Sapete riconoscere il bollino della pesca sostenibile e certificata? Sono sicuro di sì. 
Chissà quante volte lo avete visto passeggiando per le corsie dei supermercati. Certificazioni come queste sono ormai sempre più diffuse e la loro funzione è orientare consumatrici e consumatori. Sono una sorta di “lasciapassare” per chi vuole comunque fare acquisti più consapevoli. Ma possiamo fidarci?
La prima volta che ho aperto gli occhi su queste certificazioni, quando parliamo di pesca, è stato dopo aver visto il documentario Seaspiracy (che si trova su Netflix), che molto ha fatto discutere per le cose che mostrava. Nel documentario si parlava anche di certificazioni, andando a intervistare chi queste certificazioni le faceva.
Oltre al film, che certo potrebbe essere considerato da alcuni abbastanza “di parte”, c’è qualcosa che è successo da poco in Alaska che dovrebbe farci guardare con sospetto proprio questa certificazione. Perché c’è una protesta che vede schierati, fianco a fianco, comunità indigene, piccoli pescatori e scienziati ambientali. Il motivo? L’organizzazione MSC ha appena deciso di confermare il suo bollino di sostenibilità (quello che vedete qui sopra) a una flotta di enormi navi industriali che operano nel mare di Bering tramite la pesca a strascico. Per chi vive in Alaska e vede i propri mari svuotarsi, questa non è una certificazione, ma un clamoroso atto di greenwashing.
Ma prima di vedere nel dettaglio perché questa protesta, vale la pena dare qualche elemento di contesto per capire chi sono i protagonisti di questa storia.
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L’Amendement 80: una enorme flotta di pescherecci
Il mare di Bering, che si trova nell’estremo nord dell’Oceano Pacifico, tra la Siberia e l’Alaska, è un’area di pesca molto ricca. Qui flotte di enormi pescherecci industriali svolgono quotidianamente le loro attività. Tra loro emerge la flotta Amendment 80. Parliamo di navi che operano ininterrottamente tutto l’anno, vere e proprie fabbriche galleggianti che pescano, smistano e lavorano il pesce direttamente a bordo. Vengono così preparati pesci congelati che vengono consegnati a delle navi cargo che portano poi il pesce a essere lavorato e messo sul mercato.
Secondo i rapporti del NOAA Fisheries, il valore economico generato è imponente, con stime che toccano i miliardi di dollari. Ovviamente nel mondo del capitalismo, questi benefici economici fluiscono verso le sedi corporative di Seattle e verso i mercati internazionali. Mentre queste navi depredano le risorse locali, le comunità devono solo affrontare le conseguenze ecologiche.
Non è infatti una sorpresa scoprire che proprio le navi della flotta dell’Amendment 80, come la maggior parte delle navi da pesca industriale, utilizza le reti a strascico, che sono enormi reti che oltre a uccidere diverse creature marine, hanno un effetto devastante sui fondali, sulla loro composizione e sui loro equilibri, proprio come continuare ad arare eccessivamente un terreno agricolo con un trattore (abbiamo spiegato le varie criticità della pesca industriale qui).

Bene, teniamo a mente quello che sta succedendo in Alaska con queste navi, perché è il primo elemento per capire la protesta da cui siamo partiti.
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Il “bollino blu” MSC di pesca sostenibile
L’altro elemento è il bollino blu con cui abbiamo aperto l’articolo. È un marchio del Marine Stewardship Council (MSC). Fondata nel 1997 da una collaborazione tra Unilever e il WWF, l’MSC è di fatto l’organizzazione più influente al mondo nella certificazione della pesca sostenibile. Solo nel 2024/2025 oltre 21 mila prodotti certificato con il bollino MSC sono stati venduti in tutti i supermercati del mondo. Sempre secondo il loro report circa il 20,6% di tutto il pescato marino selvatico globale è “impegnato” nel programma MSC (sia certificato che in valutazione) – parliamo di 16,1 milioni di tonnellate metriche di pesce.
Peccato che questa certificazione è stata criticata da inchieste e organizzazioni del terzo settore. Leggendo questi testi scopriamo delle cose abbastanza preoccupanti.
Come prima cosa perché l’MSC non effettua direttamente le valutazioni, ma stabilisce degli standard che vengono poi verificati da enti certificatori terzi. E fin qui, potremmo dire, niente di problematico. L’aspetto che suscita perplessità è che gli enti enti coinvolti, come DNV o QualityNet, vengono pagati direttamente dalle aziende che richiedono la certificazione. MSC, che risulta una no-profit, di fatto emette un bollino che certifica la pesca sostenibile, ma questo bollino è pagato da chi la pesca la effettua.

Ma non solo: l’MSC incassa royalties (fino allo 0,5%) sull’uso del suo bollino sui prodotti confezionati da parte delle aziende che lo mettono. Quindi, più bollini ci sono e più soldi entrano nelle loro casse – tanto che il loro reddito tra il 2009 e il 2018 è triplicato.
Secondo i critici questo innesca dei conflitti di interesse.
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La protesta: cosa è successo con la certificazione e cosa dicono chi si oppone
Tutto è precipitato poco prima delle festività natalizie del 2025 ad Anchorage, in Alaska. Il Marine Stewardship Council ha annunciato in sordina di aver ricertificato come “sostenibile” la pesca industriale dei pesci piatti nel Mare di Bering e nelle Isole Aleutine. L’ente ha accompagnato l’annuncio con una nota che giustificava la decisione dicendo “non ha ricevuto obiezioni e pertanto è valida”. La cosa è andata però diversamente. Perché questo silenzio non era l’approvazione, ma l’oscurità. Secondo le critiche emerse, l’MSC non avrebbe contattato le comunità interessate; avrebbe semplicemente sepolto la notizia sotto relazioni tecniche chilometriche, scritte in un gergo impenetrabile per chiunque non sia uno scienziato della pesca, e ha aperto una finestra temporale per i commenti così breve da rendere impossibile qualsiasi reazione.
È la perfetta applicazione della strategia del fatto compiuto: se nessuno sa che stiamo decidendo, nessuno potrà opporsi. E questa è la denuncia di Jackie Arnaciar Boyer, portavoce dell’organizzazione SalmonState, un’organizzazione no-profit locale. Anche Karen Gillis, direttrice della Bering Sea Fishermen’s Association, sottolinea come questa certificazione non sia altro che un lasciapassare per la pesca a strascico industriale.
Ma oltre a chi si occupa di pesca non in modo intensivo, il vero pericolo lo corrono le popolazioni locali di nativi. Kevin Whitworth, direttore della Commissione Intertribale del fiume Kuskokwim, ha lanciato un grido d’allarme sulla sicurezza alimentare del suo popolo. Nel Mare di Bering infatti ci sono pescatori e cacciatori di sussistenza nativi che, per nutrire le proprie famiglie, pescano usando gli skiff — imbarcazioni aperte — spingendosi fino a 16 chilometri dalla costa. Questa pesca di sussistenza è ovviamente devastata dalla pesca industriale fatta dalle grandi imbarcazioni, e la scelta dell’MSC è una conferma che il profitto di questi giganti del mondo dell’alimentazione ha la meglio sulla sostenibilità e sulla vita delle popolazioni locali.
E i numeri parlano chiaro. Perché come denuncia chi protesta, nonostante gli standard MSC richiedano sulla carta la protezione degli ecosistemi, i pescherecci a strascico in Alaska continuano a catturare accidentalmente circa 60 milioni di chili di vita oceanica ogni anno: dai salmoni alle aringhe, fino alle orche.
Insomma, se questo è ciò che certifica il bollino blu, bisogna forse fare attenzione la prossima volta che vogliamo del pesce “pescato in modo sostenibile”.
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