venerdì, Gennaio 30, 2026

Greenwashing su Amazon: il vuoto delle responsabilità

Una causa da 500 milioni di dollari contro Amazon riaccende il dibattito sulla responsabilità delle piattaforme online. Al centro, la vendita di prodotti falsamente green, il ruolo degli algoritmi e i limiti delle tutele previste dalla Sezione 230 negli Stati Uniti

Enrica Muraglie
Enrica Muraglie
Giornalista indipendente, ha scritto per il manifesto, Altreconomia, L'Espresso. Fa parte della rete FADA.

Un risarcimento danni da 500 milioni di dollari per responsabilità civile sulla raccomandazione di prodotti green-washed: è questa la richiesta che l’azienda statunitense Planet Green Cartridges, leader nel settore della rigenerazione di cartucce per stampanti, ha avanzato nei confronti di Amazon

Il gigante dell’e-commerce è stato citato in giudizio perché avrebbe consentito a società terze di pubblicizzare e vendere prodotti etichettati falsamente come rigenerati o riciclati. Secondo l’accusa l’algoritmo di Amazon promuove inserzioni che pubblicizzano falsamente cartucce nuove o importate, generando un fatturato di 3 miliardi di dollari, creando una concorrenza sleale tra i venditori e inducendo i clienti all’acquisto di prodotti meno sostenibili, facendo leva sul processo di rigenerazione. 

Lo scorso marzo la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rifiutato di esaminare il caso presentato dai tribunali di grado inferiore, con la motivazione che Amazon non può essere ritenuta responsabile per le dichiarazioni di venditori terzi. Questo non equivale a una sentenza di merito e lascia comunque valida la decisione dei gradi inferiori di giudizio. 

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Le controversie sulla Sezione 230

La controargomentazione di Amazon si basava sulle tutele per i commercianti online delineate nella Sezione 230 del Communications Decency Act del 1996, che protegge gli host di servizi Internet dalla regolamentazione governativa e li esonera dalla responsabilità legale per i contenuti pubblicati dai loro utenti. 

Nonostante sia considerata da molti una garanzia fondamentale per un Internet libero e aperto, la Sezione 230 è da tempo al centro di un acceso dibattito politico negli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha più volte criticato l’ampiezza delle protezioni accordate alle piattaforme digitali: già durante il suo primo mandato aveva tentato di limitarne la portata, sostenendo che i social network dovessero essere ritenuti legalmente responsabili dei contenuti diffusi dagli utenti.

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fonte: The White House

Trump aveva accusato Twitter (oggi X) di interferenze con la campagna elettorale per le elezioni presidenziali perse nel 2020, sostenendo che fosse senza un precedente nella storia statunitense “un numero così piccolo di società che controlla una sfera così ampia di interazioni umane”. Una visione che oggi, nel pieno del suo secondo mandato, è del tutto alla ribalta. 

Cosa prevede la Sezione 230

La Sezione 230 del Communications Decency Act (1996) è una legge statunitense che stabilisce che le piattaforme online non sono legalmente responsabili per ciò che pubblicano i loro utenti.

Molti prodotti non sono venduti direttamente da Amazon ma da venditori terzi e per questo si parla di “host”, ossia di una piattaforma che ospita contenuti e prodotti creati da altri. Se un venditore pubblica una descrizione falsa del proprio prodotto venduto da Amazon, oppure propone un prodotto difettoso o addirittura contenuti illegali, la Sezione 230 permette ad Amazon di dirsi non legalmente responsabile. Quel contenuto è stato creato dal venditore e pertanto ne è sua piena responsabilità.

Planet Green aveva chiesto alla Corte Suprema di chiarire se le protezioni della Sezione 230 si estendono anche ai mercati online che traggono profitto dalla promozione e dalla distribuzione di prodotti sul proprio sito web, come fa Amazon, oltre che dall’hosting degli annunci.  

Una questione dibattuta

La questione è molto dibattuta negli Stati Uniti e fuori dal Paese, e gli algoritmi sempre più potenziati dalle intelligenze artificiali acuiscono le perplessità. 

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Già nel 2023, la Corte Suprema aveva esaminato due casi relativi alla Sezione 230 intentati contro YouTube e l’allora Twitter, in cui si sosteneva che le due società fossero responsabili di favoreggiamento del terrorismo attraverso i loro feed algoritmici. La Corte ha respinto la denuncia contro Google, società madre di YouTube, e si è pronunciata a favore delle protezioni della Sezione 230 per il caso Twitter. Come è accaduto per Amazon.

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