L’abbandono dell’economia lineare non significa solo tonnellate e tonnellate di materiali recuperati, ma anche un notevole risparmio economico. La circolarità permette infatti di evitare la dispersione di valore economico in ogni fase di produzione, utilizzo e smaltimento della materia.
Ad introdurre il concetto del Value Gap, a quantificarlo e a rivelare come e perché avviene la perdita di valore, è l’ultima edizione del Circularity Gap Report, curata da Circle Economy in collaborazione con Deloitte.
In occasione dell’Earth Day, Giornata Mondiale della Terra che si celebra ogni anno il 22 aprile, abbiamo deciso di analizzare insieme i dati e i concetti più significativi proposti dal rapporto. Le perdite citate, infatti, non riflettono solo i costi economici diretti, ma anche gli oneri ambientali e sociali nascosti che si ripercuotono sulla prosperità e la salute del nostro Pianeta, tra cui inquinamento, esaurimento delle risorse, impatti sulla salute umana e riduzione della produttività del lavoro.
Nell’ottica di un giornalismo costruttivo, inoltre, il divario non rappresenta solo la misura della perdita ma configura il potenziale spazio di intervento per introdurre modelli circolari in grado di fare la differenza.
La voragine del Value Gap
Il Value Gap fornisce quindi una misura pragmatica di quanto valore economico evitabile venga perso a causa dell’uso lineare ed inefficienti dei materiali, inclusi energia e cibo e dell’obsolescenza prematura. Il valore viene definito in termini economici e monetari. La metodologia indicata dal report distingue tra valore funzionale, cioè l’utilità incorporata in materiali, componenti e prodotti, e valore creato, che si riferisce invece ai più ampi impatti ambientali e sociali dell’attività economica che rimangono in gran parte esterni ai prezzi di mercato.
Si tratta di una cifra assoluta che può anche essere espressa in rapporto al PIL, indicando quanto valore viene perso per ogni unità di output economico generato: la perdita non rappresenta una semplice inefficienza marginale, ma una caratteristica strutturale del sistema.
Secondo lo studio, l’attuale economia lineare genera nel mondo una perdita di valore economico evitabile pari a 25,4 trilioni di euro all’anno. Per comprendere meglio questi numeri, la cifra equivale a circa il 31% del PIL globale di 82,6 trilioni di euro. In pratica: per ogni 3 euro di valore creato, ne perdiamo circa 1 a causa del modello “prendi-produci-getta”.
Leggi anche: “Più economia circolare per arrestare la crisi globale dei rifiuti”. Report Banca Mondiale
Le 5 vie della dispersione del valore
Il report identifica cinque modi principali attraverso i quali il valore viene meno nel sistema economico, causando sia inefficienze a breve termine che erosione di risorse a lungo termine:
- Perdite energetiche (€8,7 trilioni): è la voce più pesante, derivante da inefficienze lungo tutta la filiera, dall’estrazione al consumo finale, dove gran parte dell’energia viene sprecata come calore residuo.
- Rifiuti a fine vita (€10,0 trilioni): prodotti e materiali scartati prematuramente il cui valore residuo non viene recuperato.
- Consumo di capitale fisso (€5,2 trilioni): il deterioramento di edifici, macchinari e infrastrutture dovuto a scarsa manutenzione o obsolescenza precoce.
- Perdite di processo (€904,2 miliardi): inefficienze tecniche e difetti durante la trasformazione delle materie prime.
- Perdite e sprechi alimentari (€650,7 miliardi): cibo edibile che esce dalla catena di approvvigionamento senza essere consumato.
Leggi anche: La lotta allo spreco alimentare si fa (anche) tra i cassonetti dei supermercati

Perché il PIL non basta più
Il report solleva dunque una critica metodologica ai parametri economici convenzionali. II PIL misura l’attività economica ma non la conservazione o l’erosione del valore: di conseguenza si trascurano i rifiuti e il sottoutilizzo e depauperamento delle risorse, frutto della gestione lineare dei materiali. In questo modo la perdita di valore strutturale rimane invisibile nei processi decisionali economici.
Ad esempio, in un sistema lineare, la bonifica di una fuoriuscita di petrolio o la produzione di beni a breve vita contribuiscono positivamente al PIL, pur rappresentando una distruzione di valore a lungo termine.
Leggi anche: Gli insostenibili costi fossili della guerra in Iran
Una chiamata all’azione per tre attori chiave
Si insiste dunque sulla transizione verso un’economia circolare non solo come impegno ambientale, ma come strategia di resilienza economica.
Il report delinea delle azioni specifiche per quegli attori che possono avere benefici da un cambio di prospettiva e che possono al contempo contribuire ad una strategia globale.
Le imprese devono puntare sulla costruzione di un business case olistico per la creazione di valore circolare. Identificare e quantificare in maniera sistematica le perdite di valore per individuare opportunità circolari in grado di generare benefici finanziari, strategici e relativi alla gestione dei rischi.
Devono anche puntare sulla creazione di valore a lungo termine, andando oltre i rendimenti a breve termine, adottando modelli come il Product-as-a-Service e collaborando lungo le catene del valore per standardizzare il riuso dei materiali.
Gli investitori dovrebbero invece integrare la riparabilità e la durabilità nei loro criteri di valutazione del rischio, orientando i flussi di capitale verso investimenti a bassa intensità di risorse.
Per quanto riguarda la politica, i governi dovrebbero implementare meccanismi del cosiddetto True Pricing, cioè il prezzo reale, per internalizzare i costi ambientali e sociali, utilizzando la leva fiscale per rendere le pratiche circolari più vantaggiose di quelle estrattive.
Per True Pricing si intende il calcolo dei costi nascosti che attualmente la società o l’ambiente “pagano” al posto dell’azienda produttrice: i costi ambientali causati da emissioni, inquinamento dell’acqua, perdita di biodiversità, erosione del suolo e gestione dei rifiuti; e i costi sociali, per via di condizioni di lavoro non sicure, salari insufficienti, sfruttamento del lavoro minorile o danni alla salute pubblica.
© Riproduzione riservata



