Nel 2024, solo nella provincia di Bologna, oltre 70.000 lavatrici sono state accatastate nei centri di raccolta, provenienti dai ritiri della grande distribuzione, destinate al riciclo o, più spesso, alla distruzione indiscriminata.
Eppure, molte di queste macchine del quotidiano non sono davvero “finite”: basterebbe un piccolo intervento, un ricambio o una semplice messa a punto, per restituire loro una seconda vita.
Circa l’85% dei materiali di questi elettrodomestici viene recuperato tramite triturazione, mentre la parte più complessa composta da gomma e plastica – quel 15% che sfugge al riciclo – finisce ancora in discarica o negli inceneritori. Solo una manciata, meno del 3%, potrebbe seguire la via più virtuosa: quella del riuso.
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Ricambi, rigenerazione, riciclo: tre R per ecoinnovare
In questo scenario nasce il progetto europeo Life Phoenix Weee, presentato da Dismeco, l’azienda di Marzabotto che da anni si occupa del trattamento dei RAEE (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche). L’obiettivo è ambizioso: recuperare ogni anno 2.500 tonnellate di R2 – la categoria di RAEE che comprende i grandi elettrodomestici – e portare il tasso di recupero di materie complessive complessivo al 99%.
“Siamo partiti da un dato semplice: ogni lavatrice contiene un enorme potenziale di materie prime. Il problema è che la maggior parte finisce distrutta senza alcuna selezione incrementale di valore”, spiega Claudio Tedeschi, presidente di Dismeco. “Con la nostra linea di smontaggio selettivo, unica in Europa, arriviamo già oggi al 98% di recupero per apparecchio. Ma il passo successivo sarà la purezza assoluta del materiale in uscita, che finora restava troppo eterogeneo per essere reimpiegato immediatamente nell’industria”.
A fare l’ulteriore lavoro di selezione avanzata è la tecnologia ELDAN Multi Purpose Sorter, un sistema che integra intelligenza artificiale, raggi infrarossi (NIR) e sensori elettromagnetici. Dopo la triturazione, il sistema riconosce automaticamente i materiali, dalle plastiche ai metalli, separandoli per tipologia e colore. “Questa macchina ci consentirà di fare un salto di qualità: non selezioneremo più solo i componenti all’origine della lavatrice, ma le materie prime che li compongono, con un grado di purezza fino al 99% – precisa Tedeschi -. È un risultato che trasforma lo scarto in una risorsa industriale immediatamente riutilizzabile”.

L’innovazione tecnologica, però, è solo una parte della visione. “Phoenix Weee non aggiunge solo macchinari, ma tiene insieme l’intero ciclo di vita del grande elettrodomestico”, racconta Tedeschi. Al cuore del progetto ci sono tre direttrici complementari: la rigenerazione certificata degli apparecchi ritenuti idonei, che torneranno sul mercato come usato di qualità con una vita utile paragonabile al nuovo; la creazione di un mercato europeo di ricambi storici e introvabili per definizione, componentistica testata e tracciata che oggi non è più disponibile o lo è a costi elevati e, infine, il riciclo ad alta purezza della parte non riutilizzabile, che beneficia della selezione spinta iniziale diventando così materia prima “nobile”, pronta a rientrare nel ciclo produttivo.
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Formazione e inclusione per la vera circolarità
Accanto all’innovazione industriale, Dismeco investe anche nella formazione. Con la collaborazione del mondo dell’artigianato nascerà, all’interno dell’azienda, una Academy dedicata alla formazione di nuove figure professionali nella installazione, riparazione e manutenzione. “È una filiera innovativa che genera lavoro ad alta intensità: dove l’industria tradizionale impiega una persona, il percorso ne impiegherà quattro – tra smontaggio, riparazione, test e reinstallazione”, spiega Tedeschi. “E non è solo un fatto numerico. È un modello inclusivo, che apre opportunità anche a persone in difficoltà o a chi ha perso il lavoro e vuole rimettersi in gioco”. Senza contare l’alto valore sociale che c’è dietro. Nella fase sperimentale antecedente al progetto Dismeco ha donato oltre 300 lavatrici rigenerate e pronte all’uso alla Caritas, a numerosi associazioni di assistenza e agli istituti penitenziari di Bologna e Rebibbia.
L’impatto ambientale del progetto è significativo. “Il riutilizzo effettivo passerà dall’attuale 3%, stimato dalla Commissione Europea, che ha finanziato il nostro progetto, a una quota a due cifre, riducendo drasticamente le emissioni legate alla produzione di nuovi apparecchi – commenta il presidente di Dismeco -. La selezione spinta delle materie prime consentirà inoltre di sopperire all’uso di materiali vergini, diminuendo l’impronta complessiva della filiera”. Tutti i risultati saranno verificati tramite analisi LCA (Life Cycle Assessment) e prove di laboratorio periodiche per certificare la qualità dei flussi in uscita.
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Nuovi modelli di business
Di economia circolare legata al riciclo dei piccoli e grandi elettrodomestici si è parlato anche nel corso del panel “Nuovi modelli di business circolari: strategie, innovazione e impatti sul sistema produttivo”, promosso da EconomiaCircolare.com a Ecomondo 2025. Davide Rossi, direttore generale di Aires Italia, l’associazione delle principali catene e dei maggiori gruppi attivi nella vendita di apparecchiature elettriche ed elettroniche in Italia, ha spiegato come per anni si sia dato per scontato che produttori e rivenditori avessero lo stesso interesse: vendere un prodotto nuovo ogni volta che qualcosa si rompe.

“Arriva il cliente con il telefono dallo schermo rotto e la risposta standard è sempre stata: ripararlo costa troppo, ti conviene comprarne uno nuovo” ha osservato. “Noi questa dinamica non la vogliamo più perseguire: è una scelta strategica e politica, prima ancora che morale. Oggi, in molti segmenti, al rivenditore converrebbe trasformarsi in centro servizi e di riparazione: può guadagnare di più facendo spendere 100 euro per aggiustare un telefono che non 700 per sostituirlo”.
Perché questo cambio di modello diventi realtà servono almeno due leve: pezzi di ricambio davvero “a prezzi ragionevoli”, come chiede la direttiva europea sul diritto alla riparazione in via di recepimento, e una defiscalizzazione delle attività di riparazione, che sono lavoro ad alta intensità umana. “Riparare di più è un win-win: riduce i rifiuti elettronici, crea occupazione locale, offre opportunità a giovani e persone in difficoltà e permette ai negozi di passare da semplici ‘box mover’ a veri centri servizi a tutto tondo sul territorio”, ha concluso Rossi.
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