Gli insostenibili costi fossili della guerra in Iran

La crisi energetica innescata dalla guerra in Iran si fa preoccupante. Con i costi dei carburanti alle stelle: secondo un’analisi di Transport & Environment, si potrebbe arrivare a oltre 50 miliardi di euro di aumenti. Mentre si fanno più concrete le ipotesi di un lockdown energetico e di una tassa sugli extraprofitti

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Redazione EconomiaCircolare.com

I costi della guerra, di ogni guerra, sono sempre molteplici: ecologici, umani, sociali, economici, politici e culturali. Un assunto che viene ribadito dalla guerra in Iran, che vive proprio in queste ore una drammatica escalation. Una guerra che è ormai da tempo apertamente fossile, nel senso che è incentrata sul controllo degli idrocarburi (petrolio e gas). Con conseguenze drammatiche in primis per la popolazione iraniana, continuamente colpita dagli attacchi di Usa e Israele, e anche per l’Europa, ancora a trazione fossile. Ma quanto potrebbe costarci questa guerra? Transport & Environment, la ong che si occupa di mobilità sostenibile, ha realizzato un’analisi in continuo aggiornamento sull’aumento dei costi legati ai trasporti. Perché, come ricorda la ong, “le auto, i camion, gli aerei e le navi europee dipendono ancora in modo schiacciante dal petrolio”. Una dipendenza terribile per il clima ma anche, come è sempre più evidente, anche per l’autonomia del vecchio continente, troppo dipendente dalle importazioni dall’estero e alla mercé di autocrati e stati autoritari.

“Se le condizioni attuali saranno mantenute fino alla fine del 2026 – scrive T&E – la nostra analisi stima che l’eccesso di profitto generato attraverso la catena di approvvigionamento del carburante stradale sarebbe pari a 28 miliardi di euro per raffinerie e stazioni di rifornimento di carburanti che operano in gran parte all’interno dell’Unione Europea e di 51 miliardi di euro per i produttori di greggio e gli Stati produttori di petrolio”.

costi guerra T&E

Daniel Quiggin, senior policy advisor di T&E, ha dichiarato che ancora una volta il dolore dei conducenti è il guadagno delle compagnie petrolifere. Le compagnie petrolifere hanno tutti gli incentivi per mantenere l’Europa agganciata ai combustibili fossili, poiché sono loro che beneficiano di picchi di prezzo. L’UE dovrebbe ripristinare la sua tassa sugli extraprofitti e investire i proventi sull’elettrificazione e sulle rinnovabili, in modo da interrompere finalmente questo circolo vizioso“.

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“Molto peggio della guerra in Ucraina”

L’attuale crisi energetica è “più grave di quelle del 1973, 1979 e 2022 messe insieme”. In un’intervista a Le Figaro pubblicata lunedì, il direttore della International Energy Agency (l’Agenzia Internazionale dell’Energia, o AIE) Fatih Birol è stato diretto, spiegando che “il mondo non ha mai sperimentato un’interruzione dell’approvvigionamento energetico di tale portata”. E quando c’è una carenza di un materiale o di un prodotto, come insegna una delle prime leggi dell’economia, a salire è il prezzo di tutto ciò che è ad esso collegato.

In questo senso l’economia lineare ha nei prodotti fossili l’esempio lampante. Attualmente il prezzo al barile del Brent (quotazione internazionale del petrolio) è salito a 111 dollari, con un incremento dell’1,5% oggi e di oltre il 50% dall’inizio della guerra. In Italia il prezzo medio sulla rete stradale è di 1,782 euro al litro per la benzina (+0,19 euro) e di 2,143 euro al litro per il gasolio (+0,46 euro). Per il gasolio gli aumenti hanno di fatto già annullato i tagli alle accise decisi dal governo Meloni con il cosiddetto decreto legge Carburanti (tanto che il governo sta pensando a un dl bis).

auto 1

Secondo le stime di T&E, “riempire un serbatoio diesel da 55 litri ora costa quasi 27 euro in più rispetto a prima dell’inizio del conflitto e 15 euro in più per un’auto a benzina”. Mentre si susseguono i consigli per risparmiare energia – dall’AIE all’UE – e i governi stanno già pensando a misure di restrizione, la prospettiva più plausibile è quella di un lockdown energetico a livello globale. Se sarà più o meno di lunga durata e quanto sarà restrittivo questo lockdown energetico dipenderà da regimi autoritari come Usa, Israele e Iran. Non le migliori mani a cui affidarsi per una risoluzione immediata e pacata.

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Tassare gli extraprofitti delle aziende fossili? Ora lo chiedono gli Stati

Quando nel 2022 testate giornalistiche come la nostra, ong come CAN Europe e A Sud e uno sparuto gruppo di parlamentari chiedevano, dopo l’avvio della guerra in Ucraina, di tassare gli extraprofitti delle società energetiche le reazioni oscillavano tra scetticismo e derisione. Ora, invece, a farsi promotori di tale proposta sono alcuni Stati europei. D’altra parte la ong Greenpeace ha stimato che soltanto per il mese di marzo in Europa le compagnie petrolifere hanno guadagnato 25 miliardi di extraprofitti rispetto alla media dei due mesi precedenti.

Così si spiega la lettera inviata sabato scorso al commissario UE per il Clima, Wopke Hoekstra, dai ministri dell’Economia e delle Finanze di cinque Paesi europei. Una lettera che già nel titolo aveva una richiesta esplicita: “taxation of windfall profits” (tassazione dei profitti straordinari). Ad avanzare tale richiesta sono stati i ministri di Germania, Italia, Spagna, Portogallo e Austria.

Nel testo si specifica che si tratterebbe di uno “strumento temporaneo di solidarietà”, da attivare per affrontare le conseguenze più drammatiche della guerra in Iran. Con l’obiettivo soprattutto di  allentare la pressione su consumatori e contribuenti. “Una soluzione europea di questo tipo agirebbe come un segnale verso i cittadini dei nostri Stati membri e la più ampia economica, dimostrando che siamo uniti e in grado di agire” scrivono i cinque Paesi. “Invierebbe anche un chiaro segnale che quelli che approfittano delle conseguenze della guerra devono fare la loro parte per allentare il peso sul pubblico generale”. 

Pur riconoscendo la bontà della misura, tuttavia, emerge qualche criticità. Innanzitutto Germania, Italia, Spagna, Portogallo e Austria chiedono che la tassazione sugli extraprofitti andrebbe unicamente a finanziare misure per limitare l’aumento dell’inflazione, quando invece sarebbe più opportuno che una parte mirasse anche a evitare nuove crisi fossili, come suggerito da Transport & Environment. In più l’appello all’UE rischia di essere un nuovo rallentamento, dati i tempi lunghi delle decisioni comuni tra i 27 Stati membri. Perché, ad esempio, non avviare già nei singoli Paesi una misura del genere, muovendosi allo stesso tempo affinché diventi una misura comune all’interno dell’Unione Europea?

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