“Più economia circolare per arrestare la crisi globale dei rifiuti”. Report Banca Mondiale

Gestione dei rifiuti solidi urbani al 2050: quadro globale, costi, impatti e scenari di transizione verso la circolarità. Pubblicata la terza edizione del report “What a Waste” della Banca mondiale

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Redazione EconomiaCircolare.com

Il quadro delineato dalla Banca Mondiale è netto: i rifiuti non sono più soltanto un problema locale di decoro urbano o di organizzazione dei servizi comunali, ma una questione globale che intreccia salute pubblica, clima, qualità dell’aria, tutela degli ecosistemi e sviluppo economico.

“La rapida crescita della popolazione, l’urbanizzazione accelerata, l’aumento dei redditi e dei consumi stanno alimentando un’impennata nella produzione di rifiuti solidi urbani che supera la capacità dei sistemi locali e dei bilanci municipali” scrive nella premessa Ming Zhang, direttore del World Bank Group, nella premessa What a Waste” 3.0, la terza edizione della serie “What a Waste” del Gruppo Banca Mondiale. In questo squilibrio si annida la crisi, ma anche una possibilità di svolta: sistemi più efficienti e ispirati all’economia circolare possono trasformare i rifiuti da costo e minaccia a leva di occupazione, innovazione e recupero di risorse.

What a Waste” 3.0, che fa seguito alle pubblicazioni del 2012 e del 2018, aggiorna e amplia le precedenti pubblicazioni e fornisce una serie di dati di riferimento a livello globale sui rifiuti solidi urbani nel contesto della transizione verso l’economia circolare, attingendo ai dati più recenti disponibili al pubblico provenienti da 217 paesi ed economie e da 262 città.

Una montagna che non smette di crescere

I fattori indicati da Ming Zhang hanno portato la montagna globale dei rifiuti urbani a 2,56 miliardi di tonnellate già nel 2022 (i dati del rapporto fanno riferimento a quell’anno). Uno dei dati più forti del rapporto è che il mondo ha di fatto raggiunto con largo anticipo livelli che in passato erano stimati per gli anni successivi: “La generazione globale di rifiuti stia crescendo più rapidamente di quanto previsto in precedenza”, aggiunge. Nello scenario “business as usual”, cioè senza un cambio sostanziale di rotta, si arriverebbe a 3,86 miliardi di tonnellate nel 2050: un aumento del 50%. La crescita più veloce è attesa nei paesi a basso reddito e, soprattutto, nell’Africa subsahariana (+124) e nell’Asia meridionale (+99%).

Ovviamente no tutti produciamo la stessa quantità di rifiuti. Il rapporto distingue chiaramente tra quota di popolazione e quota di rifiuti prodotti. I paesi ad alto reddito, pur rappresentando solo il 16% della popolazione mondiale, generano il 29% dei rifiuti globali e registrano i livelli pro capite più elevati. I paesi a reddito medio-alto producono la quota maggiore in assoluto, il 42%. I paesi a basso reddito oggi incidono poco sul totale, con il 4%, ma sono quelli destinati a vedere gli aumenti più marcati nei prossimi decenni. A livello regionale, l’Asia orientale e il Pacifico pesano di più, mentre Medio Oriente e Nord Africa hanno la quota minore.

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La frattura della raccolta: quasi totale nei paesi ricchi, minima nei più poveri

La composizione dei rifiuti cambia molto a seconda del livello di reddito. Nei paesi più poveri prevalgono scarti alimentari e verdi, che arrivano a oltre metà del totale. Nei paesi più ricchi, invece, aumenta il peso di materiali riciclabili secchi, tessili e rifiuti elettrici ed elettronici. Questa differenza non è secondaria: cambia il tipo di raccolta necessario, il tipo di impianti da realizzare e il potenziale di recupero. Anche la plastica ha un peso notevole: vale circa il 12,5% dei rifiuti urbani globali, e la parte monouso rappresenta quasi due terzi delle plastiche presenti nei rifiuti solidi urbani: “Le plastiche monouso sono stimate al 65 per cento di tutte le plastiche presenti nei rifiuti solidi urbani generate ogni anno nel mondo” si legge nel rapporto.

Il rapporto mette in evidenza una disuguaglianza molto netta nella raccolta. Nei paesi ad alto reddito il servizio è molto efficiente con quote di raccolta molto alte (“vicino al 100%) scrive la Banca Mondiale) mentre nei paesi a basso reddito crolla al 28%. Questo significa che in molte aree del mondo una parte enorme dei rifiuti resta fuori dal sistema formale, con effetti diretti su salute, inquinamento e vivibilità urbana.

Anche dove i rifiuti vengono raccolti, il problema non è automaticamente risolto. Nei paesi ricchi quasi il 100% dei rifiuti è trattato in impianti controllati, ma nei paesi a basso reddito questa quota è appena del 3%.

A livello mondiale, la discarica resta la forma di gestione più diffusa, con il 29 per cento di tutti i rifiuti, mentre una quota addirittura maggiore (30%) continua a essere abbandonata in siti incontrollati o non viene raccolta affatto. Dunque, quasi un terzo dei rifiuti globali resta fuori da una gestione sicura. È qui che il rapporto colloca uno dei punti più urgenti della crisi.

Rifiuti organici e plastica, il problema nel problema

Il cibo sprecato e la frazione organica sono il cuore materiale del problema: rappresentano la quota più grande dei rifiuti urbani nel mondo, il 38%. Eppure le soluzioni considerate più sostenibili, come compostaggio e digestione anaerobica, sono ancora poco diffuse. Globalmente trattano appena il 6% dei rifiuti, e nei paesi a basso reddito si scende sotto l’1%. È un paradosso cruciale: proprio la componente che genera forti impatti, anche climatici, continua a ricevere risposte troppo limitate.

Quanto alla plastica, il rapporto riferisce numeri che danno la misura del problema: quasi il 29% dei rifiuti plastici, pari a 93 milioni di tonnellate l’anno, è gestito male. Una parte finisce in siti incontrollati, un’altra resta addirittura non raccolta. I paesi a medio reddito sono i principali generatori di plastica non gestita, e le quantità più alte si concentrano in Africa subsahariana, Asia meridionale e Asia orientale-Pacifico. Il documento segnala anche che quasi tutti i paesi hanno introdotto politiche sulle plastiche, ma l’effettiva applicazione di strumenti come la responsabilità estesa del produttore resta soprattutto confinata ai paesi ricchi.

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L’economia dei rifiuti

La gestione dei rifiuti è già oggi un servizio molto costoso: il rapporto stima oltre 250 miliardi di dollari l’anno a livello globale. Senza cambiamenti, si arriverebbe a 426 miliardi nel 2050. Il peso sui bilanci comunali è elevato: in media assorbe il 6% della spesa municipale, con incidenza spesso superiore nei paesi più poveri. Nei paesi ricchi è più frequente il recupero dei costi tramite tariffe; altrove, le entrate da utenza non bastano e il sistema si regge con fondi pubblici aggiuntivi, che comunque spesso restano insufficienti. Il risultato è “un circolo vizioso fatto di sottoinvestimento e lacune di servizio”.

Ma la filiera dei rifiuti non è solo un costo: è anche un pezzo rilevante di economia e occupazione, ricorda la Banca Mondiale. Che stima in circa 18 milioni di lavoratori urbani coinvolti nel settore, pari allo 0,3% della popolazione urbana globale. Nei paesi a basso e medio reddito il peso maggiore ricade su raccolta, selezione e riciclo, spesso grazie al lavoro informale. Il documento sottolinea però che questi lavoratori, pur essendo un ingranaggio essenziale per la salute pubblica, la difesa dell’ambiente e l’economia circolare, “operano spesso in condizioni precarie, affrontando stigma sociale, protezioni legali limitate e significativi rischi per la salute”.

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“Motore dello sviluppo sostenibile”

Il report What a Waste individua nella circolarità un cambio di paradigma: non solo gestire meglio i rifiuti, ma ridurne la produzione alla fonte.  “I sistemi di gestione dei rifiuti potenziati che adottano i principi dell’economia circolare (…) possono trasformare i rifiuti da un peso a un motore dello sviluppo sostenibile”.

Centrale è la prevenzione, con modelli di consumo più sostenibili e meno sprechi, soprattutto alimentari e di plastica, con l’obiettivo di disaccoppiare crescita economica e produzione di rifiuti, riducendo sprechi e uso di prodotti monouso. A valle, la circolarità implica più riuso, riciclo e recupero dei materiali, mantenendoli nel ciclo economico.

Un ruolo chiave viene assegnato dalla Banca Mondiale alla valorizzazione della frazione organica tramite compostaggio e digestione anaerobica, assai poco diffusi, come abbiamo visto. Ma tutto questo richiede sistemi di raccolta e infrastrutture adeguate, ancora carenti in molte aree del mondo. Infrastrutture non solo fisiche ma anche economiche e fiscali: il rapporto richiama strumenti come la responsabilità estesa del produttore. Nei paesi a basso reddito è cruciale integrare il settore informale del riciclo.

Il rapporto prova anche a quantificare lo sforzo da mettere in campo per superare le problematiche evidenziate. Per costruire sistemi universali e ambientalmente adeguati, i paesi a medio reddito dovrebbero destinare circa lo 0,3% del Pil per sistemi di base e avvicinarsi allo 0,5% per modelli più avanzati. Nei paesi a basso reddito, per una copertura universale minima, servirebbe circa lo 0,8% del Pil. Ma la spesa pubblica attuale resta spesso molto al di sotto di questi livelli. Tra il 2022 e il 2050 i soli paesi a basso e medio-basso reddito avrebbero bisogno di 556 miliardi di dollari di investimenti.

Tanti soldi, certo, ma “i costi economici dei rifiuti non raccolti che vengono bruciati, scaricati o riversati nei corsi d’acqua (…) superano i costi finanziari di sistemi correttamente gestiti” avverte il report. Ming Zhang afferma che “un futuro diverso è alla nostra portata. Con un’azione strategica, i paesi possono limitare la produzione totale di rifiuti pur continuando a far crescere le economie; ampliare la copertura dei servizi di raccolta e migliorarne la qualità; ridurre i costi del sistema rispetto allo status quo; e creare milioni di posti di lavoro qualificati lungo tutta la catena del valore”.

La questione rifiuti è profondamente legata anche alla crisi climatica. Le emissioni di gas serra provenienti dalla gestione dei rifiuti nel 2022 sono stimate in circa 1,28 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente l’anno, di cui la gran parte dovuta al metano. Se tutto restasse com’è, nel 2050 si arriverebbe a 1,84 miliardi di tonnellate, il 43% in più. Il rapporto ricorda anche che il settore dei rifiuti è indicato come la terza fonte mondiale di metano di origine antropica. Dentro questa dinamica pesa enormemente anche la perdita e lo spreco alimentare.

“Reindirizzare una quota modesta del Pil in sistemi essenziali ben gestiti – si legge – può consolidare l’affidabilità dei servizi di base, evitare l’escalation delle perdite economiche e dell’inquinamento, sostenere la creazione di lavoro e migliorare la vivibilità urbana”.

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