venerdì, Gennaio 23, 2026

La Norvegia dice no al deep sea mining (almeno fino al 2029)

Il governo laburista, sorretto da una maggioranza parlamentare di centrosinistra, ha sospeso il progetto di estrazione mineraria nelle acque artiche. Una scelta che, in attesa di un regolamento globale, può essere significativa. Esulta Greenpeace: “è il chiodo nella bara per l’industria del deep sea mining”

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista glocal, ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane per poi specializzarsi su ambiente, energia ed economia circolare. Redattore di EconomiaCircolare.com. Per l'associazione A Sud cura l'Osservatorio Eni

Lo scorso 3 dicembre la Norvegia – o meglio il suo governo laburista – ha fatto parlare di sè per la scelta di non rilasciare licenze per l’estrazione mineraria in acque profonde – noto anche con l’espressione “deep sea mining” – durante l’attuale mandato legislativo, che scadrà nel 2029. Si tratta di una conferma che, come scrive EuroNews, arriva dopo intensi e complessi negoziati nella coalizione governativa, di orientamento centrosinistra, che vede Labour, Partito di sinistra socialista, Partito dei Verdi, Partito Rosso e Partito di Centro. 

La decisione è arrivata nell’ambito dell’approvazione del bilancio statale per il 2026. E segna un precedente notevole per il deep sea mining a livello globale. La richiesta di concessione riguardava peraltro una zona delicatissima a livello ecosistemico, vale a dire nei pressi dell’Artico, in un’area grande 280mila metri quadrati. Alla decisione  da parte della Norvegia guardavano con interesse alcuni Stati come gli USA e l’Italia che, non è un mistero, premono per un’accelerazione sul deep sea mining. 

Utile ricordare in questo senso che il dietrofront del governo scandinavo coincide con l’ennesimo rinvio a livello internazionale su un regolamento che possa disciplinare le attività legate all’estrazione mineraria in acque profonde. Anche se non c’è ancora l’ufficialità da parte dell’ISA (International Seabed Authority), l’organo indipendente istituito ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 (UNCLOS), neppure per quest’anno si arriverà a stabilire delle regole condivise e valide per le acque internazionali.

In assenza di ciò, però, i singoli Stati (su pressione delle grandi aziende) cominciano a posizionarsi per capire quanto margine di manovra c’è sulle acque nazionali. La decisione della Norvegia ora rimette tutto in discussione.

Leggi anche: Riparte il confronto per un regolamento sul deep sea mining entro il 2025

Gli annunci sul deep sea mining 

La nuova sospensione della Norvegia arriva dopo un dibattito molto esteso in cui chi è a favore del deep sea mining sosteneva ad esempio che l’accesso ai minerali dai fondali marini avrebbe potuto aiutare il Paese scandinavo ad allontanarsi dall’industria del petrolio e del gas, e condurlo verso una transizione green fatta di pannelli solari e auto elettriche. Per le quali, come è noto, sono necessarie ingenti quantità di materie prime critiche.

In questo senso il deep sea mining rientrerebbe nelle strategie europee per una maggiore autonomia. Inoltre chi promuove queste pratiche estrattive sostiene che le nuove estrazioni sono sostenibili dal punto di vista ambientale e generano una mole notevole di posti di lavoro, spesso qualificati: un richiamo non da poco per un continente come l’Europa, che sembra aver avviato un lento declino industriale.

In ogni caso è da sottolineare che il no della Norvegia, più che un divieto permanente, somiglia comunque a un rinvio. Lo stesso primo ministro Jonas Gahr Støre ha ricordato alla stampa che i partiti di sinistra “non deterranno il potere per sempre”, ma ha confermato che l’estrazione mineraria dei fondali marini non avverrà durante l’attuale periodo parlamentare. Insomma: la partita del deep sea mining non è certamente conclusa. In Norvegia come altrove. 

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Il no della Norvegia fa esultare le ong ambientaliste

Tuttavia, come ricorda EuroNews, un rapporto pubblicato l’anno scorso dalla Environmental Justice Foundation ha rilevato che l’estrazione in acque profonde non è necessaria per la transizione energetica. Al suo posto basterebbe una combinazione di nuove tecnologie, l’espansione del riciclaggio e una reale estensione dell’economia circolare per ridurre la domanda di minerali e metalli del 58% tra il 2022 e il 2050.

I timori maggiori sul deep sea mining, comunque, restano quelli ambientali. Operare nelle acque profonde dell’oceano rischia infatti di compromettere il più grande immagazzinatore di anidride carbonica al mondo, oltre che avere conseguenze gravi per la fauna selvatica. Tra le ong ambientaliste che più si battono contro l’avvio del deep sea mining c’è certamente Greenpeace. Che infatti non ha fatto mancare un commento di giubilo dopo la scelta del governo norvegese.

“Questo deve essere il chiodo nella bara per l’industria mineraria del mare profondo in Norvegia” ha dichiarato Haldis Tjeldflaat Helle, attivista di Greenpeace Nordic. “Qualsiasi governo che si impegni per una gestione sostenibile degli oceani non può sostenere l’estrazione di acque profonde. Ora la Norvegia deve intensificare gli sforzi e diventare un vero leader oceanico, unendosi alla richiesta di una moratoria globale contro l’estrazione in acque profonde e portare avanti una proposta di protezione reale per il mare profondo dell’Artico”.

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