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Ieri la commissione Affari legali del Parlamento europeo (PE) e il Consiglio hanno trovato un accordo informale sulle semplificazioni per la rendicontazione sulla sostenibilità e la due diligence per le imprese, parte del cosiddetto pacchetto Omnibus I.
“Abbiamo raggiunto un ottimo compromesso. Stiamo rendendo più facile il rispetto delle norme di sostenibilità, garantendo riduzioni storiche dei costi per le imprese e continuando a soddisfare le esigenze dei cittadini europei. Si tratta di una vittoria per la competitività e una vittoria per l’Europa”, ha commentato il relatore al Parlamento UE, Jörgen Warborn (PPE, SE).
Secondo Morten Bødskov, Ministro dell’industria della Danimarca (che presiede il Consiglio), “per anni le imprese europee hanno dovuto affrontare ondate successive di burocrazia. Ciò ha rallentato gli investimenti verdi e indebolito la nostra competitività. Ora stiamo compiendo un passo importante nella giusta direzione”.
Prima di essere formalmente adottato, l’accordo provvisorio deve ora essere approvato dal Consiglio e dal Parlamento europeo – la commissione Affari giuridici voterà giovedì, mentre il voto definitivo del Parlamento ci sarà il 16 dicembre, durante la prossima sessione plenaria a Strasburgo.
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Reporting di sostenibilità
Secondo l’accordo tra Parlamento e Consiglio, la rendicontazione non finanziaria, relativa quindi agli aspetti sociali e ambientali, sarà richiesta solo alle imprese dell’UE che impiegano in media oltre 1 000 dipendenti e con un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro. Un accordo che media tra la proposta della Commissione e quella di Parlamento e Consiglio. A regime la CSRD avrebbe dovuto interessare le imprese con fatturato uguale o superiore a 50 milioni di euro o con più di 250 dipendenti. Mentre la Commissione che aveva proposto l’innalzamento della soglia a 1.000 dipendenti senza toccare i limiti di fatturato, Consiglio e Parlamento erano stati concordi nell’alzare la soglia di dipendenti a 1750 e il fatturato a 450 milioni.
Come fa sapere la nota del parlamento, anche per le imprese non UE la soglia del fatturato netto è stata aumentata a 450 milioni di euro generati nell’UE per la rendicontazione di sostenibilità. Saranno inoltre esentate le holding finanziarie.
Oltre alle soglie, i colegislatori hanno concordato anche un’ulteriore semplificazione degli obblighi di rendicontazione, “che dovrebbero diventare più quantitativi, mentre la rendicontazione settoriale diventerebbe volontaria”.
Previste anche forme di “garanzia” per le imprese non tenute alla rendicontazione: spiega ancora la nota che Parlamento e Consiglio “hanno garantito che le aziende più piccole con meno di 1.000 dipendenti siano protette dal trasferimento della responsabilità di rendicontazione, poiché le norme aggiornate consentono loro di rifiutare di fornire informazioni che vanno oltre quanto previsto dagli standard volontari”.
La Commissione è tenuta a creare un portale digitale per le imprese con “modelli e linee guida sui requisiti di rendicontazione nazionali e dell’UE”.

Due diligence
Cambiamenti rilevanti anche per la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CS3D), che prevede che le aziende prevengano, mitighino o riducano al minimo gli impatti sui diritti umani e sull’ambiente della propria attività e di quella dalla propria catena di fornitura. Se la proposta della Commissione contemplava il posticipo dell’entrata in vigore (“Stop the clock”) e la rimodulazione degli scaglioni per tipologie e dimensioni diverse di imprese, Parlamento e Consiglio hanno concordato di alzare la soglia delle imprese interessate dalla CS3D da 1.000 a 5.000 dipendenti e il fatturato netto da 450 milioni di euro a 1,5 miliardi di euro. Secondo la nota diffusa del Consiglio, “i colegislatori hanno ritenuto che tali grandi imprese abbiano la maggiore influenza sulla loro catena del valore e siano le più adatte a produrre un impatto positivo e ad assorbire i costi e gli oneri dei processi di due diligence
Cambia poi l’approccio alla due diligence, che diventa “risk-based”, basato sul rischio. Se la Commissione proponeva di limitare la valutazione alle attività delle società stesse, delle sue controllate e dei partner commerciali diretti (quindi i fornitori più prossimi, non l’intera catena del valore), l’accordo provvisorio elimina tale limitazione. Spiega il Consiglio: “Le società possono invece concentrarsi sui settori delle loro catene di attività in cui è più probabile che si verifichino impatti negativi effettivi e potenziali. Per garantire flessibilità alle imprese, quando un’impresa ha individuato impatti negativi ugualmente probabili o ugualmente gravi in diversi settori, le viene data la possibilità di dare priorità alla valutazione degli impatti negativi che coinvolgono i partner commerciali diretti”. Insomma le imprese non sono tenute “a effettuare una mappatura completa, ma dovrebbero invece condurre un’analisi di portata più generale. Le imprese dovrebbero basare i loro sforzi su informazioni ragionevolmente disponibili, il che ridurrà l’effetto a cascata delle richieste di informazioni sui partner commerciali più piccoli”.
Le norme si applicheranno anche alle società non UE con un fatturato nell’UE superiore alla stessa soglia.
E poi, di nuovo, una clausola per proteggere le imprese non obbligate alla due diligence: le grandi aziende, infatti, “dovrebbero astenersi dal richiedere informazioni non necessarie alle società non incluse nell’ambito di applicazione”.
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Responsabilità armonizzata e sanzioni
Come prevedibile, l’accordo provvisorio “elimina il regime di responsabilità armonizzato dell’UE e l’obbligo per gli Stati membri di garantire che le norme in materia di responsabilità abbiano applicazione imperativa nei casi in cui la legge applicabile non sia la legge nazionale dello Stato membro”. Se la direttiva mirava a creare un regime unico, coerente e comune per tutta l’UE, che rendesse le imprese legalmente responsabili per danni ambientali o violazioni dei diritti umani, ora tutto si riduce alla dimensione, e al diverso approccio, dei singoli stati.
Per quanto riguarda le sanzioni, i colegislatori hanno concordato un limite massimo pari al 3% del fatturato netto mondiale dell’impresa.
Infine, l’accordo provvisorio rinvia di un altro anno, al 26 luglio 2028, il termine per il recepimento della CS3D. Le imprese dovranno conformarsi alle nuove misure entro luglio 2029.

Piani di transizione climatica
Il clima esce dalla due diligence, grazie alla pressione di Parlamento e Consiglio. Le imprese che rientrano nell’ambito di applicazione della CS3D, infatti, secondo l’accordo raggiunto ieri, “non saranno più tenute a preparare un piano di transizione per rendere il loro modello di business compatibile con l’accordo di Parigi”. La nota aggiunge che “rimarranno responsabili a livello nazionale piuttosto che a livello dell’UE in caso di inadempienza e potrebbero incorrere in sanzioni pecuniarie fino al 3 % del fatturato netto mondiale dell’impresa, le cui linee guida saranno fornite dalla Commissione e dagli Stati membri”.
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