021, ha vietato la commercializzazione di molti prodotti in plastica monouso, come piatti e posate. Tuttavia, non ha mai specificato quali fossero i requisiti minimi per definire un prodotto “riutilizzabile”. Di questo vuoto hanno approfittato molti operatori, spesso importando prodotti a basso costo, che hanno semplicemente irrobustito (spesso di poco) le loro stoviglie usa e getta, etichettandole come “riutilizzabili” per continuare a venderle. Questo comportamento, come denunciato da Assobioplastiche, ha causato gravi danni economici e occupazionali alle aziende italiane che avevano rispettato la legge, riconvertendo le loro produzioni verso le bioplastiche compostabili.

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Lavaggi, temperature, microonde: l’odissea delle etichette fantasma

A farne le spese, oltre alle imprese virtuose, sono stati i consumatori, lasciati in un limbo di disinformazione e confusione. Legambiente, che da anni si batte contro questo fenomeno, lo ha fotografato con precisione nella sua ultima indagine “Usa & getta o riutilizzabile? Facciamo chiarezza!”. I dati sono eloquenti: su 317 prodotti esaminati, il 38% non specificava il numero di lavaggi consigliati. Solo l’8% riportava informazioni coerenti sull’uso in lavastoviglie e microonde.

Le certificazioni, presenti solo nel 35% dei casi, raramente riguardavano la riutilizzabilità. Un caos che rendeva impossibile un consumo consapevole, come denuncia Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, “Ben venga l’approvazione definitiva del Decreto PNRR che […] fissa regole chiare al mercato garantendo corretta informazione ai cittadini. Una normativa che chiedevamo da tempo e su cui ci siamo spesi con studi e attività sul campo, come l’indagine del “Cliente Misterioso” con cui abbiamo denunciato le scarse e fuorvianti informazioni sulle confezioni”.

Non solo un trucco commerciale: il costo ambientale della finta sostenibilità

Il danno non è solo economico o informativo: questi falsi riutilizzabili, progettati per durare poco più di un singolo uso, hanno continuato ad alimentare l’enorme problema dell’inquinamento da plastica. Non essendo – a differenza dei veri piatti in plastica riutilizzabili (come ad esempio quelli solitamente usati dalle stoviglioteche) – pensati per un vero ciclo di vita lungo, finivano rapidamente tra i rifiuti, se non addirittura dispersi nell’ambiente.

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fonte: Canva

I dati raccolti dalla stessa Legambiente con l’indagine “Beach Litter 2026” ci ricordano perché esistono espressamente normative per ridurre l’uso della plastica monouso: in 12 anni, l’80% dei rifiuti raccolti sulle spiagge italiane è composto da plastica, per una media di 785 rifiuti ogni 100 metri di costa. Un problema confermato anche da report internazionali, come quelli del WWF, che definiscono il Mediterraneo una delle aree più inquinate al mondo, una vera e propria “trappola di plastica” con la più alta concentrazione di microplastiche mai misurata. 

Una vittoria per la trasparenza: ora servono controlli e consapevolezza

La nuova legge è, senza dubbio, una vittoria fondamentale per l’economia circolare reale perché tutela le aziende che hanno investito nel cambiamento, fornisce ai consumatori strumenti per scelte più oneste e agevola i controlli, anche doganali, per fermare l’importazione di prodotti non conformi. Ora, però, la palla passa a due attori chiave: da un lato, le istituzioni che dovranno innalzare il livello dei controlli per scovare chi tenta ancora di aggirare le regole e, dall’altro, i cittadini che hanno il dovere di informarsi e il potere di premiare con i loro acquisti solo i prodotti veramente sostenibili. Il prossimo passo è la piena consapevolezza che il miglior rifiuto è sempre quello non prodotto. 

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