(da Belèm)
Fra i quattro temi maggiormente dibattuti nei giorni della Cop30 a Belém, ossia il rafforzamento dell’ambizione climatica, la giusta transizione, il finanziamento ai Paesi in via di sviluppo e l’adattamento agli impatti del cambiamento climatico, quest’ultimo è sicuramente uno dei più critici, perché le politiche da implementare nei paesi del Sud Globale non possono essere messe in atto senza i fondi necessari. Gli impatti del cambiamento climatico sono ogni giorno più visibili a livello globale: nelle ultime settimane l’uragano Melissa ha devastato i Caraibi, il super tifone Fung-Wong ha messo in ginocchio le Filippine e in Italia il Friuli-Venezia Giulia è stato colpito da un’alluvione che ha causato anche morti e sfollati.
La potenza di questi eventi non è ovviamente comparabile, se non per sottolineare che anche in Italia fenomeni del genere sono sempre più frequenti e violenti e il nostro Paese è al 16° posto su 174 Paesi nel Climate Risk Index, tra i più colpiti al mondo per impatti climatici. Quello che è invece importante sottolineare è la sproporzione in termini di capacità di reazione che i Paesi sono in grado di offrire in situazioni del genere. Queste capacità incidono sulla possibilità di affrontare gli impatti e si traducono sempre più spesso per le comunità più vulnerabili nella necessità di dover abbandonare i loro territori, anche in modo permanente.
Molte discussioni della Cop30 hanno riguardato il fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico e la necessità di ragionare su strumenti di protezione di questa categoria di profughi. Molti di essi sono stati promossi e ospitati dal padiglione dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), e hanno coinvolto funzionari pubblici di Paesi vulnerabili, mettendo al centro l’importanza di avere accesso a strumenti e dati di qualità per anticipare e meglio gestire gli effetti dei cambiamenti climatici sulle comunità più vulnerabili.

Secondo i dati del Global Report on Internal Displacement – GRID nel 2023 a livello mondiale si registravano 7,7 milioni di sfollati interni a causa di disastri, su un totale di 75,9 milioni di sfollati interni complessivi; mentre i dati stando ai dati del Dossier Immigrazione 2025 solo nel 2024 si sono registrati 45,8 milioni di nuovi sfollamenti a causa di disastri naturali ed eventi climatici estremi, un numero che supera di molto le medie annuali.
A seconda dei Paesi presi in esame le dinamiche di sfollamento sono diverse e necessitano di strategie di prevenzione, analisi e intervento differenti. Prendendo in considerazione il solo Bangladesh, sempre secondo il Global Report on Internal Displacement, nel 2023 si sono registrati più di 1 milione di sfollati interni dovuti a disastri naturali quali cicloni, inondazioni e tempeste monsoniche. In Iraq 33 mila sfollati sono stati causati da siccità, tempeste di sabbia e scarse precipitazioni. In Paesi come l’Egitto, essendo la minaccia a lenta insorgenza gli sfollamenti dovuti a queste dinamiche lente sono più difficili da monitorare e quantificare nei rapporti annuali che si concentrano sui cosiddetti spostamenti rapidi.
Leggi anche: Perchè la discussione sui crediti di carbonio alla Cop30 riguarda anche l’Italia
Egitto: minacciato il Delta del Nilo
Il caso dell’Egitto è interessante perché al contrario di altri territori, si parla poco della matrice climatica delle migrazioni forzate. Il Delta del Nilo, identificato come hotspot climatico, per la serie di effetti climatici che sta sperimentando (innalzamento del livello del mare, salinizzazione e scarsità delle risorse idriche da utilizzare per i raccolti) sta determinando nuove sacche di vulnerabilità e diventando push factor per gli sfollamenti interni.
La disponibilità dei dati rappresenta un fattore critico per comprendere il numero di persone che si muovono, da dove si muovono e verso dove. A questo proposito, esistono già degli strumenti come il Displacement Tracking Matrix realizzato da OIM con l’obiettivo di raccogliere e analizzare i dati per diffondere informazioni multilivello sulla mobilità, le vulnerabilità e le esigenze delle popolazioni sfollate così da supportare l’attività dei decisori politici in caso di necessitá.
Considerando invece gli strumenti nazionali, il governo egiziano nella sua National Climate Change Strategy 2050 ha voluto integrare considerazioni legate al cambiamento climatico in tutti i settori e in tutti i processi. Il documento ha un focus sulle aree più vulnerabili, come il Delta del Nilo, dando particolare attenzione alla densità abitativa delle aree e all’importanza dell’agricoltura per il loro sostentamento.
Leggi anche: La Cop30 sarà uno snodo per il futuro dei sistemi alimentari e l’agricoltura?
Iraq: siccità ed ecocidio nelle Marshes
Anche il caso dell’Iraq presenta profili di interesse. Anzitutto, anche in questo caso le regioni delle migrazioni forzate vengono raramente collegate al tema del cambiamento climatico. Tuttavia soprattutto nella zona del Kurdistan iracheno la prolungata siccità ha avuto un forte impatto sul settore della pastorizia e dell’agricoltura determinando una forte mobilità interna sia temporanea che prolungata.
Inoltre, nel sud dell’Iraq, le cosiddette Marshes, un sistema di zone umide, fortemente danneggiate dalle bonifiche avvenute negli anni ‘90 e successivamente parzialmente ripristinate e riconosciute patrimonio UNESCO nel 2016, sono a forte rischio a causa di inquinamento, cambiamento climatico e estrazione di petrolio, principalmente ad opera di imprese petrolifere europee. Ciò ha condannato le comunità locali a convivere con gli effetti di un vero e proprio ecocidio.
Come azione concreta il governo dell’Iraq, nel suo Adaptation Plan ha dedicato un capitolo specifico alla migrazione climatica, all’interno del quale è rappresentata la situazione dei diversi governatorati dal punto di vista degli sfollati dovuti a fattori climatici. L’obiettivo è favorire una migliore comprensione del territorio, permettendo così l’applicazione di diverse modalità di intervento.
Leggi anche: Alla COP30 sul clima un lobbista delle fossili ogni 25 delegati
Bangladesh – vulnerabilità e resilienza
Particolarmente rilevante è poi il caso del Bangladesh, uno dei Paesi più vulnerabili agli impatti climatici a livello globale e notoriamente uno dei più esposti a cicloni, inondazioni, innalzamento del livello del mare e salinizzazione dell’acqua. Il Bangladesh è contemporaneamente uno dei Paesi che meno ha contribuito a livello emissivo.
Il governo del paese asiatico ha fatto diversi passi avanti negli ultimi anni per attrezzarsi dal punto di vista delle politiche di adattamento, dotandosi anche di un Adaptation Plan di lunga durata (2023 – 2050). Fra le strategie già concretizzate in azioni rientrano soluzioni partecipative locali come la coltivazione di varietà di riso resistenti al sale e la creazione di orti domestici per far fronte anche in caso di disastri. A questo si aggiunge lo sviluppo di una piattaforma di conoscenza condivisa e partecipata come Gobeshona che ha lo scopo di diffondere soluzioni condivise dalla comunità scientifica.
La Cop30 sarà davvero la Cop dell’adattamento?
Il minimo comune denominatore di queste storie e delle strategie messe in campo è il fatto che i governi nazionali, proprio per la loro fragilità politica, istituzionale ed economica non sono in grado nella pratica di far fronte a tutti gli eventi estremi ai quali sono soggetti. Ciò compromette la possibilità di garantire prevenzione e protezione delle popolazioni, subordinato allo stanziamento di fondi adeguati da parte del nord globale, in nome delle loro responsabilità emissive storiche e in accordo con il principio delle responsabilità comuni ma differenziate e con l’art 9.1 dell’Accordo di Parigi, secondo cui lo stanziamento di fondi per mitigazione e adattamento nei Paesi in via di sviluppo è un preciso dovere legale dei Paesi industrializzati.

Anche per questo motivo, far fronte all’ulteriore emergenza posta dai crescenti flussi migratori spinti dal cambiamento climatico, è necessario che dalla Cop30 emerga un impegno concreto verso le politiche di adattamento, soprattutto in termini economici. È uno dei temi cruciali da sciogliere nelle prossime ore a Belém, ore che si annunciano febbrili. Dopo il deludente annuncio sui fondi per l’Adaptation Fund, la strada per un accordo sulla finanza climatica è ancora più in salita.
Leggi anche: lo Speciale sulla Cop30
© Riproduzione riservata



